Brevi catechesi sulla celebrazione eucaristica

Assemblea liturgicaPubblichiamo le brevi catechesi proposte durante le messe delle prime quattro domeniche di Quaresima.

L’assemblea liturgica

Partiamo senz’altro dal valore dell’assemblea liturgica che tutti insieme formiamo: noi, oggi, siamo qui in questa chiesa e formiamo questa assemblea perché il Signore ci ha convocato e noi abbiamo risposto positivamente.
C’è dunque una dimensione vocazionale di cui avere sempre consapevolezza. L’uomo è vocazione in sé, è chiamato da Dio all’esistenza, a credere, ad amare e assumere un compito, una missione nel mondo.
Anche la Chiesa è il frutto di una chiamata divina. È Dio che ci chiama a costituire il suo popolo. Noi, ora, qui, siamo la Chiesa di Dio nella sua espressione più alta, qui noi esprimiamo la nostra identità comunitaria più profonda.
La prima azione liturgica non è il canto d’ingresso, ma questo Dio che chiama e noi che rispondiamo positivamente costituendo l’assemblea liturgica. Soggetto dell’azione liturgica è questa assemblea animata dallo Spirito Santo.
Siamo tutti invitati ad uscire da una visione individualistica nel rapporto con Dio, per accogliere la bellezza di appartenere ad un popolo radunato dal Signore, al quale lui vuole parlare e offrire i suoi doni più preziosi.
Da qui l’importanza di arrivare in orario a questo appuntamento domenicale e dare visibilità a questo popolo, cercando di riempire i posti a sedere nella navata centrale prima di cercare posto nelle cappelle laterali, a meno che non si tratti di famiglie giovani con i loro bambini. Non va dimenticata poi l’importanza della partecipazione attiva a tutta la celebrazione pregando e cantando insieme, non assistendo in silenzio.

I tre poli della celebrazione eucaristica: l’altare, l’ambone e la sede

L’altare è il cuore, il centro dell’assemblea eucaristica e della chiesa stessa: è la presenza del Signore Gesù sacerdote, vittima e altare in mezzo al suo popolo. Proprio per questo viene consacrato con il sacro crisma dal Vescovo e i ministri lo baciano, lo incensano e lo venerano con l’inchino. Non può dunque essere trattato come un tavolo qualsiasi sul quale appoggiare un po’ di tutto.
Negli atti degli Apostoli non troviamo il termine “altare” per indicare la Mensa del Signore né si usava la pietra per costruirlo. Si temeva, infatti, che venisse confuso con gli altari pagani, perciò si preferì farlo come un tavolo di legno e chiamarlo mensa per la celebrazione della Cena del Signore. Si sottolineava così la dimensione conviviale della celebrazione.
Fu però chiaro fin dall’inizio che non si intendeva celebrare solo la memoria dell’Ultima Cena, durante la quale Gesù istituì l’Eucaristia, ma fare riferimento anche al sacrificio di Gesù sulla croce. D’altra parte le parole pronunciate da Gesù non lasciavano spazio a dubbi: spezzando il pane e versando il vino Lui voleva riferirsi al sacrificio che avrebbe offerto sulla croce.
Con il passare dei secoli sparì anche il timore che si confondesse l’altare cristiano con l’ara pagana, perciò lo si chiamò tranquillamente altare e lo si costruì in pietra. La riforma liturgica del Concilio Vaticano II ha cercato di mettere insieme l’idea di mensa conviviale e di altare del sacrificio per sottolineare che il sacrificio eucaristico è conviviale e il convitto è sacrificale. In altre parole noi siamo qui non solo per ricordare il dono del corpo e sangue di Gesù sulla croce, ma anche per nutrirci del pane e del vino che sono il sacramento di quel corpo e di quel vino donati sulla croce. Siamo qui per fare la comunione con il dono d’amore di Gesù.

L’ambone. Il nome deriva dal greco anabaino che significa salgo. Infatti, si tratta di uno spazio liturgico che dovrebbe essere un po’ elevato e nobile dal quale viene proclamata la Parola di Dio all’assemblea.
La Chiesa degli Apostoli l’aveva ereditato dal culto giudaico. Negli anni però era lentamente scomparso e sostituito dal pulpito, che normalmente veniva collocato in alto in una parete della chiesa e dal quale i sacerdoti offrivano le loro prediche e le catechesi. È con la riforma del Concilio Vaticano II che l’ambone ha riconquistato lo spazio liturgico proprio.
La distinzione dell’ambone dall’altare e, nello stesso tempo, la sua connessione con esso, permette a noi tutti di cogliere il significato della duplice mensa alla quale il Signore ci fa partecipare e mette in evidenza che soltanto se riconosciamo il Signore nella sua Parola potremo riconoscerlo anche nello spezzare il pane.
L’ambone perciò come mensa della Parola deve essere riservato unicamente alla proclamazione delle letture, del salmo responsoriale e dell’annuncio pasquale (preconio), ma può essere usato anche per l’omelia del celebrante e la preghiera dei fedeli.
Non è invece consentito dare annunci, informazioni o anche spunti di riflessione dall’ambone. Per questi tipi di messaggi o per altri servizi liturgici è bene usare un leggio più semplice, posto in un altro luogo della chiesa.
All’ambone possono accedere solo i ministri che intervengono per la liturgia della Parola.
Proprio perché così importante nella liturgia questo luogo liturgico deve essere visibile, esprimere una certa consistenza, stabilità e nobiltà.

La sede, dalla quale il Vescovo presiedeva l’Eucaristia e parlava al popolo, fu chiamata cattedra. Proprio per questo, anche oggi, la chiesa principale della Diocesi, nella quale il Vescovo celebra le liturgie più importanti, si chiama cattedrale (la chiesa dove sta la cattedra del Vescovo).
Anche questo luogo liturgico, con la riforma conciliare, ha ritrovato la sua funzione di servizio all’assemblea nella persona del sacerdote, delegato del Vescovo e, insieme, la caratteristica di presidenza della celebrazione a nome di Cristo. Dalla sede, infatti, il sacerdote che presiede la celebrazione eucaristica ripresenta sacramentalmente Cristo pastore e guida del suo popolo. Da qui la sua importanza, visibilità e dignità.
Dalla sede il sacerdote accoglie e saluta l’assemblea radunata dal Signore, invita tutti a mettersi nelle disposizioni migliori per ascoltare la sua Parola e accogliere i suoi doni. Sempre da questo luogo innalza la preghiera a nome di tutti e, dopo l’ascolto delle letture, può anche offrire la sua omelia.
Lascia la sede e si sposta all’altare solo per la seconda parte della S. Messa, per la liturgia eucaristica. Dopo la comunione, lascia l’altare e ritorna alla sede per le preghiere conclusive, per la benedizione e per il congedo dell’assemblea.
Non è dunque corretto che il sacerdote rimanga sempre presso l’altare e vada alla sede solo per sedersi durante le letture o nei momenti di silenzio, ma sia là dove il momento liturgico prevede la sua presenza: ora alla sede, ora all’ambone, ora all’altare. In ogni luogo, infatti, i vari ministri coinvolti nella celebrazione devono esprimere, al momento opportuno, il loro servizio proprio, a favore di tutta l’assemblea.