Cinque perle del Concilio sull’ecumenismo

Paolo VI e AtenagoraSecondo il valdese Paolo Ricca, rileggendo i testi del Concilio Vaticano II si ritrovano delle “autentiche perle” che «brillano nel testo, ma non più nel vissuto».

Esemplare il decreto sull’ecumenismo – Unitatis redintegratio – dove si trova, in particolare ai punti 3, 6 e 11, «tutto il contenuto della speranza ecumenica racchiuso in cinque perle. Basterebbe che venissero prese sul serio e valorizzate come meritano e l’ecumenismo farebbe grandi passi avanti».

1. A riguardo dei fratelli separati, il concilio cancella 500 anni di scomuniche in quanto dichiara che i “cristiani delle altre Chiese” «nondimeno, giustificati nel battesimo dalla fede, sono incorporati a Cristo, e perciò sono a ragione insigniti del nome di cristiani, e dai figli della Chiesa cattolica sono giustamente riconosciuti quali fratelli nel Signore» (n. 3a).

2. Una seconda perla fonda l’ecumenismo, in quanto concepisce che ci può essere cristianesimo fuori dai confini visibili del cattolicesimo (n 3.b), chiarendo quindi, secondo Ricca, che non si può essere cristiani se non si è ecumenici.

3. Una terza preziosità (n. 3c) riguarda «… le stesse Chiese e comunità separate…» che, «nel mistero della salvezza, non sono affatto spoglie di significato e di peso. Poiché lo Spirito di Cristo non ricusa di servirsi di esse come di strumenti di salvezza…».

4. Al n. 6 si trova poi la chiamata alla “riforma” continua della Chiesa – termine per molto tempo escluso dal linguaggio cattolico.

5. Infine, il n. 11 di Unitatis redintegratio parla di gerarchia delle verità, essenziale per l’ecumenismo perché, nell’ottica del dialogo ecumenico, consente di mettere al centro ciò che è veramente importante e centrale: «Nel mettere a confronto le dottrine si ricordino che esiste un ordine e o “gerarchia” nelle verità della dottrina cattolica, essendo diverso il loro nesso col fondamento della fede cristiana.

Sara Melchiori (dal settimanale dehoniano Settimana, del 27.01.2013, pag. 11.)