80 anni di storia dell’Oratorio don Bosco di S. Donà

 Gli anni ’40: la guerra e la ripresa

 Con il 1940 anche l’Italia entra in guerra. Agli inizi la vita a San Donà sembrava scorrere come sempre e L’Oratorio reclamizzava le attività estive, con la novità della colonia marina a Jesolo.

Con ottobre di quell’anno si aprì una quinta elementare per preparare gli alunni all’esame di ammissione alla scuola media.

Don Farina acconsentì la cessione degli elementi più giovani della banda e dei relativi strumenti musicali all’associazione dei giovani italiani del Littorio, che avevano dato vita alla fanfara della GIL.

Intanto all’Oratorio pesava l’assenza di tanti giovani impegnati in operazioni di guerra in Grecia, Africa…

Con un anno di ritardo a causa della preoccupazione del momento si tennero i festeggiamenti per il 25° di presenza a San Donà di mons. Saretta, cui fu dedicata una piccola “accademia” ed un rappresentazione nel teatro dell’Oratorio.

Le atrocità della guerra ancora non avevano investito il paese. Nel giugno 1942 veniva inaugurato il cinema all’aperto e di lì a qualche giorno la comunità poté partecipare emozionata alla Santa Messa di don Teodoro Mattiel, il primo Salesiano cresciuto e formato nel cortile dell’Oratorio.

A don Domenico Trivellato, già presente all’Oratorio quale catechista, viene consegnato  nell’autunno del 1942 il testimone della direzione. Sarà il primo Direttore dell’Oratorio di San Donà a completare un sessennio.

A dicembre, nonostante i tempi assai duri, grazie alla Provvidenza, si riuscì a terminare la copertura della nuova ala destra dell’Oratorio. Il Direttore poi apportò qualche miglioria alla cappella: “Il suo gusto innato per la liturgia aveva trovato espressione nella ricerca scrupolosa dei riti e nella cura meticolosa dell’addobbo[14] (…) I rapporti con la Parrocchia, in alcuni momenti un po’ tesi, potevano ora avvantaggiarsi della sua indiscussa arte diplomatica e poggiare sulla solida amicizia con don Silvio Barbisan, cappellano del Duomo”.

Intanto i giovani venivano chiamati alle armi e il paese tremava al suono sempre più frequente del coprifuoco. Il 24 settembre 1943 i fedeli di San Donà si radunarono nel cortile dell’Oratorio per la tradizionale processione in onore della Patrona, la Madonna del Colera. In quell’occasione si supplicò la Vergine di liberare la città e la popolazione dalla guerra, le cui distruzioni sino ad allora non avevano ancora riguardato San Donà di Piave e il territorio italiano in generale, ma i suoi echi si facevano ormai vicini[15].

Continuava intanto la scuola elementare ed il biennio della scuola media, che raccoglieva alcuni seminaristi, allontanati dai loro Istituti di Treviso e Vittorio Veneto pesantemente minacciati dai bombardamenti.

A partire dal 21 luglio 1944 gli aerei degli Alleati cominciarono a bombardare anche gli “obiettivi strategici” di San Donà di Piave, primi tra i quali il ponte stradale e ferroviario sul Piave. Il 10 ottobre 1944 ci fu il sesto, terribile e tragico: furono distrutti, tra gli altri, il Teatro Verdi, il Piccolo Rifugio e l’Ospedale Umberto I, con una carneficina.

In seguito a quest’ultimo bombardamento, pur nella fortuna dei lievissimi danni subiti, i Salesiani decisero per prudenza e paura di lasciare l’Oratorio (occupato intanto dai militari cecoslovacchi e poi dai tedeschi) e sfollare alla periferia della città, a circa 2 km dall’Oratorio, presso la famiglia amica di Costante Montagner.

Oltre, all’ospitalità, al campo (che divenne il nuovo cortile per i ragazzi dell’Oratorio), il sito di casa Montagner aveva anche il vantaggio della vicinanza della chiesetta privata dei conti Zingales, che divenne la nuova chiesa dell’Oratorio sfollato. Don Trivellato vi si recava ogni domenica, a bordo di un vecchio carro, su insistenza dei proprietari, che erano amici e benefattori dell’Oratorio. Il 13 ottobre, il Vescovo di Treviso concesse ai Salesiani di aprire le funzioni liturgiche in quella cappella a tutti i fedeli, che cominciarono o così ad accorrervi anche nei giorni feriali per le Messe, i Vespri ed il Rosario. Nel novembre di quel 1944, i cecoslovacchi lasciavano le mura dell’Oratorio, ma i militari tedeschi continuavano ad occupare il teatro e lo spogliatoio.

Intanto, con l’aiuto della gente di campagna e l’insegnamento dei fratelli Arturo e Leandro Rizzo, i Salesiani organizzarono la scuola elementare e il ginnasio nelle case delle famiglie vicine a casa Montagner.

Arrivò Natale e l’inizio del nuovo anno. L’8 marzo del 1945 arrivò la notizia della morte a Mathausen di Attilio Rizzo: “Era un lutto per l’intera città. In particolare per quella piccola comunità profuga che accoglieva nel suo seno due dei suoi figli, come apprezzati insegnanti ginnasiali.”

Finalmente, dopo la Liberazione, l’8 maggio 1945 i Salesiani poterono ritornare tra le mura dell’Oratorio, divenuto nel frattempo anche sistemazione provvisoria di oltre un migliaio di prigionieri tedeschi, e riprendere le ordinarie attività, in primis la scuola (anche serale), con alcuni ragazzi interni.

Nell’ultima messa officiata nella chiesetta di Villa Zingales erano state raccolte ben 2.000 lire per il restauro dell’Oratorio. Don Trivellato aveva espresso il suo grazie ai fedeli di Calvecchia per la carità usata ai Figli di don Bosco, specie dalla famiglia Montagner che veniva additata a pubblico encomio. Con poche parole che sanno di poesia, la cronaca chiude il resoconto del giorno: 8 maggio 1945 «Il piccolo campanile riprende la sua mutezza»”.

A guerra finita il popolo avvertiva il sollievo di una situazione ristabilita. Dopo il voto solenne del 24 settembre 1943, a nome di tutti i fedeli, il parroco mons. Saretta elevò alla Vergine il suo grazie: “Maria ci ha salvato!

In seguito, la famiglia Urban, sul terreno che aveva accolto l’Oratorio profugo, avevano fatto erigere un capitello a memoria della grazia ricevuta. La cronaca dell’Oratorio del 18 maggio 1947 così riporta:

Si cantarono i vespri nella chiesetta della Villa Zingales, di dove processionalmente ci recammo sul luogo del capitello. Quivi si procedette alla benedizione del medesimo e della statuetta della Madonna. Parlò quindi il direttore sulla riconoscenza a Maria, che ci ha scampati dai pericoli della guerra. Ringraziò le famiglie Urban e Montagner. Dopo la funzione il popolo intervenuto si intrattenne allegro di assistere ai giuochi della cuccagna e della rottura delle pignatte. Alla sera, ci fu il teatro all’aperto, nel cortile Montagner. Attori furono gli Aspiranti AC. Un abbondante acquazzone interruppe la rappresentazione dopo il secondo atto…[16]

All’Oratorio riprendono le attività del cinema e del teatro, i tornei di calcio, le gite in torpedone, le associazioni: l’AC con gli effettivi e gli aspiranti, l’Unione don Bosco, gli Scout…

Gli anni ’40 vanno verso la loro conclusione con la firma della nuova Costituzione italiana, con i principi di libertà individuale e gli ideali sociali di ispirazione cristiana, iniziando il cammino della democrazia.

Così Hemingway nel suo romanzo ambientato nel 1948 “Di là dal fiume e tra gli alberi” definisce la cittadina del Basso Piave: “…La macchina attraversò l’allegra città di San Donà di Piave. Era ricostruita di fresco, ma non era più brutta di una cittadina medio-occidentale ed era fiorente e gaia…”

Nel 1948 a San Donà ci fu la posa della prima pietra del nuovo ed attuale Ospedale e l’inaugurazione del ponte della ferrovia.

All’Oratorio si ha l’avvio della costruzione della chiesa votiva dell’Oratorio (7 settembre 1947), la risoluzione della pratica della transizione dell’immobile con donazione del medesimo ai Salesiani (8 luglio 1948), con la clausola che, qualora si fossero ritirati, tutto sarebbe ritornato alla Parrocchia[17].

Nell’ottobre dello stesso anno ci fu l’avvicendamento nella direzione dell’Oratorio con l’arrivo di un altro don Domenico, Moretti.

Nel 1949 lungo le vie principali di San Donà, anche nei rioni dove meno marcato era il legame con la pratica religiosa (come nel Casermone San Marco), e trionfalmente anche all’Oratorio viene portata processionalmente la statua della Madonna Pellegrina, benedetta dal Papa Pio XII. Nell’occasione si fece la solenne consacrazione dell’Oratorio al cuore immacolato di Maria.

Don Moretti aveva una tempra robusta ed affabilità; era dotato di una rara capacità di entrare in relazione con le persone. La “serenità ed amorevolezza, che domavano un carattere impetuoso, erano frutto di una preghiera fedele e feconda” e dal pieno affidamento alla Vergine Maria, la cui effige collocò in vari siti, tra cui le vette delle nostre montagne. Si deve pure a lui la collocazione della statua della “Madonna portinaia” (23 ottobre 1949) nell’apposita nicchia all’entrata, che doveva ricordare ai ragazzi che entravano all’Oratorio di salutarla: “Ave Maria, ti saluto o Maria”.[18]

In pochi mesi dal suo arrivo all’Oratorio conquistò il cuore di dei ragazzi e quello di tanti adulti, anche se il peso della responsabilità e la preferenza per il cortile dove dedicarsi maggiormente ai giovani lo spinse a scrivere all’Ispettore: “…io non sono adatto per essere direttore[19].