1944-2014 – 70 anni fa la guerra da noi (parte 3)

Ragazzi, giovani, adulti e Salesiani all'esterno della chiesetta Zingales (1944-45)Le vicende del 1944 per molti sono pagine scritte di storia e per qualcuno magari anche racconti ascoltati; per altri ancora, appunto, vicende vissute dal vero nell’età dell’infanzia o giovinezza. Su questi ultimi scendono ancora lacrime nel ripercorrere, con la memoria, fatti e avvenimenti pur lontani 70 anni.

Sfolla l’Oratorio Don Bosco

Da quando – verso la metà di luglio – i bombardieri anglo-americani (i “pippo”) cominciarono a individuare obiettivi da distruggere anche nel nostro territorio per fiaccare le truppe nazi-fasciste, i bombardamenti si susseguirono sempre più violenti nei mesi a seguire: il 3 e 29 agosto, il 23 e 26 settembre e quelli ancor più tragici ad ottobre.
Mons. Saretta, già all’inizio di agosto, cercava di mantenere un qualche contatto con la gente che ormai sempre più numerosa sfollav lontano dal centro città non più sicuro: “Agli sfollati… da S. Donà. Non poche famiglie, in seguito alle ultime incursioni, hanno abbandonato il Centro del Paese e si sono portati alla periferia o in altra parrocchia vicina, presso qualche agricoltore o dipendente (…) A tutti poi rivolgo il mio affettuoso pensiero e vi assicuro che ora vi ricorderò più di prima ogni giorno al santo altare, nel sacrificio della Messa e nella benedizione della sera, davanti al SS. Sacramento.” (F.P. 6/8/1944)
Nemmeno tra le vie del paese mancavano casi di violenza: “Notte d’inferno. Grandi sparatorie, di cui mai si seppe il motivo (forse comparsa di ribelli)“, viene annotato nella Cronaca dell’Oratorio (C.O.) del 31 agosto ’44.
Ormai San Donà era semideserta e fra i pochi rimasti, oltre all’Arciprete, c’erano i Salesiani, ma ancora per poco.
L’Oratorio era stato occupato dalle truppe naziste il 27 luglio, il giorno prima della fucilazione dei 13 Martiri di Ca’ Giustinian (i due fatti comunque non hanno collegamento).
Con l’autunno anche l’Oratorio era ormai deserto: i militari se n’erano andati, ma i locali rimanevano a disposizione del comando tedesco.

Il direttore dell’Oratorio don Domenico Trivellato (subentrato due anni prima a don Farina) annotava nella cronaca di fine anno: “In quest’anno la Provvidenza ci ha provato parecchio. Siamo nel culmine della prova? O dovremo soffrire di più in avvenire? La nostra opera è quasi al completo paralizzata. Sia fatta la volontà di Dio. Speriamo che il nuovo anno sia apportatore di consolazione e Pace.” (C.O. 1944)

Intanto, lungo il fronte della “linea Gotica“, sugli appennini di Toscana ed Emilia-Romagna, si fronteggiavano gli alleati e i partigiani contro i nazi-fascisti, in “fuga combattuta” verso il nord.
I cruenti combattimenti, iniziati il 25 agosto e conclusisi il 30 settembre 1944 nell’area collinare posta tra Fano, San Marino e Rimini, portarono gli alleati a sfondare la parte adriatica di quel fronte. Tuttavia la liberazione era ancora lontana.
Gli echi di questi scontri arrivarono anche a San Donà: “La guerra si avvicina al nostro bel Veneto. La battaglia si svolge cruenta presso Bologna. Non si parla di apertura di scuola. I continui allarmi, difficoltà di comunicazioni (i ponti, stradale e ferroviario, distrutti dai bombardamenti) e altri motivi la impediscono. N.B. Non hanno luogo le tradizionali fiere del Rosario.” (C.O. 1/10/1944)
In quel mese di ottobre ripresero poi i bombardamenti che “scavano grandi buche ingoiatrici di piantagioni”. (C.O. ottobre 1944)
Ai pochi ragazzi che frequentavano ancora l’Oratorio i Salesiani raccomandavano la recita del Rosario in famiglia: era l’impegno preso solennemente il 24 settembre dell’anno prima sul terreno della erigenda chiesa, come voto alla Madonna.
Intanto l’Oratorio era stato nuovamente occupato dai soldati cecoslovacchi (che nel 1918 erano aggregati all’esercito italiano, proprio in queste terre), risparmiando solo la chiesa (allora al primo piano, sul lato dell’attuale Via XIII Martiri) e le stanze dei Salesiani. Lasciarono gli ambienti a novembre, ma il teatro e lo spogliatoio rimasero ancora sotto il comando tedesco.
Martedì 10 ottobre si scatenò il più terribile bombardamento che distrusse l’Ospedale Civile, parte del Piccolo Rifugio, il Teatro Verdi e varie abitazioni. Le vittime furono numerose.
“Sull’edificio dell’Oratorio si era steso il manto di Maria Ausiliatrice: solo qualche vetro rotto, qualche porta sfondata e qualche tegola sollevata. I Salesiani, usciti illesi, avevano affidato a don Bosco le anime dei molti benefattori che la sorte non aveva favorito e di tutte le persone (circa una sessantina) che erano state travolte dalle macerie.” (W. Perissinotto)
Il trasferimento a Casa Montagner
Seguì l’esodo in massa degli abitanti di San Donà, che cercarono rifugio in zone più sicure, fuori dall’abitato. Anche i Salesiani decisero di sfollare alla periferia, presso la casa della famiglia amica di Costante Montagner, nella zona dell’attuale incrocio tra Via Carozzani e la Triestina.
Si trovavano solo ad un chilometro e mezzo dall’Oratorio ma, essendo (allora) in aperta campagna, si consideravano al sicuro dalle bombe.
La chiesetta Zingales oggiInoltre, quell’ambiente contadino avrebbe potuto offrire un povero (polenta e latte), ma pur sicuro sostegno alimentare e pure spazi per una qualche attività di Oratorio: giochi e semplici rappresentazioni teatrali nell’aia della casa (in quell’area c’è ora condominio).
Lì vicino, poi, c’era la chiesetta dei conti Zingales, dove il direttore don Trivellato si recava ogni domenica, a bordo di un vecchio carro, su insistenza dei proprietari, amici e benefattori dell’Oratorio.
Il 13 ottobre il Vescovo concesse ai Salesiani di “officiare al pubblico” lì in quella chiesetta, tuttora presente.
Ecco che l’edificio sacro cominciò a riempirsi di fedeli, anche nei giorni feriali, per le messe, i vespri, la recita del rosario.
I Salesiani tenevano poi nel piccolo tinello di Casa Montagner qualche incontro con i giovani dell’Azione Cattolica. Poi tutti erano impegnati nel lavoro tipico del periodo, la vendemmia.

In quell’autunno inoltrato il pensiero andava ancora alle vittime causate dalle bombe e alle speranze che la guerra finisse presto: “Sulle rovine fumanti, ancora intrise di sangue innocente delle vittime, nel silenzio e nella solitudine di queste lunghe notti di novembre, mentre da lontano tuona il cannone, sale a Dio più umile, più confidente, più vittoriosa, insieme con quella di tutto il popolo, la nostra povera prece per la risurrezione della piccola e della grande patria, per il ritorno dei figli dispersi, per il conforto a tutte le anime che soffrono e che piangono.” (C.O. novembre 1944)

Si organizza l’Oratorio sfollato

 

Si cercava così di riorganizzare, per quel che si poteva, anche il servizio scolastico. La scuola statale era attiva una volta la settimana, con una maestra del centro e con scarsissimi mezzi, negli spogliatoi abbandonati di una casa di Calvecchia dietro al mulino.
Il 20 novembre, grazie ai locali messi a disposizione nella sua abitazione dal sig. Fioravante Orlando, i Salesiani iniziarono le lezioni per le tre classi ginnasiali.
Il 2 dicembre, poi, il sig. Volpin concesse l’uso di tre stanze al piano terra della sua casetta appena lasciata libera dai tedeschi: i Salesiani ne adibirono una ad aula per la V elementare e le altre due a dormitorio per i giovani “interni”. Il refettorio era per tutti quello di Casa Montagner dove alloggiavano anche i Salesiani.
La scuola potè allora iniziare “con piena regolarità”, anche con l’aiuto di due figli di Attilio Rizzo, Arturo e Leandro. I Salesiani rimasti erano il direttore don Trivellato, don Talin, don Lanaro, i chierici Boarotto e Jovich (chiamato “don Eugenio”).

In quella comunità variegata di religiosi, coniugi, ragazzi e giovani, ognuno si dava da fare per mettere a disposizione le proprie capacità e competenze, per far fronte ai lunghi mesi che ancora mancavano al ritorno alla normalità.

E tutti condividevano la paura per le bombe che continuavano a cadere, anche lì vicino: una cadde proprio nella zona di Calvecchia, a 100 m dalla scuola. E quando si sentiva il rombo dei bombardieri avvicinarsi (ormai si aveva imparato a stimare il tempo di arrivo e sgancio delle bombe), tutti accorrevano impauriti ai ripari della campagna: fossati e scoline.
E così arrivò un altro (l’ultimo, ma nessuno poteva saperlo) Natale di guerra e ci si domandava: “Sarà l’ultimo? È nei voti di tutti“. (C.O. 12/12/1944)
(fine terza parte)
A cura di Marco Franzoi
Fonti
-“Storia cristiana di un popolo” – D.S. Teker (1994)
-“Ancora un giro di giostra” – W. Perissinotto (2006)
-Il Foglietto Parrocchiale-Parrocchia Santa Maria delle Grazie, San Donà di Piave (numeri vari, 1944)
-“Monsignor Luigi Saretta. Pastore, padre e maestro” – M. Franzoi (2014)
-“Clausewitz sulla Linea Gotica” – A. Montemaggi. Angelini Editore (2008)
-Testimonianze orali di Leandro Rizzo ed Arturo Rizzo
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