Consacrazione del Duomo.

La ricorrenza degli 80 anni dalla consacrazione del Duomo di San Donà di Piave cadeva significativamente nell’anno 2005 dedicato all’Eucarestia. Infatti, la consacrazione dell’edificio sacro, sabato 19 settembre del 1925, avvenne per mano del vescovo di Treviso, il beato Mons. Longhin, all’inizio delle celebrazioni del Congresso Eucaristico (21-27 settembre 1925).

La devastazione del paese, che fino dai primi giorni della resistenza sul Piave si trovò necessariamente sotto i tiri delle nostre possenti artiglierie, si ripercosse anche sugli edifici sacri. La chiesa distrutta non ha in piedi che i muri perimetrali, tormentati e torturati dal fuoco…”

Così si esprimeva mons. A. Giacinto Longhin, il beato Vescovo di Treviso, dopo la sua visita alle macerie del Duomo di San Donà, distrutto nell’anno di guerra combattuto nel Basso Piave (1917-18).

Il parroco di San Donà, mons. Saretta, si prodigò, a pochi mesi dopo l’armistizio, per organizzare le pratiche necessarie alla sua ricostruzione. Così, già un anno dopo la fine della guerra (dicembre 1919), iniziarono i lavori di costruzione del nuovo edificio sacro. Il progetto fu affidato all’architetto veneziano Giuseppe Torres.

Quattro anni più tardi, l’11 marzo 1923 quarta domenica di Quaresima, la chiesa fu aperta al culto. Rimanendo però alle parole di mons. Chimenton, quella non potè essere considerata la festa dell’inaugurazione, poiché “le inaugurazioni portano con sé la grandiosità delle cerimonie e dei festeggiamenti“. Quella, allora, si può definirla “la festa del pianto e della gioia di mille anime che si riversarono d’improvviso, inaspettatamente, nel tempio, dopo cinque anni di un abbandono doloroso e avventuroso“.

La consacrazione vera e propria si tenne due anni dopo, il 19 settembre del 1925, in occasione del Congresso Eucaristico tenutosi a San Donà. Una lapide marmorea con la scritta in latino sul fondo del Duomo ricorda l’evento. Vi è incisa la data del 22 ottobre, quando fu collocata, per celebrare l’anniversario della liberazione di San Donà dall’esercito austro-ungarico (1918). Nella lapide appaiono i nomi di Meduna e Diego (progettisti della precedente chiesa), dell’arciprete Rizzi e del Vescovo Soldati; inoltre, sono ricordati Longhin e Saretta come “costruttori” del nuovo edificio.

Il sig. Aldo Boccato (1913-2006), un parrocchiano di sempre del Duomo (essendo sempre vissuto in una casa di Via XXVIII Aprile), ricordava: “Con le pietre del Duomo distrutto si sono costruite molte case di allora in Piazza Rizzo“. Da piccolo (sono i primi anni ’20), per guadagnarsi qualche soldo, andava a portare i mattoni che servivano per la ricostruzione del campanile, fatto brillare dai nostri militari nel novembre del ’17 all’avanzata degli austro-ungarici. Al sig. Aldo è rimasta impressa quella volta quando sollevarono le campane del nuovo campanile. Fu utilizzato un sistema di argani grazie al quale un gran numero di persone, tirando una lunghissima fune, issò fino in cima le pesanti campane, che risuonarono a festa il sabato santo del 1923, dopo sei anni di “silenzio”…

Il nuovo edificio sacro fu ricostruito con i fondi del Commissariato per le Terre Liberate; mons. Saretta s’ingegnò nella raccolta di fondi per la predisposizione degli altari interni.

A questo proposito, il geometra Leandro Rizzo, grande amico del Saretta, ricorda come l’arciprete riusciva astutamente a ricavare finanziamenti anche da quei signorotti locali che, magari, tanto clericali non erano. Diceva al signor X: “Sono appena stato dal commendator Y, che mi ha promesso il finanziamento di quell’altare: non vorrà mica essere da meno di lui?” E poi correva subito dal signor Y per porre la stessa domanda appena fatta a X…

Sempre Lendro Rizzo ricorda un piccolo episodio che sottolinea come questo Duomo stesse a cuore a don Luigi Saretta. Il parroco, di ritorno da un suo viaggio in Brasile (erano gli anni ‘50), andò su tutte le furie nel vedere la chiesa sottosopra per i lavori di rifacimento degli impianti elettrici, da lui stesso commissionati. Il geometra Rizzo, capendo che si trattava di uno sfogo dovuto anche alla stanchezza, fece uscire tutte le maestranze. Il giorno dopo – con Saretta di nuovo calmo – si riprese il cantiere…

Nello spirito di rendere più familiare questa nostra “casa di fede”, consapevoli che si ama ciò che si conosce, si è recentemente prodotto un libro che illustra l’aspetto tecnico-artistico delle vetrate che adornano il Duomo, bel prodotto d’arte e devozione.

Marco Franzoi