Da trent’anni un monastero a Marango

A Pentecoste ricorrono trent’anni dall’inizio della comunità monastica “Piccola Famiglia della Risurrezione” a Marango (Caorle, Venezia).

La lettera di ringraziamento della Comunità.

CARISSIMI AMICI,

sono passati trent’anni da quando, obbedendo al mio vescovo, il padre Marco, sono giunto al Marango, in questo estremo lembo orientale della diocesi di Venezia, che è come una falce di luna appoggiata sul mare Adriatico.
Arrivavo da solo, dopo un lungo e non sempre facile pellegrinaggio, con l’unico desiderio di poter annunciare il Vangelo, a mani nude, ad una generazione che, dopo aver perso i padri, stava anche rapidamente dimenticando la consapevolezza che siamo fratelli. Sentivo che il Vangelo occorreva dirlo con la vita, prima ancora che con le parole. Il Signore ha voluto che, da questa esperienza iniziale, nascesse una comunità, la “Piccola Famiglia della Risurrezione”. Era la Pentecoste del 1984.
Dopo trent’anni, quello che vogliamo celebrare in questa nuova Pentecoste è solo una lode alla fedeltà del Signore, un inno alla sua infinita misericordia.
Ricordare con poche parole il percorso fatto in questi anni è pressoché impossibile, ma tutto si può dire anche con una parola sola: grazie!

Grazie a Dio, il Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha fatto conoscere , nella luminosa profondità del cuore, “a quale speranza ci ha chiamati, qual è la ricchezza della sua eredità, qual è l’immensità della sua potenza verso di noi che crediamo” (Ef 1,18-19).

Grazie alla nostra Chiesa diocesana, che ha accolto questo piccolo seme di vita spirituale come una grazia che le appartiene, affinché l’intero corpo potesse crescere nella pienezza dei doni necessari alla sua edificazione. Grazie alla paternità, dolce e forte, del patriarca Marco, il padre che non dimenticheremo mai, per tutto l’amore che ci ha dato, dapprima permettendo la nascita di questa piccola famiglia nella Chiesa, e poi incoraggiandoci ad essere semplicemente fedeli alla vocazione ricevuta, in obbedienza alla Parola e nella comunione con tutta la nostra Chiesa.

Grazie ai tanti amici che, insieme a noi, hanno immaginato “spazi di preghiera e di comunione con caratteristiche innovative, più attraenti e significative”, in un mondo in profonda trasformazione, che chiede anche alla Chiesa un improrogabile rinnovamento (cfr. Evangelii Gaudium 73 e 27). Con questi amici siamo partiti da lontano, fin dagli inizi del mio ministero, cercando luoghi e spazi di preghiera e di dialogo, nei giorni tristi di un drammatico esodo dalla Chiesa, e dell’evolversi nella violenza di movimenti che avevano suscitato anche molte speranze di cambiamento e aperto strade di nuovi impegni e di nuove responsabilità.

Grazie a don Giuseppe Dossetti, e a tutte le piccole comunità oranti che sono nate dalla sua paternità spirituale, lucida e coraggiosa; una paternità che non legava a sé, alla sua straordinaria esperienza e personalità, ma orientava al Padre, all’ascolto perseverante della sua Parola fatta carne in Gesù, al Pane vivo e vivificante dell’Eucaristia, come reale partecipazione del mistero della vita trinitaria, alla lettura severa dei segni dei tempi e della presenza del Regno di Dio nella storia. Avere avuto la possibilità di vivere con lui e con la sua comunità, per un anno intero, a Gerusalemme, accolto nella amicizia di un’altra famiglia, quella di don Giovanni Nicolini, è stata davvero una grazia grande. Lì ho conosciuto la ‘Piccola Regola’, ho iniziato a camminare in essa, a verificarne la grande portata spirituale. A Gerusalemme ho ricevuto questa regola monastica dalle mani di don Giuseppe, durante una celebrazione eucaristica con tutta la sua comunità. Questo per significare che la vita spirituale, come ogni altra vita, non la si inventa ma semplicemente la si riceve. Il dono ricevuto e accolto ha avuto poi la sua autorevole conferma con la professione monastica, il 24 novembre 1987, nelle mani del patriarca Marco.

Grazie alla gente, semplice e buona, che abita questa terra di confine. Qui non è facile abitare, e non è facile rimanere a lungo. Le persone e le famiglie di qui mi hanno accolto dentro il loro cuore, fin dai primi giorni, permettendo così il nascere di una particolare esperienza di vita cristiana, fortemente caratterizzata dalla prossimità e dalla reciproca amicizia. Quando, a poco a poco, si è andata formando la mia famiglia monastica, essa aveva nei ritmi di lavoro e nello stile di vita della nostra gente un esempio concreto di fedeltà alla terra e di relazioni segnate dalla solidarietà e dalla sobria amicizia, propria della gente dei campi. Permangono da noi valori e attenzioni che altrove sono scomparse già da tempo. E anche di questo vogliamo ringraziare il Signore.

Grazie agli sposi, che il Signore ci ha donato per tutta la durata del cammino compiuto, dall’inizio fino ad oggi, arricchendo la esigente vita di preghiera e di lavoro della vita monacale con la dimensione dell’affetto, delle relazioni attente ai bisogni e alle situazioni reali delle persone. Pur nelle differenti risposte all’unica vocazione cristiana, come sono il matrimonio e la verginità, ci possiamo definire a ragione “una famiglia di famiglie”. L’Eucaristia della domenica è il segno più eloquente del costituirsi di questa famiglia attorno all’unico Signore.

Grazie ai poveri, amici prediletti del Signore. Il padre del monachesimo occidentale, san Benedetto, scriveva nella sua regola che “nel monastero i poveri non mancano mai”. A noi i poveri sono stati donati come grazia particolare. Nei primi anni, quando molto forte era la tentazione di scappare, di venir via, sono stati proprio i poveri, che già allora non mancavano, assieme alla presenza amorevole degli sposi, ad aiutarmi a mettere radici in questo luogo. Spesso sono proprio i poveri la voce dello Spirito Santo. Papa Francesco scrive che “esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri ” (E.G. 48).
Tra i nostri amici più cari contiamo anche qualche vescovo, e ci stupiamo per l’affetto che ci dimostrano, ben al di là di un qualche nostro improbabile merito. Ma anche questo è un dono di cui vogliamo rendere grazie.
Nel mondo della politica e della finanza, della cultura e dell’economia, non possiamo vantare nessuna amicizia che conta, e questo non ci dispiace, perché la nostra vita è sempre stata tra gli umili. Ma il Signore, in tutti questi anni, ci ha allenati all’ascolto, a tenere la porta sempre aperta, anzi, spesso ci ha buttato in strada, e speriamo che ancora sia possibile incontrare, lungo la strada, appollaiato sull’albero che avrebbe dovuto coprirne la fuga, qualche nuovo Zaccheo. Come ci piacerebbe che ancora qualcuno potesse dire :”Io do la metà dei miei beni ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto!” (Lc 19,8). Ma soprattutto ci piacerebbe sentire gridare: “Oggi la salvezza è entrata in questa casa!”.

Grazie a tutti gli ospiti che abbiamo accolto in questi trent’anni. Moltissimi sono venuti da noi per la preghiera, altri per un dialogo sofferto, in un tempo di difficoltà, altri ancora per un cammino con la Parola di Dio. Abbiamo accolto santi e peccatori, e siamo stati accolti da loro. Mi piace ricordare, tra tutti quelli che hanno varcato la nostra soglia, i malati psichici e gli stranieri, i ladri e le prostitute, i pentiti di mafia e gli ex ergastolani, così che mi verrebbe da dire, a tutte le persone pie: “State lontano, perché questo luogo è poco raccomandabile, non è certo tra i migliori. Se cercate luoghi edificanti, dove risuona soltanto il canto gregoriano, andate altrove!”. Per noi, definiti simpaticamente da qualcuno ‘diversamente monaci’, ogni ospite è invece una visita di Dio. E anche di questo rendiamo grazie.

Grazie ai non credenti. Qualche tempo fa un professore universitario si presentò dicendomi: “Mi scusi, reverendo, io non sono credente”. Io gli risposi sorridendo che non ci si presenta per quello che non si è, o per quello che si pensa di non essere, ma affermando in positivo qualcosa di noi. Ne nacque un simpatico colloquio e la promessa di una visita. In effetti il nostro piccolo monastero, così marginale e periferico rispetto ai luoghi importanti, così piccolo da non incutere a nessuno il timore di non essere accolto, si è rivelato nel tempo – ma era già nel desiderio iniziale – un luogo di ascolto e di incontro, dove si incrociano discorsi e parole inizialmente anche molto distanti tra loro, ma che sovente si incontrano nel comune desiderio di trovare un nuovo senso alla vita e una nuova direzione ai propri passi, nel faticoso pellegrinare nel tempo. Grazie ancora, o Signore, anche per questo dono.

Infine, chiedendo a tutti perdono anche per le nostre infedeltà, le numerose compromissioni, la perdita talvolta del necessario entusiasmo e vigore, io personalmente voglio ringraziare il Signore per il dono stesso della vita comune.

Lo ringrazio per questa famiglia particolare che mi ha donato, composta di sorelle e di fratelli, tutti estremamente ricchi di doni di grazia e tutti anche molto fragili e poveri, a cominciare da me. La partenza, nel tempo, di alcuni , è stata motivo di intima sofferenza, e ha messo in evidenza i limiti della comunità. Tutto questo ci ha posto delle domande serie sulla qualità della nostra vita evangelica, sulla nostra reale capacità di essere testimoni di Gesù, il Crocifisso per amore, il Risorto dai morti. Le ferite della vita comunitaria ci hanno dato la possibilità di riprendere vie di umiltà, ma anche di una più gioiosa, fedele e rigorosa risposta alla straordinaria vocazione ricevuta. Ognuno che riceve un dono dal Signore lo riceve come il dono più bello per lui. Ma non lo deve tenere per sé. In tutti questi anni non ci ha mai abbandonato il desiderio di chiedere al Signore la grazia di una nuova fecondità, perché altri fratelli e sorelle possano condividere con noi una vita che vuole essere semplicemente una vita di obbedienza al Vangelo, di ricerca umile del volto del Signore, di fedele servizio per la edificazione del Regno e di impegno di liberazione accanto a tutti gli uomini e donne incontrati sui sentieri della vita.
Anche per questo incrollabile desiderio, nonostante tutti i nostri limiti, vogliamo rendere grazie a Dio. E continuiamo a chiedere a ciascuno di voi un affettuoso accompagnamento e un ricordo nella preghiera. Vieni, Spirito Creatore!

Giorgio Scatto, con le sorelle e i fratelli della comunità.

Marango, Pentecoste 2014 .