Adoratori e Missionari: 1° incontro di discernimento comunitario

ADORATORI E MISSIONARI Anno 2007-08: “Nel mondo intero… noi siamo, dinanzi a Dio, il profumo di Cristo”

1° incontro di discernimento comunitario
“Come vasi di creta che diffondono il profumo di Cristo: restando adoratori diventiamo missionari”

(Casa Saretta, domenica 9 dicembre 2007)

Premessa

Il lavoro di discernimento sul brano della lettera di San Paolo Apostolo ai Corinzi (3,1b-6.17-4,2.5-7) si è svolto nel pomeriggio di domenica 9 dicembre 2007, negli ambienti di Casa Saretta.
Si è iniziato con un momento assembleare di preghiera, lettura e commento del brano, come dal libro guida. Per condividere le proprie riflessioni personali, le circa 60 persone convenute sono state suddivise in 5 gruppi, con un moderatore ed un segretario; il lavoro di gruppo è durato circa cinquanta minuti. Alla fine ci si è riuniti nuovamente tutti assieme per la preghiera conclusiva. Complessivamente, l’incontro è durato due ore, dalle 15 alle 17. Il presente testo è la sintesi di cinque elaborati.

1. Avvertiamo l’esigenza di testimoniare agli altri la bellezza del nostro incontro con il Signore? La gioia di vivere un rapporto personale con Gesù nell’ascolto della sua Parola, nei sacramenti e nella preghiera, in quali occasioni è divenuta gioia di trasmettere ad altri questa nostra esperienza di fede?

L’esigenza della testimonianza è comunemente sentita, anche se con intensità diverse: a volte non è sentita in modo così urgente, altre volte si tratta di un desiderio, più che di un’esigenza.
Da giovani ci si sente attirati all’azione “pratica”. Con l’età è invece più facile essere missionari in modo contemplativo. Si passa cioè da un’iperattività evangelica ad una evangelizzazione contemplativa più efficace.

L’incontro con il Signore avviene in momenti particolari e diversi nella nostra vita. L’averlo incontrato è motivo di grazia, di gioia ed è irrinunciabile non condividerlo, poiché il “profumo” di chi ha fatto proprio l’incontro si sente.
Emanare il “profumo” e la luce di Cristo, come fragili vasi di creta, è un atteggiamento che coinvolge mente e cuore. Non è solo uno sforzo intellettuale, bensì un cambiamento profondo di stile di vita, che deve portare a superare la frattura tra fede e quotidiano. L’incontro con Gesù, anche se non cambia totalmente la vita, consegna però occhi nuovi per osservarla. L’incontro del Signore si rende presente anche nei momenti di sofferenza ed è lì che si fa vivo e ci accompagna.

La mancanza del rapporto personale con Gesù e la sua parola ha portato a non avere l’esigenza di trasmettere l’esperienza di Fede; leggendo la Sacra Scrittura e vivendo l’Eucarestia quotidiana, questo desiderio rinasce. Più diventa frequente in noi il desiderio ed il bisogno di stare alla presenza di Gesù, più si comincia a vedere tutto con i suoi occhi (ne sono un esempio i santi).
La gioia di accostarsi all’Eucarestia cresce con l’età e l’esperienza, ed è talmente grande che commuove e crea l’esigenza di trasmettere la Fede a coloro che si avvicinano tutti i giorni. La testimonianza dell’incontro con il Signore deve iniziare in famiglia. Secondo alcuni, la testimonianza è più facile con i familiari ed i conoscenti, è più difficile con gli estranei.

L’essere lontani dal Signore per un periodo, e poi ritrovarlo, porta ad avvertire la gioia e l’esigenza di trasmettere la sua parola. Questa testimonianza è fatta con la nostra debolezza, a causa delle paure e delle incongruenze della vita.

Trasmettere la propria esperienza di fede, il proprio rapporto personale con Gesù, è diventata gioia in diverse occasioni:
– durante la celebrazione eucaristica, allo scambio della pace o all’uscita dalla chiesa, quando l’incontro appena avuto con il Signore rende più forti e desiderosi di testimoniarlo;
– nel servizio educativo, quando si percepisce che attraverso di noi “grandi cose ha compiuto il Signore”;
– dopo il sacramento della riconciliazione, quando la gioia del perdono genera il desiderio di trasmettere questa sensazione agli altri;
– nel quotidiano della vita, semplicemente vivendo con stile cristiano, assumendo gli atteggiamenti di Cristo nelle relazioni con gli uomini.

La bellezza della presenza e dell’incontro con il Signore la si può vedere anche in esperienze particolari, quali un pellegrinaggio, gli incontri di Taizè o ancora nella commozione di vedere i bambini che fanno la loro prima confessione o nell’atmosfera creata dai giovani in preghiera, durante una veglia. Esperienze come queste ti coinvolgono e ti danno una gran gioia, che senti il desiderio di comunicare.

È importante comunicare con le parole il messaggio di Cristo, anche se non sempre sembra di mettere in pratica i suoi insegnamenti. “Io credo perché credi tu”: ci si sostiene a vicenda. Infatti, nessuno può stare senza la Chiesa e mantenere la fede solo per esperienze personali; è importante dare testimonianza, rifarsi alla vita dei Santi. Spesso s’incontrano persone (anche giovani) che ti confidano le loro difficoltà, magari per la paura di affrontare la vita o per il difficile rapporto con i figli. La parola di conforto, alla luce della fede, il dialogo che riusciamo ad instaurare, sono accolti con grande riconoscenza. Mettendosi nelle mani del Signore, si trova la forza per confortare e testimoniare la fede.
Sono necessarie la fiducia e convinzione che la testimonianza gioiosa è possibile solo grazie alla potenza del Signore che opera con il suo Spirito.

L’esperienza del catechismo aiuta a crescere nella preghiera e nell’ascolto. La gioia di trasmettere l’esperienza di fede si concretizza nel rapporto con i bambini del catechismo, ai quali si cerca di far capire la gioia di vivere seguendo la semplice regola che Gesù ci ha dato: ama il prossimo tuo come te stesso.

Un’altra occasione di testimonianza sono il volontariato e l’incarico di ministro straordinario, che consente di trasmettere con soddisfazione il rapporto vissuto con Dio; viene il desiderio di trasmettere speranza. Sono occasioni per spargere il “profumo” di Cristo.

È importante, nella comunità, condividere l’esperienza della conoscenza del Signore confrontandosi.


2. Quali delle tentazioni descritte ai nn. 15-17 della Lettera pastorale ritroviamo maggiormente in noi e nell’azione pastorale? In che modo si manifestano? Come viviamo la spiritualità della debolezza evangelica proposta dal Vescovo a chi è chiamato a farsi missionario?

La tentazione che emerge maggiormente è quella del compromesso con il mondo, quella di un senso d’incapacità che blocca la testimonianza vera e coraggiosa, che si manifesta:
– in una scarsa fiducia nel proprio rapporto di fede con Gesù e nella sensazione di non avere le capacità di testimoniarlo;
– nel sentirsi impotenti di fronte al mondo, nei luoghi in cui si è chiamati a testimoniare;
– nella presunzione del pensare che gli altri non sarebbero in grado di capire quello che si vuole testimoniare.
Un’altra tentazione si trova nell’azione pastorale, quando non riusciamo a comunicare il “profumo” di Cristo perché ci sentiamo un po’ “troppo esperti” di Gesù. Può capitare che viviamo l’azione pastorale quasi come fosse un lavoro, senza farci coinvolgere intimamente.
Due tentazioni sono poi vivere l’impegno pastorale senza attingere alla fonte di Dio e rinnegare la realtà cristiana nei vari contesti quotidiani, per non “offendere” nessuno, per “stare con tutti”.
La spiritualità evangelica è spesso vissuta a sprazzi, perché presi dalle attività ed iniziative, puntando solo a noi stessi. C’è un’incongruenza tra l’essere nella gioia e perderla nella frenesia giornaliera: spesso le nostre celebrazioni eucaristiche sono la manifestazione di ciò, con persone “fredde”, tristi…
Anche da religiosi spesso si vive la tentazione di non credere fino in fondo e allora c’è la necessità di alimentare la fede: davanti a Gesù ci si rafforza. Nei momenti di smarrimento, quando ci si sente nella situazione di “minoranza”, anche in famiglia, è importante lasciarsi guidare dal Signore.
Bisogna nutrirci di Cristo e, a volte per pigrizia non lo si fa. Ciò, leggendo le parole del Vescovo, ci si rende conto che è opera del Maligno. Se si perde il contatto con Dio, si finisce per inaridire. Allora, l’Eucarestia, la preghiera e la lettura del Vangelo sono necessarie.
Ci si rende conto che è difficile portare testimonianza al di fuori dell’ambito dell’Oratorio, dei gruppi parrocchiali. La tentazione diffusa nel mondo del lavoro è quella di adeguarsi ai discorsi correnti, con il risultato di vivere due vite diverse, pur con il desiderio di combattere questo modo comune di pensare e vivere. è difficile, nel luogo di lavoro e di vita, trasmettere la propria esperienza di fede, quando si è in minoranza. La tentazione è di restare indifferenti, evitando il dialogo ed il confronto.
Non si tratta di fare gli eroi ma, piuttosto, di cercare di trasmettere la propria fede attraverso l’umiltà, l’aiuto, la vicinanza, vedendo Gesù nelle persone che si hanno attorno. Così, di fronte alle persone che chiedono la carità, quando magari si dice che si tratta di un imbroglio, è necessario farla ugualmente perché nella persona che ci chiede aiuto si vede il volto di Gesù.
Bisogna mettere in conto le sconfitte (per es. nel richiamare espressioni offensive verso il Cristianesimo, nel sentir l’accusa di ambiguità di molti cristiani) e non sentirsi mai arrivati, nello sforzo di voler bene anche a chi non ce ne vuole. In questo, va chiesto sempre aiuto al Signore, perché noi siamo veramente dei fragili vasi di creta che devono attingere continuamente a Lui.
È stato fatto notare come sia fondamentale provare il sentimento dell’umiltà (vedi i dieci gradi dell’umiltà di san Benedetto), nel riconoscere la propria debolezza, anche nella paura della morte.

La debolezza evangelica sta anche nella natura dell’annuncio evangelico.
È difficile entrare nella dinamica della debolezza evangelica; importante è sostenerla con la preghiera e la riflessione personale. Si entrare nella grazia di Dio attraverso l’ascolto: siamo vasi di creta forati che emanano il “profumo” di Cristo; il Signore ci rasserena e ci conforta nella nostra azione evangelizzatrice. L’efficacia del messaggio non dipende da noi ma dall’azione dello Spirito Santo. Dobbiamo convertirci per capire l’importanza di trasmettere la gioia dell’incontro, soprattutto è importante cogliere le occasioni di formazione personale che arricchiscono il nostro annuncio.