Dal Piccolo Rifugio, la testimonianza di Elena Suardi

I racconti delle Volontarie della Carità …

Elena Suarditratto da: L’Amore Vince

Proveremo a raccogliere le testimonianze delle Volontarie della Carità, ed in particolare di quante hanno vissuto tanti anni di storia dell’Istituto e dei Piccoli Rifugi. Storie di generosità e di dono di sé, ma anche storie attraverso cui guardare alla Storia dell’Istituto e della Fondazione, attraverso cui continuare a riscoprire Lucia, attraverso cui seguire il cammino che il suo esempio e i suoi insegnamenti hanno fatto fino ad oggi, per capire dove dirigerci domani. Iniziamo il viaggio con Elena Suardi: classe 1939, pavese di Bissone, Volontaria della Carità, da molti anni in carrozzina. (…)

L’INSISTENZA DI LUCIA

“Poco prima di morire, don Luigi, il mio direttore spirituale, aveva dato ad una sua collaboratrice l’indirizzo di Lucia Schiavinato, pensando a me. Quando don Luigi è morto, mi sono sentita moralmente obbligata a scrivere a Lucia. Lei mi rispose a stretto giro di posta: vieni a vedere dove siamo! Però io non avevo voglia, ero reduce da tanto tempo passato in ospedali e istituti per degli interventi chirurgici, volevo stare un po’ con i miei genitori. Le scrissi ancora, mettendo in evidenza le cose più brutte su di me, sia dal punto di vista morale che spirituale. E Lucia, nella sua lettera: prego il Signore che tu gli dica subito sì.

Continuava ad invitarmi, e mi invitò anche quando, nel 1964, tutti i Piccoli Rifugi furono ricevuti in Vaticano da Papa Paolo VI. Accettai, anche se avevo ancora intenzione di dire di no alla proposta di Lucia. A Roma conobbi gli altri ospiti. Ho un’immagine in mente: la piccola Annina, alta poco più di un metro, al suo fianco Aquino, grassissimo, sulla sua carrozzina, e su un bracciolo della carrozzina, appollaiato, Dario. Ma dove sono finita? Avevo paura, mi sembrava di essere al circo”. E invece Annina era una Volontaria della Carità, che oggi vive in Brasile, mentre l’obeso Aquino, e Dario, il cui moncherino di corpo si fermava alle costole, sono stati a lungo ospiti del Piccolo Rifugio di Vittorio Veneto. Alla fine, malgrado perplessità e paure, Elena accetta. Va a Villa Mirandola, Settimo di Pescantina, Piccolo Rifugio e centro di formazione per le Volontarie. “Appena arrivata ho detto a Lucia: ti devo parlare… di vocazione ne ho poca. Lei mi disse: va’ in chiesa, poi ti raggiungo. Mi lasciò due ore da sola con il Santissimo. Poi venne e mi chiese: ti sei convertita? Lui ti sta chiamando, sei tu che sei sorda…”

A TRIESTE, CON MARILENA

“Il vescovo Carraro mi ha consacrato Volontaria il 26 maggio 1965. Era previsto che partissi anche io per il Brasile con le altre Volontarie: avevo fatto un corso privato di portoghese e preso un piccolo diploma alla Croce Rossa. Ma poi ho avuto di nuovo problemi di salute… E’ stato doloroso non poter partire. Poi, adagio adagio, ho capito che la mia missione era un’altra. Un giorno ritorno a Verona, di ritorno da una visita alla mia famiglia, e mi dicono: non disfare neanche la valigia. Vai a Trieste. Mi sono spaventata, per tutta la notte non ho dormito. Era stata un’idea di Marilena (Vian, Volontaria e prima presidente della Fondazione Piccolo Rifugio). Sono andata ad abitare con Ornella e Rosaria. Eravamo una piccola famiglia: Ornella ed io facevamo quasi da genitori a Rosaria, che era piccola. A Trieste Rosaria ha frequentato la scuola fino ad ottenere il diploma di terza media. A Barletta, la sua città d’origine, non andava a scuola. Anche se ormai la mia salute non mi permetteva più di stare in piedi tanto a lungo, alla Domus lavoravo come educatrice: all’epoca nella casa vivevano bambine disabili, da 0 a 16 anni. Chiamavano “zie” noi Volontarie.

Marilena era una donna energica, che non si lasciava corrompere da niente. Innamorata di Dio, a noi voleva un bene enorme, e credeva nelle nostre capacità. Tanto che noi, da disabili, abbiamo avuto la possibilità di studiare e lavorare. Ci rendevamo conto di essere delle pioniere, per l’epoca, e questo era motivo di orgoglio. In sostanza, abbiamo potuto scoprire le nostre capacità. Altre persone disabili invece hanno magari trascorso tutta la vita chiuse in casa…”

APARTHEID

“Gli insegnanti della scuola magistrale che ho frequentato – anche se avevo ormai 30 anni – a Trieste mi tenevano a distanza in quanto disabile, come se avessero paura di prendere una malattia. A parte la scuola, la prima volta che uscimmo dalla Domus fu per partecipare alla processione del Corpus Domini. Le mamme coprivano gli occhi dei bambini quando passavamo noi, per evitare che ci vedessero. Dopo questa esperienza così negativa non volevamo più uscire. Marilena e Lucia non ci obbligavano, ci dicevano invece: fate come vi sentite. Ma per fortuna avevamo tanti amici che venivano da noi, e il sabato e la domenica eravamo sempre in giro con loro: in gita, nelle tipiche osmizze… Una volta arriviamo al cinema e andiamo per comprare i biglietti. Non volevano farci entrare: impressionate gli altri spettatori, ci dicevano. Ma Fabio Ruzzier, il volontario che era con noi, disse: non ci arrendiamo. Alle proteste della maschera, abbiamo minacciato di chiamare i carabinieri. A volte non ci lasciavano nemmeno entrare nei bar. E allora noi per protesta ci mettevamo a mangiare giusto davanti all’entrata… Quando c’erano le elezioni, i nostri volontari anziché far venire alla Domus il seggio ci portavano fuori a votare: così la gente cominciava a riconoscerci, a vedere le carrozzine, tante carrozzine insieme”. Passi di integrazione.

NEL MONDO DEL LAVORO, DA PIONIERA

“Dal 1977 ho cominciato a lavorare in un progetto per malati psichici avviato da Franco Basaglia, il medico che volle la chiusura dei manicomi. Avevo vinto un concorso per operatori sociali per questa iniziativa che all’epoca era unica in Europa. A dire il vero non sapevo a cosa andavo incontro, e all’inizio avevo paura: sai, i matti… Ma alla fine era più la paura che loro avevano di noi che non viceversa. Perché arrivai lì? Perché Lucia ci diceva sempre di andare incontro ai più deboli, e sapevo che quelli erano i più deboli e abbandonati. Seguivo bambini disadattati con alle spalle famiglie allo sfascio, bambini malati di autismo, ed anche adulti. Alcuni erano gravissimi: soffrivano di schizofrenia e bastava anche solo sfiorare una loro mano… perché avessero reazioni imprevedibili. Con qualcuno facevo alfabetizzazione: insegnavo loro a scrivere nome e cognome, a riconoscere i numeri per poter usare i telefoni, a riconoscere i soldi e così evitare di essere imbrogliati. All’epoca riuscivo ancora a camminare, però aiutandomi con un bastone. C’era un utente del centro, più o meno quarantenne come me, che arrivava da me, si spogliava nudo, con solo le scarpe e le calze, mi strappava via il bastone e mi diceva ‘adesso fasso de ti quello che voio’. In situazioni del genere mi pesava molto la mia impreparazione. Ma i medici si limitavano a dirmi: devi farti le ossa. Andare a lavorare in un ambiente esterno, con un lavoro che tanto ti impegnava umanamente e cristianamente, per me era proprio un traguardo raggiunto. E per di più la paga era buona. Con il primo stipendio ho comprato la lavatrice ai miei genitori, che erano anziani e continuavano a lavare tutto a mano, e lo scaldabagno. E’ stata una grande soddisfazione poter essere io ad aiutare loro. L’ambiente di lavoro era tutto di persone di estrema sinistra. Il mio essere credente era un problema? Un problema più loro che mio! Ma ci siamo sempre rispettati. Dal 1981 ho lavorato come segretaria del coordinatore del progetto, presso la Provincia di Trieste. Ma poi sono stata quasi costretta a licenziarmi: dopo che ho denunciato l’assenteismo di tanti, mi hanno ‘tagliato le gambe’. Non mi davano quasi più niente da fare. E quello che finivo mi chiedevano di tenerlo chiuso in un cassetto, per non far lavorare troppo gli altri. In generale, quelli di Trieste sono stati anni difficili e faticosi, ma comunque bellissimi”.

LUCIA

“Con Lucia ho sempre avuto un buon rapporto, anche quando mi sgridava perché magari secondo lei non avevo agito bene. Un esempio? All’epoca noi Volontarie, come delle suore, non potevamo tenere nulla di nostro, e per qualsiasi cosa, fosse anche il dentifricio per lavarci i denti, dovevamo rivolgerci alla responsabile. Chiedere anche queste cose mi pesava, e così a volte facevo degli acquisti. Ma Lucia si arrabbiava: non avete abbastanza fiducia nella Provvidenza, diceva. Lucia viveva moltissimo questa fiducia, ed altrettanto Marilena. E quello che sperava, chiedeva, pregava… quasi sempre si realizzava. Dopo che fu costretta dalla malattia a lasciare il Brasile per l’Italia, andai a trovarla a Verona nel settembre 1976: aveva tanti giornali e tanto leggeva, diceva di sentirsi bene. Ma capii che anche lei aveva provato la paura del dolore e della morte. A ottobre si aggravò. Tornai da lei a novembre. ‘Lucia, lei prega di guarire?’, le chiesi. ‘Il Signore sa quello che deve fare’, rispose lei. ‘Se non lo fa lei, pregherò io per la sua salute’, replicai. E Lucia: ‘Sciocchina! Prega piuttosto perché io possa fare la volontà del Signore’. E’ stata lei che mi ha portato alla consacrazione. Quando mi chiamava con sé per parlarmi di Dio, lo faceva in modo tale da trasmettermi il fuoco che aveva dentro. Mi sentivo come i due discepoli di Emmaus, che incontrano Gesù (senza saperlo) e poi dicono ‘Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?’. Anche se stavi solo 10 minuti a colloquio con Lucia, venivi fuori ed eri un’altra persona”.

A SAN DONÀ

“Nel 1986 lasciai Trieste: Fondazione e Istituto mi chiesero di venire a San Donà, dove era morta la direttrice, la Volontaria Dirce Nardini. Serviva una persona che ci sapesse fare con le mansioni d’ufficio. Ma anche che facesse da educatrice. Nel frattempo a Trieste non erano più ospitate bambine: per loro c’era il Rifugio di Campocroce. Per un periodo a San Donà ho anche fatto da coordinatrice. C’erano anche le Volontarie Marcella, Elvira, Irma –una santa donna!- e Giovanna e Anna, queste ultime due arrivate da Verona. Qui ho potuto avere la carrozzina a motore. Per me è stata una svolta: mi ha ridato la libertà”.

NON FARE, MA ESSERE

“Il percorso per raggiungere pace interiore e serenità non è stato facile né breve. Ma a distanza di anni mi guardo dentro e mi sento realizzata. Come donna anzitutto. Sarò sempre una peccatrice e resterà sempre uno spazio enorme tra me e Dio, ma adesso capisco cosa vuol dire essere sposa di Cristo. Ora non posso fare quasi più niente fisicamente e questo mi costa molto, ma credo che questa condizione sia la perla più preziosa di cui posso fare dono a Lui perché partecipe della sua sofferenza per salvezza dell’umanità. Capisco che adesso il mio compito non è fare, ma essere: pregare, meditare, offrire e soprattutto amare”.