Cento anni fa

È trascorso un secolo da quando il territorio del Basso Piave cominciò ad essere direttamente coinvolto nelle vicende belliche della prima guerra mondiale.

A qualche giorno dall’arrivo dell’esercito austro-ungarico sino alla sponda sinistra del fiume Piave (nuovo fronte dopo la disfatta di Caporetto), iniziò l’esodo delle popolazioni inermi. 

Per la popolazione, assieme al clero ed alle religiose che rimasero dalla parte di San Donà, iniziarono duri mesi di convivenza con i militari nemici e la migrazione da una zona all’altra del territorio sino, per molti,  alla meta finale di Portogruaro. 

Con gli ultimi giorni dell’ottobre 1917 la guerra, improvvisamente, divenne una cruda realtà anche per il territorio del Basso Piave, sino ad allora coinvolto solo indirettamente nelle vicende belliche.

A tre giorni dai fatti bellici di Caporetto (24-25 ottobre 1917), che segnarono la disfatta della Seconda Armata italiana, una vera e propria fiumana di profughi disperati e senza meta e con ogni mezzo, sotto una fitta pioggia, cominciò ad attraversare San Donà. Era la sera di domenica 28 ottobre. Solo il giorno precedente si era saputa la notizia della disfatta italiana nella dodicesima battaglia dell’Isonzo.

Erano civili provenienti soprattutto dal Friuli, poiché Cividale e Udine (dove, prima di Caporetto, era insediato il quartiere generale di Cadorna) erano già cadute in mano agli asburgici e tedeschi, i quali avevano attraversato inarrestabili e con calma il fiume Tagliamento.

Percorrendo l’attuale Triestina, negli ultimi tre giorni di ottobre attraversarono la cittadina anche le truppe sbandate di quel che rimaneva della Seconda Armata e quelle della Terza Armata, in ritirata dal Carso, cui fu affidata l’estrema difesa del fronte del Piave.

Venerdì 2 novembre, oltre trecento cappellani militari celebrarono l’Eucarestia nel Duomo, la chiesa parrocchiale consacrata nel 1842, quando era parroco mons. Rizzi.

Intanto il giovane arciprete Saretta (aveva 32 anni) e i suoi coadiutori, ricevettero l’ordine del Vescovo Longhin di rimanere assieme alla popolazione, soprattutto rurale, rimasta in sinistra Piave. Da quel momento si prodigarono per salvare il salvabile materiale, ma soprattutto per proteggere e sostenere la popolazione.

Domenica 4 novembre, quando il transito della truppa in ritirata era quasi finito, iniziò l’esodo della popolazione sandonatese. Il Parroco aveva celebrato la prima Messa e aveva predicato per l’ultima volta dal pulpito, dicendo che sarebbe rimasto con i suoi parrocchiani a dividere le “lagrime, le sofferenze e gli strazi della prigionia”.

La mestizia era grande in quell’ultima funzione, coincidente con l’estremo congedo della popolazione e del suo Pastore con quell’edificio sacro che, nei mesi seguenti, sarebbe stato completamente distrutto dalle granate italiane.

In poche ore la cittadina, presto evacuata, assunse un aspetto spettrale, nella cupa attesa dell’incalzante arrivo del nemico.

Lunedì 5 novembre in piazza c’era poca gente, mancava il pane, perché i mulini non erano più funzionanti, qualche soldato sbandato si avviava all’altra sponda del Piave. Alla sera di quello stesso giorno le suore di Maria Bambina operanti dell’ospedale trasportarono 160 ammalati al treno attrezzato della Croce Rossa, che li portò al sicuro. Di lì a quattro giorni il ponte ferroviario fu fatto brillare.

Nel precipitare della situazione, alcuni persero il lume della ragione e compirono atti spinti dalla disperazione. A San Donà si registrarono episodi di sciacallaggio e saccheggio dei negozi e delle abitazioni ormai disabitate del centro cittadino.

Il 7 novembre alle ore 23.00 fu fatto brillare il campanile della Parrocchiale di San Donà, alla presenza del cappellano don Giovanni Rossetto (futuro parroco di Noventa di Piave), mentre il Parroco Saretta si trovava a Grisolera (Eraclea). Il campanile crollò a terra, sollevando una densa polvere rossa che ricoprì tutto; si abbatté su un angolo del Duomo, causandogli i primi danni.

Da quel momento per i civili fu sospeso definitivamente il passaggio sul ponte, utilizzabile solo dalla truppa.

Di ritorno da Grisolera, la mattina del giorno 8 novembre, mons. Saretta vide le rovine del campanile, ma il dolore, l’affanno di quei giorni, lo avevano reso insensibile. Così riprese il viaggio verso Grisolera per trasportare al Conventino il materiale dell’asilo e un po’ di derrate alimentari. Fu di ritorno a San Donà la sera medesima.

Quello stesso giorno furono fatti brillare il camino dello Jutificio ed il campanile della parrocchiale di Noventa.

La via di fuga verso la destra Piave venne definitivamente interrotta con la distruzione del ponte carrabile da parte della 20^ Compagnia Minatori comandata dal capitano E. Borghi, lo stesso ufficiale della demolizione del campanile del Duomo: erano le ore 11.30 di venerdì 9 novembre.

Poco dopo, nello stesso giorno, le avanguardie dell’esercito austro-ungarico si affacciarono sulla sponda sinistra del Piave: San Donà e tutto il territorio alla sinistra del fiume erano occupati!

M.F.