Cento anni fa (novembre-dicembre 1917)

Ex Casa Sgorlon a Palazzetto
Ex Casa Sgorlon a Palazzetto

In seguito alla disfatta di Caporetto (24 ottobre 1917), con l’attestazione del fronte di guerra sul Piave, anche i paesi del basso corso del fiume divennero tragico teatro di guerra: alla sinistra del fiume si insediarono le armate austro-ungariche, mentre alla destra la terza armata italiana.
Negli ultimi due mesi del 1917 si consumò così la prima battaglia del Piave (la seconda sarebbe stata quella del Solstizio nel giugno del nuovo anno). Con la “battaglia d’arresto” si era passati dalle rocce del Carso alle paludi del Basso Piave.
All’inizio dell’occupazione, il Comando dell’Isonzo Armee s’insediò a Villa Ronchi di Palazzetto e, per una decina di mesi, nella azienda De Faveri in località Fiumicino (Cittanova) di San Donà.
Con chi non riuscì (la popolazione rurale) o non volle fuggire (qualcuno che sperava di proteggere le proprie case) rimasero il clero, le due comunità (dell’asilo e dell’ospedale) delle suore di Maria Bambina e il medico dott. Pietro Perin. Da principio, il parroco Saretta ed i suoi cappellani assieme alle suore si “rifugiarono” a Palazzetto e Grisolera.
Nella concitazione e confusione di quei giorni, i sacerdoti e le altre persone che facevano loro riferimento non avevano ben capito che, pur allontanandosi di qualche chilometro da San Donà e rifugiandosi presso luoghi conosciuti, continuavano a rimanere in prima linea… almeno nelle prime settimane. Ben presto, infatti, il fronte di guerra in quel tratto di territorio fu spostato di 4-5 chilometri più ad ovest, sino alla Piave Vecchia.
Nelle settimane sul finire dell’anno quel gruppo di civili si rifugiò in case ancora presenti, anche se alcune ridotte ormai a ruderi: il Conventino, le case Pasqual, Sant e Sgorlon nella campagna di Grisolera (futura Eraclea) e Palazzetto.
Nella casa della famiglia Sgorlon, a Palazzetto, si organizzò subito un’infermeria, il rifugio per i profughi ed una piccola cappella. Questo edificio fu il punto di riferimento e rifugio per molti profughi di San Donà, Grisolera, Cavazuccherina (Jesolo), Passerella e Chiesanuova. Le persone delle comunità in destra Piave riuscirono a raggiungere casa Sgorlon attraverso le passerelle costruite dai soldati tedeschi ed austriaci.
Il 5 novembre nel pollaio che si trovava di fronte alla casa fu nascosto un cassone con parte dei preziosi arredi sacri della chiesa arcipretale di San Donà. Capitò però che i muli e gli asini, sistemati poi dagli austriaci in quel ricovero, con il loro scalciare fecero scoprire la preziosa cassa. Grazie però alla complicità della guardia austriaca, profumatamente ripagata, la famiglia Sgorlon nascose la cassa nel letamaio della casa e lì sarebbe rimasto sino a guerra ultimata. Tra quegli oggetti c’erano anche le sei lanterne che ora si trovano appese nel presbiterio del Duomo.
L’8 novembre giunse a casa Sgorlon il cappellano don Umberto Marin. Mons. Luigi Saretta arrivò invece solo il 16 novembre, proveniente dall’abitazione della famiglia Sant di Grisolera. Lui e don Marin curarono la vita spirituale e confortarono come poterono le persone rifugiate, difendendole spesso dai soprusi e violenze di militari, indisciplinati e spesso ubriachi, dell’esercito invasore.
Dopo le prime “scaramucce”, a partire dal 13 novembre seguirono le battaglie più dure. Nella campagna ridotta ad un acquitrino le due opposte linee si trincerarono come meglio poterono. La popolazione, rimasta nei luoghi di battaglia, non fece vita più agiata dei militari in trincea.
Nei pochi momenti di tregua dal fuoco, il 17 novembre il gruppo di profughi sandonatesi riuscì a adornare a festa la piccola cappella allestita in casa Sgorlon, utilizzando le tende prelevate dalla vicina Villa Ronchi, ormai distrutta dal fuoco italiano.
Domenica 18 novembre fu celebrata la s. Messa in casa Sant: parteciparono le suore, la famiglia e molte altre persone.
La domenica 2 dicembre, prima di Avvento, con la sua mesta liturgia, accrebbe la invincibile malinconia, ma nello stesso tempo infuse un po’ di speranza suscitando nei cuori il completo abbandono nelle mani di Dio”. Quel giorno, nella camera adibita a cappella della famiglia Sant furono celebrate due S. Messe “la seconda cantata con la spiegazione del Vangelo e il catechismo dopo mezzogiorno”.
In quei giorni l’arciprete dovette più volte benedire salme di civili caduti nella campagna sotto il fuoco dell’artiglieria italiana o dalle pallottole asburgiche. Non mancò tuttavia anche la festa per un battesimo.
Il 5 dicembre era un mercoledì. Alle prime luci dell’alba un pallone frenato (“draken”) austriaco si alzò ancora nel cielo sopra Rustignè di Oderzo per segnalare all’artiglieria le posizioni delle truppe italiane, che di lì a poco furono flagellate di colpi. Fu l’ultima volta, perché l’aviatore sandonatese sottotenente Giannino Ancillotto quel giorno compì una delle sue imprese più gloriose, abbattendo il draken (definito il “drago di Rustignè”) a bordo del suo aereo Nieuport Bebè.
Intanto nello stesso giorno, l’arciprete Saretta celebrò la Messa nella chiesa di Grisolera (Eraclea); era presente anche il feretro di una donna morta il giorno prima. Terminata la funzione una pioggia di granate fece crollare la parte della chiesa ancora in piedi: quella fu l’ultima messa celebrata in quell’antica chiesa parrocchiale, di cui poco dopo rimasero solo macerie.
Quando, il 7 dicembre, i soldati bosniaci dell’esercito asburgico costrinsero con la forza mons. Saretta a lasciare casa Sgorlon, con lui c’erano oltre un centinaio di persone. Quel misero gruppo si incamminò scortato dai  militari verso Stretti e Torre di Mosto.
Dopo alcuni giorni si ritrovarono tutti a Portogruaro: il 16-17 dicembre arrivarono le suore, raggiunte il giorno seguente da mons. Saretta. Furono ospitati dal parroco di Sant’Agnese don Luigi Bortoluzzi.
La notte di Natale le suore e alcuni profughi di San Donà parteciparono alla S. Messa di mezzanotte presieduta da mons. Saretta nella chiesa di Sant’Agnese, alle porte di Portogruaro. Così la parrocchia sopravviveva, in quella solennità, nella tragicità della guerra.
L’indomani, 25 dicembre, l’arciprete preferì rimanere in canonica, mentre le suore parteciparono alla funzione nel Duomo di Portogruaro, gremito di ufficiali e soldati austriaci e da pochi civili: tutti insieme a pregare.
Il 31 dicembre 1917 mons. Saretta, le suore ed il popolo parteciparono alla celebrazione nella Cattedrale di Portogruaro. Il Vescovo di Portogruaro affidò all’arciprete di San Donà l’incarico di tenere il discorso d’occasione in quella delicatissima circostanza.
M.F.