A 50 anni dal Concilio, perché un ‘anno della fede’?

Giovanni XXIII, Paolo VI, i papi del ConcilioL’aggiornamento non basta.
La spinta propulsiva al rinnovamento liberato dal Concilio Vaticano II ci ha allenati al continuo ‘aggiornamento’ all’interno della prassi pastorale della chiesa, anche a livello di base nelle comunità cristiane. La volontà di cambiare aggiornando non è mai venuta meno. Applicata via via ai vari settori della pastorale, si accettava di rinunciare senza sensi di colpa là dove l’aggiornamento non era ancora possibile, per rivolgersi ad ambienti più disposti ad assumere l’ecclesiologia conciliare. Dopo cinquant’anni siamo costretti a sottoporre ufficialmente ad approfondito esame quello che è il cuore stesso dell’attività pastorale, la trasmissione della fede alle nuove generazioni. A qualcuno risulta piuttosto sorprendente esser ricondotti al centro della crisi della vita di fede, perché si pensava che ‘aggiornando’ in senso conciliare alcuni contesti, alcuni comportamenti e alcuni capitoli del credo, si facilitasse il superamento della difficoltà a coniugare fede e vita moderna sempre più pressante e generalizzata. Si sperava di aver ritoccato e innovato a sufficienza per consentire a molti cristiani inquieti di rimanere con tranquillità nella chiesa e di non cedere alle tentazioni di cercare qualcosa di meglio in altre parti. I fatti purtroppo ci hanno portato in altra direzione. A dire la verità, non è il Concilio che non serve più, ma è la realtà storica che mischia nella vita personale, familiare e sociale un cumulo così grande di nuovi elementi, suggestioni, innovazioni, punti di vista, problemi e contraddizioni che neanche la “grazia speciale del concilio” sembra più sufficiente a fronteggiare.
 
Occorre una rifondazione della fede.

In questi ultimi tempi molte analisi convergono nel segnalare le profonde trasformazioni della vita di fede in Italia e in Europa. Si parla addirittura di ‘apostasia silenziosa’, cioè di tacito allontanamento non solo dalla pratica, ma soprattutto dalle idee e dai valori proposti dalla chiesa e dal Vangelo.. Su questo fenomeno il papa si dimostra osservatore acuto e vigile attento: ha indetto un anno della fede per commemorare 50 anni trascorsi dall’apertura del Concilio e ha indetto il prossimo sinodo ordinario dei Vescovi sul tema della “nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana”. La crisi religiosa del mondo occidentale, soprattutto europeo, non si supera con il solo ritocco o riforma di quello che si è sempre creduto e praticato. Occorre una specie di “rifondazione della fede”, come qualcuno va dicendo da un po’ di tempo. Non tanto aggiornare, ma piantare di nuovo, dare nuovi fondamenti, più convincenti motivazioni. Le resistenze alla fede cristiana sono molteplici. Il gesuita belga André Fossion docente all’Istituto Lumen Vitae di Bruxelles, ne propone un elenco sintetico riguardante l’idea fondamentale di Dio. Oggi Dio è diventato ipotetico (non si sa se esiste), Dio è incredibile (la scienza riduce il reale a ciò che è verificabile), Dio è insopportabile (frutto di un’educazione cristiana avvertita come una morsa dogmatica e moralistica ostile alla vita), Dio è indecifrabile (di fronte alla diversità e complessità dei linguaggi), Dio è inclassificabile (si può fare a meno di Lui e vivere tranquilla-mente una vita a-religiosa).

Per un cristianesimo di grazia e di libertà.
Se queste cinque resistenze possono rappresentare più o meno l’effetto di ciò che viene tra-smesso oggi in eredità alle giovani generazioni, rappresentano allora quello che bisogna bucare e superare per accedere alla fede in modo maturo e personale. Si possono così individuare due orientamenti operativi: innanzitutto l’azione pastorale non dovrà mirare tanto a comunicare la fede quanto a renderla possibile, facilitarla, rimuovere gli ostacoli, creare le condizioni per accoglierla, in una parola ripercorrere la strada di preparazione di Giovanni Battista, il precursore… In secondo luogo lo stile dovrà essere quello della proposta, dovrà dare molta importanza al grande valore della libertà per il quale i popoli hanno sempre lottato, e soprattutto hanno sofferto le generazioni che ci hanno preceduto. Onorarlo in tutte le sue manifestazione ed espressioni, individuali e sociali, pubbliche e private, laiche e religiose… La nuova evangelizzazione dovrà essere “graziosa”, ossia assumere i tratti della proposta, della gratuità, della gratitudine, della bellezza e della dolcezza, in una parola dovrà essere credibile e significativa. Fr. Enzo Biemmi, il noto esperto in catechesi di Verona, nel presentare il suo scritto sul Secondo annuncio, la grazia di ricominciare, lancia questa sfida: “La fine del cristianesimo sociologico, può essere l’inizio del cristianesimo della grazia e della libertà”. E’ un auspicio da condividere e da tradurre in programma operativo, come frutto dell’anno della fede.
d. Gino