Da prete di città… come cristiano nel mondo

Abbiamo raccolto alcune riflessioni di cristiani e cristiane che vivono nella nostra comunità, come documentazione della grande avventura che in quanto “figli nel Figlio” già viviamo sulla terra, in attesa di raggiungere quello che ancora ci manca per raggiungere la “gloria”. Sono tutte raccolte nella sezione “Comunità-Approfondimento speciale”

Da prete di città… come cristiano nel mondo.

Sono passato dalle esperienze precedenti in parrocchie di provincia o periferia, a questa di città. Inoltre insegno religione presso una delle nostre scuole superiori: un luogo di lavoro ordinario, in cui sono uno come tutti gli altri, non “il don” ma un normale professore con un contratto, dei doveri e delle precise responsabilità.

Questi due ambienti di vita mi stanno provocando come prete a essere sempre più me stesso, al di là delle convenzioni o delle attese, credibile per la mia fede cristiana e i miei atteggiamenti quotidiani più che per il mio ruolo o la funzione sociale che rappresento. Questa nuova realtà è ricca di tante relazioni e contatti, spesso brevi; la gente magari ti riconosce e ascolta in chiesa, ma i rapporti sono più funzionali e fugaci. Penso al fatto che io ami girare a piedi e quindi per strada o nei luoghi pubblici capita mi fermino per dirmi una cosa. O a scuola, con gli studenti o i tanti genitori che vengono almeno una volta a parlarmi dei figli o dei loro problemi. Cerco allora di vivere queste relazioni intensamente. Mi ci gioco il tutto per tutto.

Spesso la gente ti regala un bonus comprensibile di “pregiudizi”…ottimi o pessimi: comunque gratuiti! Viene normale magari credere che uno la pensi in un determinato modo o sia secondo le comuni attese, ripeto, nel bene e nel male…solo perché prete. Ma in questi due ambienti ormai, mi verrebbe da dire, solo in quanto cristiano.

Allora come tale mi piace avere un programma personale di vita, fatto di piccole attenzioni e atteggiamenti semplici ma concreti su cui cerco d’impegnarmi e motivarmi. Cerco di ricordare spesso alcune pagine del vangelo provando ad applicarle; innanzitutto la “regola d’oro” del vangelo di Matteo 7, “fai agli altri quello che ti piacerebbe fosse fatto a te” e con questa provo a inventarmi le mille applicazioni possibili. Cerco di salutare per primo e di sorridere il più possibile a tutti, di dimostrarmi ed essere disponibile e accogliente con chi al lavoro o in parrocchia mi domanda una cosa o un favore: cerco di rispondere più “Volentieri!” che “Vedremo…”.

Mi domando anche chi sia “l’ultimo”, nella situazione o nel luogo in cui mi trovi e provo a ricordarmi di salutarlo o valorizzarlo… troppo spesso le persone che ricoprono ruoli o lavori ritenuti “inferiori” non vengono considerati! A scuola tento di insegnare ai ragazzi a rispettare ed essere educati non solo coi prof. ma anche col personale di servizio. Desidero essere cortese e gentile, ricordandomi i nomi delle persone e se c’era qualcosa che li preoccupasse… e quindi m’informo su come stiano. Provo a rifiutare le posizioni di chi mi metterebbe su un piedistallo, considerando ad esempio un “onore” la mia presenza a cena o un po’ del mio tempo, come pure chi cerca in me solo e sempre colui che faccia da avvocato difensore per tutti i problemi della chiesa (che poi spesso sono i suoi problemi!!)

Desidero far percepire che se anche si pensa che i preti abbiano sempre mille impegni e tante cose da fare ciò non impedisca loro di avere tempo per un incontro gratuito con una persona o per se stessi, per qualcosa di bello: credo sia una testimonianza fondamentale contro la comune frenesia, contro una pastorale efficientista molto “nord est” di preti sempre stressati e impegnati. Cerco di dimostrare che nessuno è indispensabile e che è bello gustare le cose belle della vita. Dio vuole che la nostra vita sia di qualità. Non posso raccomandarlo agli altri se poi per primo non ne sono testimone. Mi sforzo di parlare in modo semplice e immediato, per essere compreso bene e mi domando spesso se quel che dico della fede cristiana sia utile a tutti, sempre…per non parlare di Dio e del vangelo con frasi fatte o luoghi comuni; come pure di usare spesso parole come “grazie!”, “scusa…”, “Bravo!”.

E poi la città, con la mobilità che le è propria, è anche il luogo di una difficile appartenenza comunitaria, per i cristiani, soprattutto in una parrocchia come la nostra. Non è facile, come in una parrocchia più piccola, sentire il valore e il calore di una comunità parrocchiale. Una sfida al far crescere se non il senso normale di appartenenza…almeno una percezione di unitarietà, di chiesa: cerco allora di provocare e accompagnare le persone a un maggior senso di corresponsabilità ecclesiale e civile. Siamo così esposti e illusi dalle sirene facili dell’individualismo e della chiusura “privata” del nostro vivere, agire e valutare. Anche come cristiani.

Mi piace allora stimolare a pensare globalmente e agire localmente. Cerco di far desiderare davvero quel Regno di Dio che tanto invochiamo, impegnandomi nel far assaporare il valore di una vita che metta al centro del proprio impegno e sogno, almeno le relazioni e la qualità migliori che una persona riesca a maturare. E questo attraverso il confronto con la Parola di Gesù, l’informazione corretta, il percepire e custodire la natura come Creato, il valore di una cultura umana e cristiana.

La gente si sente spesso un numero qualunque, parte di un ingranaggio anonimo, cerco di ascoltarla con attenzione “artigianale”. Anche tra i giovani: c’è una massa d’indifferenti e silenziosi…cerco di spronarli, provocandoli alla corresponsabilità, alla cittadinanza attiva, all’attenzione al sociale; chiedo loro di pensare con la propria testa, di ascoltare il senso di Dio in loro e li invito a indignarsi e innamorarsi della realtà il più spesso possibile.

Penso infine alla parabola del granello di senapa: mi sforzo di fare cose piccole e semplici, che magari passeranno inosservate: penso non sia importante e che comportandomi in un certo modo questo mi lascerà migliore perché mi allena il cuore e l’orgoglio alla gratuità. E se poi, alla fine di questo mio “programma” di desideri e attenzioni… mi rendo conto che non sono stato come speravo essere o come quella persona si aspettasse… prego per me e per lei, che ho involontariamente “scandalizzato”: mi ricordo che non sono chiamato alla perfezione ma a fare del mio meglio. Mi dico che porterà pazienza… o troverà testimoni migliori e cerco di rimotivarmi a non demordere. Mi affido a “chi di dovere” e gli dico: “Gesù, pensaci Tu!”

DMT


Da prete di città… come cristiano nel mondo. Sono passato dalle esperienze precedenti in parrocchie di provincia o pe¬riferia, a questa di città. Inoltre insegno religione presso una delle nostre scuole superiori: un luogo di lavoro ordinario, in cui sono uno come tutti gli altri, non “il don” ma un normale professore con un contratto, dei doveri e delle precise responsabilità. Questi due ambienti di vita mi stanno provocando come prete a essere sempre più me stesso, al di là delle convenzioni o delle attese, credibile per la mia fede cristiana e i miei atteggiamenti quotidiani più che per il mio ruolo o la funzione sociale che rappresento. Questa nuova realtà è ricca di tante relazioni e contatti, spesso brevi; la gente magari ti riconosce e ascolta in chiesa, ma i rapporti sono più funzionali e fugaci. Penso al fatto che io ami girare a piedi e quindi per stra¬da o nei luoghi pubblici capita mi fermino per dirmi una cosa. O a scuola, con gli studenti o i tanti genitori che vengono almeno una volta a parlarmi dei figli o dei loro problemi. Cerco allora di vivere queste relazioni intensamente. Mi ci gioco il tutto per tutto. Spesso la gente ti regala un bonus comprensibile di “pregiudizi”…ottimi o pessimi: comunque gratuiti! Viene normale magari credere che uno la pensi in un determinato modo o sia secondo le comuni attese, ripeto, nel bene e nel male…solo perché prete. Ma in questi due am-bienti ormai, mi verrebbe da dire, solo in quanto cristiano.
Allora come tale mi piace avere un programma personale di vita, fatto di piccole attenzioni e atteggiamenti semplici ma concreti su cui cerco d’impegnarmi e motivarmi. Cerco di ricordare spesso alcune pagine del vangelo provando ad applicarle; innanzitutto la “regola d’oro” del vangelo di Matteo 7, “fai agli altri quello che ti piacerebbe fosse fatto a te” e con questa provo a inventarmi le mille applicazioni possibili. Cerco di salutare per primo e di sorridere il più possibile a tutti, di dimostrarmi ed essere disponibile e accogliente con chi al lavoro o in parrocchia mi domanda una cosa o un favore: cerco di rispondere più “Volentieri!” che “Vedremo…”. Mi domando anche chi sia “l’ultimo”, nella situazione o nel luogo in cui mi trovi e provo a ricordarmi di salutarlo o valorizzarlo… troppo spesso le persone che ricoprono ruoli o lavori ritenuti “inferiori” non vengono considerati! A scuola tento di insegnare ai ragazzi a rispettare ed essere educati non solo coi prof. ma anche col personale di servizio. Desidero es¬sere cortese e gentile, ricordandomi i nomi delle persone e se c’era qualcosa che li preoccupasse… e quindi m’informo su come stiano. Provo a rifiutare le posizioni di chi mi metterebbe su un piedistallo, considerando ad esempio un “onore” la mia presenza a cena o un po’ del mio tempo, come pure chi cerca in me solo e sempre colui che faccia da avvocato difensore per tutti i problemi della chiesa (che poi spesso sono i suoi problemi!!) Desidero far percepire che se anche si pensa che i preti abbiano sempre mille impegni e tante cose da fare ciò non impedisca loro di avere tempo per un incontro gratuito con una persona o per se stessi, per qualcosa di bello: cre¬do sia una testimonianza fondamentale contro la comune frenesia, contro una pastorale efficientista molto “nord est” di preti sempre stressati e impegnati. Cerco di dimostrare che nessu¬no è indispensabile e che è bello gustare le cose belle della vita. Dio vuole che la nostra vita sia di qualità. Non posso raccomandarlo agli altri se poi per primo non ne sono testimone. Mi sforzo di parlare in modo semplice e immediato, per essere compreso bene e mi domando spesso se quel che dico della fede cri¬stiana sia utile a tutti, sempre…per non parlare di Dio e del vangelo con frasi fatte o luoghi comuni; come pure di usare spesso parole come “grazie!”, “scusa…”, “Bravo!”. E poi la città, con la mobilità che le è pro¬pria, è anche il luogo di una difficile appartenenza comunitaria, per i cristiani, soprattutto in una par¬rocchia come la nostra. Non è facile, come in una parrocchia più piccola, sentire il valore e il calore di una comunità parrocchiale. Una sfida al far cresce¬re se non il senso normale di appartenenza…almeno una percezione di unitarietà, di chiesa: cerco allora di provocare e accompagnare le persone a un maggior senso di corresponsabilità ecclesiale e civile. Siamo così esposti e illusi dalle sirene facili dell’individuali¬smo e della chiusura “privata” del nostro vivere, agi¬re e valutare. Anche come cristiani. Mi piace allora stimolare a pensare globalmente e agire localmente. Cerco di far desiderare davvero quel Regno di Dio che tanto invochiamo, impegnandomi nel far assaporare il valore di una vita che metta al centro del proprio impegno e sogno, almeno le relazioni e la qualità migliori che una persona riesca a maturare. E questo at¬traverso il confronto con la Parola di Gesù, l’informa¬zione corretta, il percepire e custodire la natura come Creato, il valore di una cultura umana e cristiana. La gente si sente spesso un numero qualunque, parte di un ingranaggio anonimo, cerco di ascoltarla con attenzione “artigianale”. Anche tra i giovani: c’è una massa d’indifferenti e silenziosi…cerco di spronarli, provocandoli alla corresponsabilità, alla cittadinanza attiva, all’attenzione al sociale; chiedo loro di pensa¬re con la propria testa, di ascoltare il senso di Dio in loro e li invito a indignarsi e innamorarsi della realtà il più spesso possibile. Penso infine alla parabola del granello di senapa: mi sforzo di fare cose piccole e semplici, che magari passeranno inosservate: penso non sia importante e che comportandomi in un certo modo questo mi lascerà migliore perché mi allena il cuore e l’orgoglio alla gratuità. E se poi, alla fine di questo mio “programma” di desideri e attenzioni… mi rendo conto che non sono stato come speravo essere o come quella persona si aspettasse… prego per me e per lei, che ho involontariamente “scandalizzato”: mi ricordo che non sono chiamato alla perfezione ma a fare del mio meglio. Mi dico che porterà pazienza… o troverà testimoni migliori e cerco di rimotivarmi a non demordere. Mi affido a “chi di dovere” e gli dico: “Gesù, pensaci Tu!”
DMT