24 maggio

La statua di Maria Ausiliatrice dell'OratorioIn quest’anno 2015 nel giorno del 24 maggio, Festa di Pentecoste, vi sono almeno altre due ricorrenze.
Il primo avvenimento risale a duecento anni fa, quando Papa Pio VII istituì per questo giorno la Festa di Maria Aiuto dei Cristiani (Ausiliatrice).
Un secolo dopo, e quindi cento anni fa, questo giorno fu invece funestato dall’entrata in guerra anche dell’Italia.
Di seguito, si ricordano le due ricorrenze – di “segno opposto” – legate a questo giorno di primavera, con particolare riferimento alla nostra comunità.

Duecento anni fa veniva istituita per il 24 maggio la Festa di Maria Ausiliatrice

Papa Pio VII (1800-1823) rientrò dalla Francia a Roma, dalla prigionia voluta da Napoleone, il 24 maggio 1814. Il ritorno al libero esercizio del suo ministero pastorale fu attribuito all’intervento della Vergine Maria. Come segno di riconoscenza, il Papa volle istituire per quel giorno la Festa di Maria Ausiliatrice, con decreto di istituzione del 15 settembre 1815.
Così si esprimeva Pio VII nel 1814: “A Te, ora, Vergine Madre di Dio, al cui efficacissimo patrocinio attribuiamo la Nostra salvezza… rivolgiamo la nostra preghiera“. Il pontificato di Pio VII iniziò a Venezia, proprio in preghiera davanti alla statua dell’Ausiliatrice nella chiesa di San Giorgio Maggiore.
La Festa di Maria Aiuto dei Cristiani era da celebrarsi il 24 maggio a Roma e negli Stati Pontifici. La prima celebrazione si tenne a Roma il 24 maggio del 1816. In seguito è divenuta una Festa per l’intera Chiesa.
Il titolo di Ausiliatrice era stato aggiunto alle invocazioni delle Litanie Lauretane da Papa Pio V nel 1571, in seguito alla vittoria di Lepanto. (liberamente tratto da P. Cameroni in B.S. maggio 2015)

Significativo che proprio in quel 1815 nasceva San Giovanni Bosco, definito il “Santo dell’Ausiliatrice”. Nei suoi ultimi anni di vita Don Bosco, che aveva doti di preveggenza, vedeva per il futuro dell’umanità tempi molto bui…

Il 24 maggio 1915 l’Italia entrava in guerra e San Donà era ancora priva di parroco

La prima pagina del Corriere della Sera di lunedì 24 maggio 1915Cento anni dopo (e cento anni fa), la Festa di Maria Ausiliatrice passerà drammaticamente alla storia per l’inizio della guerra anche per l’Italia.

 

Nel 1915 il 24 maggio cadeva di lunedì. Il giorno prima, domenica, il governo italiano aveva dichiarato guerra all’Austria-Ungheria.
Il primo colpo di cannone italiano – che diede inizio alle operazioni belliche – partì dal Forte Verena sull’Altipiano di Asiago alle 4 di mattino di quel 24 maggio. Il ventenne udinese Riccardo Giusto fu il primo a morire già in quel primo giorno di guerra: il primo dei 650 mila militari italiani che morirono in tre anni di guerra.

 

La canzone “La leggenda del Piave” scritta da E. A. Mario (Giovanni Gaeta) il 24 giugno 1918, ricorderà glorioso quel 24 maggio quando “Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti“, anche se in realtà i fanti italiani allora erano sull’Isonzo…
La guerra avrebbe coinvolto direttamente San Donà e l’intero territorio del Basso Piave solo due anni più tardi (se si escludono gli sporadici bombardamenti aerei a Chiesanuova e nel capoluogo nel 1916, senza gravi conseguenze), a due settimane dalla disfatta di Caporetto.

Ma come era San Donà alla data dell’entrata in guerra?

Via Maggiore di San Donà di Piave prima dello scoppio della prima guerra mondialeIl centro urbano si sviluppava lungo via Maggiore (ora Corso S. Trentin) che dal ponte in ferro sul Piave si allungava sino al maestoso Duomo. Vi erano alcuni pregevoli palazzi anche di tre piani (case private, sedi di alberghi, banca, cinematografo…). Il Duomo, pur incompleto nella sua facciata, al suo interno ricordava la chiesa del Redentore di Venezia, ed era stato consacrato nel 1842, mentre il campanile era stato terminato solo all’inizio del ‘900.

 

Il centro urbano di San Donà allora a oriente già terminava prima dell’attuale via Eraclea, mentre a nord la piena campagna iniziava a monte dell’attuale via N. Sauro; ad ovest, nell’ampia zona alle spalle del municipio (tra gli attuali corso Trentin, via Garibaldi, via Sabbioni e viale Libertà) vi erano case sparse e campi coltivati anche a vigneto.

La fascia orientale del territorio comunale era ancora in parte occupata da paludi ed acquitrini.

La popolazione comunale era costituita da oltre 14.000 abitanti (13.468 censiti nel 1911), per lo più dediti all’agricoltura, ma non mancavano industrie: jutificio, distilleria, oleificio e liquorificio…

Il tasso di crescita degli abitanti era quasi raddoppiato rispetto al precedente censimento del 1901 e dopo l’ondata migratoria di fine Ottocento.

L’entrata in guerra, ufficialmente in quel 24 maggio 1915 (ma decisa già ad aprile), fu accolta anche a San Donà come un evento ormai scontato, per la liberazione delle terre irredente.

Erano vive le ristrettezze economiche iniziate mesi prima, e l’alto tasso di disoccupazione anche a causa dell’interruzione dei lavori di bonifica. Nel marzo del 1915 non mancarono manifestazioni di malcontento della popolazione, a causa della spedizione di partite di mais dalla stazione ferroviaria verso la Germania, sciolte con l’intervento dell’esercito.

La comunità già da qualche mese era priva di parroco, poiché mons. Bettamin era stato trasferito a Treviso, sul finire del 1914. Il 24 maggio, il nuovo parroco era già stato nominato, ma sarebbe arrivato (in sordina) nella nuova parrocchia affidatagli solo a metà giugno.

Quando il giovane don Luigi Saretta arrivò a San Donà trovò la canonica occupata dai militari italiani. Questo sacerdote di non ancora trent’anni probabilmente non si sarebbe immaginato che di lì a pochi mesi avrebbe dovuto affrontare assieme alla popolazione rimasta nella sinistra Piave invasa dagli austro-ungarici un lungo anno di sofferenze e profuganza.

E la realtà della guerra si cominciò a sentire nel vivo anche per San Donà con l’arrivo delle numerose cartoline precetto.
Dei 650.000 soldati italiani morti nel 1915-18 (sui 4 milioni e 250 mila mandati al fronte delle classi dal 1875 al ’99) per combattimento, per malattia in seguito alla guerra o dispersi, 320 furono sandonatesi. Sono ricordati sulla facciata del Monumento ai Caduti di via Jesolo.

A cura di Marco Franzoi