80 anni di storia dell’Oratorio don Bosco di S. Donà

Gli anni ’30: gli inizi

 

Con l’inizio dell’autunno 1930 giunse per i Salesiani il momento tanto atteso di trasferirsi nella nuova Casa, con lo stretto necessario per dormire e mangiare. Come ricorda W. Perissinotto nel suo libro, “il distacco dai piccoli orfani era risultato quanto mai doloroso (…) e la riconsegna dei piccoli alle suore avrebbe segnatola fine di un inizio avvincente e allo stesso tempo sofferto, contrassegnato da un’insolita condizione di isolamento e da una provvisorietà disarmante”.

Il 21 settembre 1930, l’inaugurazione solenne del primo braccio dell’Oratorio[9], con la benedizione del Vescovo di Treviso mons. Longhin, segna anche il passaggio di consegne della direzione, da don Giovannetto a don Luigi  Castellotti.

L’Oratorio don Bosco è aperto. Negli ampi locali ricchi di aria, di luce, di sole, i nostri giovani, a centinaia, imparano ogni giorno la bontà , la disciplina, la scienza e la gioia della vita cristiana, sotto la guida esperta dei Figli di don Bosco (…) L’opera è santa. Dio l’ha ispirata, l’ha voluta, l’ha benedetta…”, scrisse ai benefattori l’arciprete Saretta.

Negli ambienti ancora spogli, privi di quasi tutto l’arredamento, con scarsità di personale, inizia l’attività di oratorio salesiano, come trascritto nella cronaca: “ricreazioni animate, gare di calcio, catechismo per grandi e piccoli, scuole serali, doposcuola, compagnie religiose, canto, filodrammatica, mandolinistica”.

Un semplice stanzone al primo piano[10] sarà per vent’anni la prima chiesa dell’Oratorio.

L’Oratorio cominciò così a diventare “un giardino che respirava l’euforia della festa e restituiva il sapore del cielo, era un ritrovo, una casa, un campo di gioco…”, nonostante la parentesi di alcuni mesi di chiusura ed interruzione delle attività imposti dal regime fascista (1931).

Dopo il breve periodo in cui aveva dato avvio all’Oratorio don Castellotti portò a termine il suo incarico (settembre 1931), esprimendo in una lettera di congedo a mons. Saretta tutta la sua stima e commozione, con una previsione che, negli anni a seguire, avrà ampia conferma: “Quante belle vocazioni spunteranno presto fra i piccoli più assidui!

Don Alessandro Franch, nonostante la salute malferma, mise tutta la sua passione nell’impegnativo incarico di direttore e nel lavoro in cui tutti i salesiani si gettavano sin dalle prime luci dell’alba, per riorganizzare le attività dopo il lungo e forzato periodo di chiusura. Fu lui, musicista e compositore, ad organizzare la prima Banda con un gruppetto di ragazzini inesperti.

Comincia anche qualche incomprensione con il parroco, il quale “forse aveva creduto di delegare ai Figli di don Bosco la sola educazione dei ragazzi, contando sul ritorno dei giovani in Parrocchia per sostenere la chiesa locale nelle decisioni sociali e politiche della città. Probabilmente aveva sottovalutato la loro specifica autonomia gestionale…” (W. Perissinotto) Questa sarà una sorta di trama di fondo dei rapporti tra i Salesiani e Saretta, finché egli sarà parroco a San Donà. Come si vedrà in seguito, ciò fu dovuto sostanzialmente alle forti personalità, di indubbia levatura morale, che si troveranno a confrontarsi nei diversi modi di attuare il bene comune.

Intanto l’avvio nel settembre 1932 delle prime due classi di IV e V elementare maschile davano completezza al progetto educativo.

In una sua relazione del settembre 1933 don Franch scriveva che “vi è un gruppo (80-100 e durante le vacanze 150-200), che è assiduo giornalmente all’Oratorio, si affezione all’ambiente e forma quella che si può chiamare Famiglia salesiana”. Il mese successivo a causa della precaria salute, don Franch lasciò l’incarico e San Donà, “con un nodo alla gola e l’amarezza di non aver saputo o potuto gestire la mediazione necessaria per approdare ad una convenzione con la Parrocchia”. E la situazione economica continuava a rimanere gravosa. Don Giuseppe Del Favero si avvicendò alla direzione dell’Oratorio, e con zelo si impegnò ad attivare i giovani e a dotare l’ambiente di tutte le forze di apostolato e le forme di devozione care a don Bosco; il quale, il 3 giugno 1934, venne proclamato santo, con degni festeggiamenti anche a San Donà.

In questi primi 4 anni di attività vi fu un notevole avvicendamento dei salesiani, rimanendo solo il coad. Picchioni a garantire un minimo di continuità di presenza.

Nonostante la grave crisi economica, le ristrettezze e la mancanza di comodità (se si esclude il resistente tetto!), don Del Favero con il sostegno di mons. Saretta ampliò la capienza del teatro e acquistò una macchina cinematografica per proiettare film sonori.[11]

Don Luigi Benvenuti, subentrato nella direzione nel 1936, trovò a San Donà una situazione di povertà diffusa e una comunità stretta attorno al proprio parroco per pregare e cercare speranza in quei tempi sempre più bui. Egli si era impegnato per l’apertura di una scuola serale per adulti ed è senz’altro ricordato per quello che può essere considerato il simbolo dell’Oratorio: la giostra.

Fece richiesta di aiuto all’arciprete con una celebre lettera del 24 aprile 1938. “Rev.mo Monsignore, forse ho fatto uno sproposito, ma appunto per questo sento il bisogno di confidarglielo (…) mi confido a lei, sicuro che approverà la mia iniziativa dettata dal  grande amore che porto al nostro caro Oratorio e che mi suggerirà i mezzi per assolvere l’impegno che mi sono assunto”.[12]

E infatti Saretta non mancò puntuale nel sostegno, avviando sul Foglietto un’iniziativa di raccolta offerte pro giostra, che sarà inaugurata nell’ultima domenica di maggio dello stesso anno. E da allora gira nel cortile dell’Oratorio.

L’Oratorio di questi anni era frequentato dai figli di operai, di contadini, di braccianti e in generale del popolo, solo pochi appartenevano alle classi benestanti.

Oltre alle attività per i piccoli, alla sera vi erano le attività per giovanotti e adulti: l’Azione Cattolica, l’Unione Don Bosco, Ex-Allievi, Compagnie del Santissimo e di San Giuseppe.

Nel 1939, ultimo anno del decennio, muore don Zaio, l’anziano salesiano che aveva conosciuto personalmente don Bosco, dal quale aveva ricevuto la veste di chierico; egli conservava nelle tasche della tonaca alcuni gusci delle noccioline del suo famoso miracolo a Valdocco. “Attorno a don Zaio gravitavano giovani e confratelli, attratti da un alone di santità”.

Spettò al giovane nuovo Direttore don Angelo Farina scriverne l’elogio funebre quando, “arrivato da pochi giorni, faceva i primi incerti passi in una vita di responsabilità[13]: “(…) Quattro ottobre 1881, entrato all’Oratorio di Torino, quattro ottobre 1939 entrata in Paradiso…

Don Zaio fu assistito amorevolmente nell’ultimo anno di malattia dal dott. Perin e dalle signore Giusto, Botter e Mattiel. Egli è il primo salesiano della Comunità che muore a San Donà, ora sepolto nella cappella dei sacerdoti e religiosi del cimitero.

Nel settembre dello stesso anno, con l’invasione della Polonia iniziò ciò che da tempo si era presagito: la seconda guerra mondiale.