Come San Donà entrò nell’Italia unita

Regio decreto 3300 del 1866 -Le Provincie Venete fanno parte del Regno d'Italia

Teodegisillo Plateo (Maniago 1839 – San Dona’ di Piave 1909), Segretario comunale di San Dona’ di Piave alla fine del 1800, ha raccontato l’esperienza risorgimentale sandonatese nel suo libro “Il territorio di S. Donà nell’agro di Eraclea”, pubblicato nel 1907. Riportiamo in questo articolo la parte che descrive con altisonante prosa ottocentesca come San Donà entrò nel Regno d’Italia: I cittadini erano in preda ad una gioia indicibile: molte giovanette colle coccarde tricolore presero parte alla festa applaudite. Fu una solennità spontanea, commovente, improvvisata, alla quale parteciparono cittadini d’ogni classe con espressioni di letizia indescrivibile.”

Così narra Plateo: “…Venuto il 1859 S. Donà tornò ad essere occupata per qualche tempo dalle truppe austriache…

Anche in quest’epoca i sandonatesi risposero all’appello della patria schiava: alcuni furono costretti ad emigrare per sottrarsi alle vessazioni della polizia, ma i più lasciarono il paese dopo l’11 luglio 1859, in cui a Villafranca furono segnati i preliminari di pace fra Napoleone Ill e l’Austria, e si arruolarono nei volontari dell’esercito piemontese per concorrere alla liberazione del Veneto.

L’elenco municipale ci dà i seguenti nomi: Boer Antonio, Boer Giorgio, Boer Giuseppe, Bottan Nicolò, Bertacco Tommaso (*), Baron Giuseppe, Biason Vincenzo, Boscoscuro Ferdinando, Barbini Carlo, Baradel Giuseppe, Battistella Francesco, Battistella Angelo, Barbini Giovanni Battista (*), Callegber Giuseppe, Chinaglia Francesco, De Nobili Ferdinando, De Nobili Raimondo (*), Davanzo Carlo, Finotto Giovanni di Paolo, Fuser Luigi, Fuser Giovanni, Grandese Giovanni, Guerrato Francesco, Mascbietto (Pesca) Angelo, Mucelli Giuseppe (*), Murer Giovanni, Murer Pietro, Marusso Angelo (*), Pavanetto Luigi, Pavanetto Eugenio, Picchetti Luigi, Papa Giuseppe di Angelo, Trentin Angelo, Vescovo Giuseppe, Vescovi Giordano, Vescovi Giovanni, Barbin Luigi13 (* Volontario con Garibaldi nel 1866).

Di questi ritornarono in patria col grado d’Ufficiale Antonio Boer e Giuseppe Callegher; furono decorati della medaglia al valore per essersi distinti nei fatti d’armi lo stesso Antonio Boer e Papa Giuseppe fu Angelo; rimase ferito il 1° ottobre sotto Capua, Mucelli Giuseppe; morì poi valorosamente combattendo al Volturno contro i borbonici il 2 ottobre 1860 Vincenzo Biason. La speranza della liberazione del Veneto ogni giorno cresceva e spesso facevano capolino audaci manifestazioni; tutte le occasioni erano buone per far comparire spiegate le bandiere tricolori, per abbattere e sfregiare stemmi austriaci, per far tuonare petardi ed altro. Fra questi scatti d’italianità meritano menzione i seguenti:

La notte del 24 giugno 1863, quarto anniversario delle battaglie di S. Martino e Solferino, fu inalberata sul culmine del tetto della residenza municipale, ora uffizi dei consorzi, una bandiera tricolore di seta, regalata dalla signora Giovanna Guarinoni, nota per i suoi sentimenti patriottici. All’alba del dì seguente il vessillo sventolò superbo fin tanto che la polizia, scompigliata da tanta baldanza, non riuscì ad impadronirsi del corpo del reato, sul quale s’imbastì analogo processo politico.

Questa dimostrazione ardita, ispirata da alcuni signori del paese, ebbe per intrepidi e avveduti esecutori Giuseppe Mucelli, Giuseppe Baradel e Leopoldo Zaramella, tre distinti operai, tre buoni cittadini, tre ottimi patrioti, i due primi già appartenenti ai volontari del patrio riscatto, e il terzo arruolatosi nel 1866. Il vessillo incriminato venne dal Pretore custodito nel luogo più sicuro dell’ufficio, ossia nel cassetto della propria scrivania.

Nell’ottobre dello stesso anno il Mucelli e lo Zaramella, ai quali si associò Antonio Battistella, tre falegnami decisi di riavere la bandiera, resa sacra dalla persecuzione austriaca, approfittando di una notte in cui imperversava il temporale, con un vento infuriato e con abbondanti scariche di tuoni, penetrarono nell’ufficio pretoriale, ora caserma delle Guardie di Finanza, e scassinate porte e cassetti poterono prendere la bandiera tanto desiderata e uscire inavvertiti.

L’ardua impresa destò in paese grande rumore per il fatto che non furono toccati i denari dei depositi e gli oggetti di valore che si trovavano accanto alla bandiera, e gli autori della sottrazione di questa non lasciarono tracce del loro passaggio. Tuttavia le perquisizioni domiciliari si estesero a molte persone sospette di sentimenti patriottici, ma senza esito, perché la bandiera, bene piegata, poté dal Mucelli venir nascosta nel vuoto invisibile praticato ingegnosamente, in un tagliere di legno, che rimase appeso in cucina insieme a vari altri, e sfuggire così all’occhio vigile della polizia.

Nell’aprile 1864 altro vessillo tricolore, opera di altre persone, a cui sorrideva il pensiero di patria e di libertà, comparve spiegato sopra la croce di ferro della chiesa parrocchiale che guarda la piazza. Questa bandiera, benedetta dal sacerdote sandonatese Giuseppe Nardini e collocata coraggiosamente da Giuseppe Mucelli, assistito da Baradel Giuseppe, impressionò il popolo, che nel mattino seguente la vide sventolare. A ricordare questa dimostrazione dopo il 1866 venne fregiata dei tre colori la banderuola in ferro che segna i venti sotto la croce, la quale tuttora colpisce l’occhio del passante, a cui fa balenare l’idea del diavolo e dell’acquasanta.

Nel mese seguente, per opera di Giorgio Boer e Domenico Novello, vennero colorate le tre campane col rosso, bianco e verde. Il 18 agosto dello stesso anno, nella ricorrenza dell’anniversario della nascita dell’imperatore d’Austria, la campana maggiore si trovò senza battaglio, e, quando andarono per suonare a festa onde ricevere in chiesa le autorità civili e militari, le campane risposero col suono da morto! Satira crudele!

Tutte queste ardite dimostrazioni, come è naturale, inasprirono la polizia corbellata.

Regio Decreto dell'11 agosto 1866Nel giugno 1866, approfittando della breve assenza del telegrafista austriaco, alcuni cospiratori ispirarono, e due arditi operai eseguirono il trasporto dell’apparato telegrafico Morse, per impedire al governo di aver notizie.

In quest’epoca, ultima tappa dei combattimenti contro la schiavitù, come nel 1859 e 1860, vari cittadini di S. Donà presero parte alla campagna contro gli Austriaci e Rasa Francesco Gaspare morì combattendo nella infausta giornata di Custoza.

Si arruolarono nelle bande armate per rinforzare il corpo dei volontari comandati dal generale Garibaldi, oltre i cittadini più sopra segnati con asterisco, Boccato Pietro, Battistella Luigi, Battistella Antonio, Bertacco Luigi, Finotto Francesco, Murer Antonio, Pasini Angelo, Pasini Giovanni, Pavanetto Angelo, Stalda Luigi, Stalda Francesco, Sante Luigi, Striuli Luigi, Trentin Giovanni e Zaramella Leopoldo, alcuni dei quali, se non poterono incontrare il nemico, come era loro intenzione, hanno però dimostrato che per la patria si sarebbero sacrificati.

Furono chiamati alle armi per la restituzione di Roma all’Italia molti sandonatesi, ma soltanto Luminato Luigi, Furlanetto Giovanni, Battistella Francesco, Canever Costante, Dal Moro Angelo, Rorato Luigi e Dus Angelo ebbero la grande soddisfazione di entrare trionfanti nella città eterna il XX settembre 1870.

Abbiamo qui esposti i nomi dei valorosi sandonatesi che pugnando per l’unità e l’indipendenza della patria versarono il loro sangue sui campi di battaglia, di quelli fra essi che furono feriti o che meritarono la medaglia al valor militare, nonché di tutti gli altri che offersero e esposero impavidi la loro vita per spezzare le catene del servaggio, onde additarli alla gratitudine imperitura dei presenti e dei posteri, e ci auguriamo che la lapide ai caduti combattendo venga completata coi nomi di Bincoletto, De Nobili, Rasa ed altri, per meglio eternare l’eroica fine di questi valorosi concittadini, certi che al marmoreo ricordo non mancherà mai il conforto di «amorosi lauri.

Se qualcuno ci dirà: Quarant’ottate! Quarant’ottate! noi risponderemo che coll’anima gelida come un’arca sepolcrale, senza fremiti per gli oppressori, senza palpiti per la libertà, senza il vessillo di S. Marco, il carroccio e la bandiera tricolore, i secolari dominatori d’Italia non avrebbero rivarcati i monti, e le libere forme non ci avrebbero aperte le vie feconde del miglioramento morale e materiale.

Il 18 luglio 1866, dopo quasi settant’anni di dominazione straniera, S. Donà poté sciogliere un inno alla libertà. All’alba i cittadini, solleciti come scoiattoli, staccarono tutti gli stemmi austriaci dagli uffici pubblici e dalle privative e alle sette antimeridiane nella pubblica piazza gremita di popolo plaudente furono distrutti dal fuoco al grido: «Viva l’Italia!».

Un’ora dopo l’autodafè, giunsero in paese cinque cavalleggeri Monferrato, accolti da ovazioni entusiastiche. La bandiera tricolore che era stata nascosta in casa Mucelli uscì dal tagliere e assieme a tante altre, improvvisate per incanto, poté sventolare liberamente. Verso sera giunsero un capitano e alcuni ufficiali di fanteria, che furono ospitati in casa Bortolotto, dove si recarono i notabili del paese a festeggiarli colla banda civica, Il paese venne interamente illuminato; furono accesi dei fuochi d’artificio, sparati dei mortaretti e suonate marce patriottiche. I cittadini erano in preda ad una gioia indicibile: molte giovanette colle coccarde tricolore presero parte alla festa applaudite.

Fu una solennità spontanea, commovente, improvvisata, alla quale parteciparono cittadini d’ogni classe con espressioni di letizia indescrivibile.”