Cos’è la preghiera? Intervista a Enzo Bianchi

Enzo BianchiIntervista a Enzo Bianchi, Priore di Bose – JESUS,

Monastero di Bose

Quale ragione l’ha spinta a scrivere un libro sulla preghiera? (Enzo Bianchi, Perchè pregare, come pregare ed. San Paolo)

Avevo scritto prima dei 30 anni un libro sulla preghiera, che conobbe un grande successo (Il corvo di Elia, 1972). A distanza di quasi 40 anni ho avvertito la necessità di porre di nuovo, innanzitutto a me stesso, alcune domande sulla preghiera: perché pregare? Come pregare? Quali sono gli ostacoli alla preghiera? Tenendo inoltre conto dei cambiamenti intervenuti nel mio modo di vivere la fede nonché dell’esperienza di aver ascoltato tanti uomini e donne, i quali mi confidano le loro gioie e le loro difficoltà nel pregare, ho deciso di scrivere questo libro. Anche perché, se è vero che oggi la preghiera sembra conoscere un risveglio e un rinnovato interesse, sovente mi domando se questo fenomeno non vada collocato all’interno di una religiosità che non corrisponde alla vera preghiera cristiana, la quale nasce dall’ascolto di Dio. Nella preghiera cristiana, infatti, Dio precede ogni nostro sforzo: prima che lo cerchiamo lui ci ha cercato, prima che gli rispondiamo lui ci ha chiamato, prima che gli offriamo la nostra attenzione e la nostra vita lui ci ha amato in modo gratuito e preveniente.

Nella sua radice più profonda, cos’è la preghiera?

Come già ho accennato, la preghiera cristiana è innanzitutto ascolto. Dio ci parla: questo è lo straordinario della nostra fede. Per farsi conoscere Dio ha scelto liberamente di rivelarsi a noi, di alzare il velo su di sé dandoci del tu. Questo mi sembra il nucleo della preghiera cristiana, ben espresso dalla preghiera fatta dal giovane re Salomone che, in risposta all’invito rivoltogli da Dio di chiedergli qualunque cosa, dice: “Donami, Signore, un lev shomea‘, un cuore capace di ascolto” (1Re 3,9). Noi uomini abbiamo bisogno essenzialmente di questo, per conoscere la volontà di Dio e ad essa ispirare la nostra vita, per accogliere l’amore di Dio e rispondergli amando lui e i nostri fratelli, gli uomini tutti.

 

Cogliendo la provocazione di André Louf, la preghiera per l’uomo secolarizzato e iperattivo di oggi è ancora possibile? Con quali accorgimenti rispetto al passato?

È giusto dire che oggi viviamo in un mondo contrassegnato dalla velocità, in un “mondo in fuga” (Anthony Giddens), nel quale diciamo di non avere più tempo, nemmeno per pregare. Bisogna però essere molto chiari su questo dato: chi non trova tempo è un alienato; chi afferma di non avere tempo confessa che il suo idolo è il tempo, dal quale è dominato, e che di conseguenza si vota a non vivere mai il presente, l’oggi di Dio collocato tra un passato di cui fare memoria e un futuro verso cui tendere. Quando invece riusciamo a dominare il tempo, possiamo sperimentare la preghiera come possibilità di aprirci a Dio, di ascoltare la sua voce, di entrare in comunione con lui e dunque con gli esseri umani e con tutte le creature del cosmo. Quanto agli accorgimenti, penso siano sempre gli stessi, ieri come oggi, e che si radichino tutti in un’istanza fondamentale: il voler trovare del tempo, lo stabilire delle priorità nel nostro tempo, sapendo che non c’è tempo per tutto. È questione di un ordine, di una gerarchia che dobbiamo stabilire nella nostra vita: il primato spetta davvero a Dio o abbiamo qualcos’altro più caro di lui? Vogliamo ascoltare il Signore o altre voci? Vogliamo adorare lui oppure gli idoli che ci ingannano e ci schiavizzano? In proposito, non si dimentichi che l’idolo non è una realtà teologica, ma è innanzitutto un falso antropologico, è ciò che più minaccia l’umanizzazione: lottando contro gli idoli e esercitandoci alla preghiera possiamo incontrare Dio e, animati dal suo Spirito, imparare a diventare più uomini, uomini come lui ci ha voluti e creati, a immagine del Figlio suo Gesù Cristo.

 

I “frutti” della preghiera da cosa si misurano? Uno degli indicatori può essere la “pace del cuore”?

So che nella tradizione spirituale cristiana, in particolare quella monastica, uno dei grandi frutti della preghiera è la pace del cuore. Credo a questa verità, e non voglio contraddire una risposta data dall’epoca dei padri della chiesa fino a oggi. Tuttavia mi sento di dire che il vero frutto della preghiera si può solo misurare in base alla carità, all’amore verso i nostri fratelli e verso Dio che la preghiera suscita in noi. Quando penso alla preghiera mia e di tanti monaci che per numerose ore del giorno pregano, nella lectio divina, nel nascondimento della propria cella, nella liturgia delle Ore celebrata comunitariamente, mi viene spontaneo chiedermi: “Tutta questa preghiera che frutto darà?”. Poi talvolta trovo nel mio cuore qualche pepita di amore, e allora mi rispondo: “Per giungere a questo è stato necessario quell’immenso mucchio di sabbia costituito dalla preghiera”. Ripeto, il frutto della preghiera è l’agápe, è l’amore, che poi è Dio stesso. E quando Dio dimora in noi, siamo più saldi di fronte agli assalti del diavolo, siamo più forti nelle prove. E proprio perché osiamo gridare: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo?” (Rm 8,35), siamo anche capaci di trovare pace.

 

Il rosario, come preghiera ripetitiva, ha conosciuto una certa riscoperta in questi ultimi anni. Esso, come l’esicasmo e ogni altra forma di preghiera ripetitiva, hanno oggi in occidente un loro senso?

Diffido molto di ciò che è esoterico, anche se non lo disprezzo e sono convinto che ci sono persone che hanno dovuto passare attraverso la “svolta ad oriente” per imparare di nuovo un alfabeto di meditazione, di ricerca di quella quiete che non hanno saputo trovare nel cristianesimo, soprattutto per un’incapacità di trasmissione da parte dei cristiani. Quindi non demonizzo lo yoga o altre forme di meditazione orientale, come le preghiere costituite dalla ripetizione di formule. Credo però che ognuno debba essere se stesso, e noi in occidente abbiamo da secoli forme di preghiera anche ripetitiva – come l’invocazione del Nome di Gesù, il rosario, le cosiddette “giaculatorie” – che non vanno derise, ma che sono anzi una grande ricchezza della pietà cristiana: perché dunque non riscoprire queste forme? È significativo per esempio che il rosario – una pratica a cui sono legato perché l’ho appresa fin da piccolo e ancora oggi mi accompagna – sia sempre strettamente legato alla meditazione della Parola di Dio. La ripetizione dell’Ave Maria significa cioè attingere alla Parola di Dio attraverso i cosiddetti “misteri”, i quali sono nient’altro che una raffigurazione della Parola. Con la voce recitiamo l’Ave Maria, ma con la mente e il cuore ci raffiguriamo i misteri: dunque il rosario è un altro modo di ascoltare la Parola di Dio, attraverso immagini destate in noi da pagine del Vangelo che tante volte abbiamo ascoltato. Si potrebbe affermare che chi prega con il rosario più che ascoltare “vede la Parola”, espressione usata anche nelle Sante Scritture. Dunque, purché la preghiera sia ascolto o “visione” della Parola di Dio, è sempre preghiera cristiana, è ciò di cui abbiamo bisogno per avere in dono dal Signore la comunione con lui e la carità.

Enzo Bianchi