50° del Vajont: La Madonna di Longarone

La Madonna di Longarone “Testimone” sfigurata della tragedia

E’ il simbolo che concentra in sé la storia di una comunità, quella di Longarone, della sua vita, della sua mortale devastazione e infine di una rinascita che non nasconde le ferite. Per questo ne raccontiamo la storia: è per ricordare tutti coloro che sono morti o hanno sofferto, quella notte nel 1963…

La statua della Madonna Immacolata era nella chiesa di Longarone fino alle ore 22.39 del 9 ottobre 1963, poi l’onda che venne dal Lago del Vajont spazzò via la chiesa e tutta Longarone, trascinandola lungo il Piave fino a Fossalta, a 100 km di distanza. Fu trovata il 10 ottobre nell’acqua melmosa del fiume pieno dei detriti del disastro, sfigurata nel volto e nel corpo, senza più le mani, partecipe del destino di migliaia di persone sommerse dal fango.

Venne collocata nella chiesa di Fossalta di Piave e vi rimase fino al 24 maggio 1964 quando duemila persone in pellegrinaggio la riportarono a Longarone. Un particolare curioso colpisce: anche la parrocchia di Fossalta è dedicata all’Immacolata, come quella di Longarone.

Giovedì 10 ottobre 2013 la Madonna di Longarone ritorna a Fossalta: un dono che la comunità di Longarone ha voluto fare alla comunità di Fossalta. Alle ore 20 la statua arriva al Ponte di barche, ed è accompagnata alla chiesa parrocchiale da una fiaccolata. Segue la messa presieduta dal vescovo emerito di Verona, Mons. Flavio Carraro. La statua ripartirà per Longarone domenica 13 ottobre alle ore 10.

Dal sito della parrocchia di Fossalta riprendiamo il racconto di Walter Zamuner, colui che ha ripescato la statua dall’acqua:

“La disgrazia era successa la sera. Il mattino dopo nella cava di ghiaia di Ponte di Piave in riva al Piave si aspettava l’onda di piena. Il fiume si ingrossava lentamente con acqua melmosa che portava con sé i resti del disastro. Tra gli infissi. Le tavole e i travi c’erano molti alberi tagliati e scorticati pronti per essere lavorati. Il legno restava a galla.

Nella tarda mattinata vidi tra i tronchi una sagoma, che si distingueva tra la confusione del materiale. Non ci misi molto a capire di cosa si trattava: era la statua della Madonna.

 A mezzogiorno era a casa a Fossalta, e continuavo a pensare di andarla a prendere. La faccenda si presentava effettivamente un po’ rischiosa […]

Andai sotto il ponte di San Donà dove avevamo il deposito di sabbia a fianco a quello di Pacifici. Presi la barca della ditta assieme a mio cugino Antonio e Umberto, un operaio del cantiere. Risalimmo lentamente il fiume oltre il ponte della ferrovia. Poco dopo le ore 15,00 passammo il confine con Croce e raggiungemmo la Statua. Mi sporsi afferrandola per la testa mentre gli altri mi tenevano. All’epoca avevo vent’anni e una forza prepotente.

La issai sulla barca e la misi in piedi.
Dietro la testa aveva un chiodo che mi apri lateralmente l’indice della mano sinistra e sanguinavo. Le passai la mano sul viso scendendo fino alla spalla per toglierle il fango e l’erba. Aveva perso le mani ed era tutta martoriata in viso e sul vestito.

Cercammo di ritornare, ma un tronco si era appoggiato di traverso sul fondo della barca, davanti all’elica. Dovettti scendere dalla barca e salirci sopra, in piedi, per fargli scavalcare il mozzo. Lentamente tornavamo al deposito. Recuperammo anche un fusto di veleno (arsenico).

Dalla sponda i carabinieri armati mi urlavano di andare a riva. Forse pensavano ad atti di sciacallaggio. Non sarebbe stato possibile guadagnare terra in altri posti della riva. Il tempo di legare la barca al suo ormeggio e poggiare la Statua a terra che si formò una nuvola di curiosi e carabinieri. “Come hai fatto?” ” Dove l’hai trovata?” “Portiamola in chiesa!” Mandai i compagni a prendere la giardinetta. Non avevo nessuna intenzione di lasciarla li a a San Donà. Io sono di Fossalta, l’ho tirata su dall’acqua del mio paese e lì doveva andare.

Qualcuno aveva notato la ferita al dito e insisteva perché andassi a medicarmi in ospedale, preoccupato anche per la presenza dell’arsenico. Non era il momento di perdere tempo: presi della terra e stagnai il sangue.
Appena l’auto fu vicina mi misi ad urlare come un matto: “Attenti ve cope tuti!” La gente si spaventò e si ritrasse. Approfittando della sorpresa, caricai la Signora e presi la fuga per Fossalta, ovviamente inseguito dai Carabinieri.

Poggiai la Statua sulla sinistra del secondo gradino della chiesa e Fossalta. Subito arrivò il parroco Don Angelo e cominciò a radunarsi gente. La misero appena dentro la chiesa sull’altare a sinistra e per i giorni che seguirono molti vennero a vederla, a pregare e a portarle fiori.

A maggio la riportammo a Longarone con una lunga processione. Quel giorno qualche donna mi accarezzo e mi baciò le mani. Era il ringraziamento per averle ridato un pezzo del suo paese.”

In questi giorni la parrocchia di Longarone sta portando la statua della Madonna in tutte le frazioni travolte dall’onda. Ad ogni tappa si ferma con la sua gente per ricordare quelli che non ci sono più. E per abbracciare chi si stringe intorno a lei.