Discorso del vescovo all’apertura dell’anno pastorale 2010-2011

mons. Gianfranco Agostino GardinTreviso, San Nicolò, 17 settembre 2010

Carissimi, vi ringrazio di essere qui questa sera, come comunità che rappresenta tutta la nostra Chiesa trevigiana e, in certo modo, raccoglie tutta la fede, la speranza e l’amore che in essa si vive. Ringrazio anche mons. Leone Cecchetto per la sua riflessione, che ci ha aiutato a creare le migliori disposizioni interiori per vivere bene questo momento e anche per affrontare gli impegni che ci attendono.

Si apre davanti a noi un nuovo anno pastorale. Questo inizio del nostro impegno annuale non può avvenire che stringendoci attorno a Colui che abbiamo invocato, aprendo questa celebrazione, “Agnello immolato e vittorioso, Cristo Gesù, Signore che rinnova l’universo”. Ogni nostro cammino deve iniziare da Cristo e con Cristo. Viene alla mente una celebre espressione del grande dottore medievale san Bonaventura: Incipiendum est a medio, quod est Christus: dobbiamo iniziare dal centro (da colui che sta al centro), cioè da Cristo. Iniziamo dunque questo tempo, che prima di essere tempo di impegno pastorale è tempo di grazia, riconoscendo Gesù Cristo come centro della nostra vita, come ragione del nostro operare, come oggetto ultimo e decisivo di ogni nostro desiderio.

Dicevo che davanti a noi si apre un nuovo anno, una nuova porzione di tempo nel quale siamo chiamati a vivere e ad operare con gioia e in spirito di comunione.
Siamo una Chiesa particolare, che si compone di molte comunità, anzitutto le comunità parrocchiali. Sia la diocesi che la parrocchia hanno una chiara connotazione territoriale: non sono in un “qualche” luogo indeterminato, ma in un luogo ben definito. Siamo dunque chiamati ad essere chiesa, ad essere discepoli Gesù qui, in questo spazio che è il nostro: con la sua storia, le sue caratteristiche, i suoi problemi, le sue attese.

Il nuovo anno pastorale che stiamo per iniziare ci ricorda però che siamo anche chiesa nel tempo; ma, anche in questo caso, non in un tempo indefinito, ma in questo preciso tempo che è il nostro, con tutto ciò che lo rende per noi kairòs, «tempo favorevole» (2 Cor 6,2), occasione da non perdere, tempo donatoci per rispondere alla chiamata di Dio. Dunque non semplicemente successione di attimi fuggenti, di frammenti che si dissolvono, ma storia di salvezza, in cui protagonista è sempre il Signore Gesù, «lo stesso ieri e oggi e sempre» (Eb 13,8), Colui che è «l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo, il Principio e la Fine» (Ap 22,13). Per questa ragione l’anno pastorale, che è un arco di tempo convenzionale motivato da criteri pratici (le scadenze scolastiche e sociali, le vacanze estive, ecc.), ha il suo vero riferimento nell’anno liturgico, che è il tempo proprio della fede e della vita cristiana vissuta in riferimento al mistero di Cristo.

L’inizio di una nuovo anno pastorale ci fa prendere coscienza anche del fatto che siamo una Chiesa viva, non semplicemente “al traino” delle vicende che intessono la nostra storia, non passiva spettatrice di situazioni, né acritica assimiltarice di modi di vivere che caratterizzano gli uomini e la società dei nostri giorni, ma determinata a testimoniare e annunciare la “luce delle genti” (lumen gentium) che è Cristo, la quale “risplende sul volto della Chiesa”, secondo le parole di apertura della Costituzione Lumen gentium del Vaticano II.

Siamo una Chiesa viva nonostante i limiti, le fragilità, le fatiche, e anche il peccato, che ci segnano e che rallentano il nostro cammino. Una Chiesa in cui si esprime una vasta e generosa disponibilità al servizio. Se mi è lecito richiamare una mia esperienza, posso dire che questa disponibilità mi si è resa manifesta, tra le altre cose, nell’atteggiamento dei sacerdoti a cui ho chiesto recentemente un trasferimento o un cambio di attività: tutti, nessuno escluso, hanno detto il loro sì, in spirito di obbediente servizio alla Chiesa. Voglio esprimere loro, anche in questa sede, il grazie sincero, non solo mio, ma di tutta la diocesi.

Ho riscontrato un vivo senso ecclesiale anche nelle comunità parrocchiali che, in qualche caso, hanno ritenuto di perdere un pastore amato, con il quale avevano intessuto un rapporto assai positivo e costruttivo. Ringrazio anche queste comunità per la loro disponibilità e la loro capacità di riconoscere in Gesù l’unico e insostituibile Pastore. Un grazie particolare va alle comunità che non hanno più il parroco residente nella loro parrocchia, a causa dell’affidamento di più parrocchie allo stesso sacerdote. Devo dire che anche coloro che mi hanno manifestato il loro dispiacere per questo “impoverimento” della loro comunità, lo hanno fatto con grande comprensione della situazione attuale della diocesi e con lodevole partecipazione alla vita della loro comunità; e io sono grato anche per la loro schiettezza.

All’inizio della Lettera pastorale che ora consegnerò ho brevemente segnalato vari motivi che mi fanno benedire il Signore per tante realtà positive presenti nella nostra Chiesa diocesana.

Cominciando un nuovo anno pastorale, vorrei dunque che avessimo questo sguardo positivo su quanto il Signore opera per noi e, in certo modo, anche attraverso di noi. Questo riconoscimento del bene non deve, tuttavia, farci cedere alla tentazione dell’inerzia o della pigrizia o della mediocrità, accontentandoci di ciò che facciamo, ma stimolarci piuttosto ad un perseverante impegno. Sento che diventa preziosa per noi l’esortazione della Lettera agli Ebrei: «Anche noi dunque, (…), avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento» (Eb 12,1-2).

Vengo ora al contenuto della mia Lettera pastorale, che sto per consegnare.
Il tema è quello già annunciato alla fine dello scorso anno pastorale: quello dell’educazione.
Vorrei accennare, dapprima, ad alcune osservazioni introduttive.

Diverse ragioni mi hanno spinto, nel considerare questo argomento, a rimanere ad un livello piuttosto generale, che rischia, certo, di essere anche generico: il fatto di essere in attesa degli Orientamenti pastorali della Cei su questo tema; le molte preziosi indicazioni, anche riguardanti l’educazione, presenti nell’ultima Esortazione pastorale di mons. Andrea Bruno Mazzocato; il mio non conoscere
ancora appieno la realtà della diocesi; la richiesta frequentemente pervenutami di un certo alleggerimento nella proposta di piani pastorali. Insisto nel sottolineare che una finalità della Lettera è quella di prepararci ad accogliere il ben più corposo e sostanzioso documento della CEI, che dovremmo avere tra le mani entro il prossimo mese di ottobre.

Ho espresso tutto ciò scrivendo verso la fine della lettera: «Ho voluto solo avviare, quasi sommessamente, un lavoro che ci attende nei prossimi anni. Le linee pastorali di cui già disponiamo, quelle che ci verranno donate dalla CEI, l’impegno che sapremo assumere a livello diocesano, vicariale, parrocchiale, e anche di collaborazione pastorale e di altre comunità o aggregazioni, ci schiuderanno cammini che tutti ci auguriamo proficui per la nostra Chiesa». E ho aggiunto: «Per parte mia, desidero ricevere da voi suggerimenti, proposte, precisazioni, segnalazione di problemi, anche costruttive obiezioni» (n. 35). Vorrei cioè essere non solo per voi maestro, ma anche con voi interlocutore, per cercare insieme le strade che il Signore ci chiede di percorrere.

Quanto al contenuto della Lettera non intendo, in questo momento, presentarne una sintesi. Mi permetto piuttosto di segnalare – i termini non suonino presuntuosi – alcune parole-chiave, o espressioni-chiave, che potrebbero aiutare a coglierne alcuni elementi.

1) Cristo, unico Maestro. Solo in Lui e per Lui, con la forza del suo Spirito – come ci ricorda l’evento della Pentecoste, di cui abbiamo fatto memoria nella prima lettura di questa celebrazione – si diventa cristiani. Questo deve metterci in guardia da ogni pretesa di autentica “generazione” cristiana da parte nostra. Solo in Cristo e grazie a Cristo si è generati come “nuova creatura” (2 Cor 5,17).

2) Collaboratori di Cristo. L’educazione non è un possibile mezzo, un percorso tra gli altri, ma è la via: la via stessa di Dio, come viene detto all’inizio della lettera. Il Signore ci chiede di essere collaboratori della sua opera. Questo è anche il significato del titolo della Lettera, che richiama la nostra parte, modesta, precaria, ma pur sempre necessaria: i cinque pani e due pesci, nell’episodio della moltiplicazione dei pani, che ho scelto come icona biblica di riferimento della Lettera, sono poca cosa, ma il Signore sembra considerarli una specie di ingrediente necessario perché accada l’evento miracoloso del pane per tutti; così come si rende necessaria l’opera di chi lo distribuisce a tutti, cioè dei discepoli. «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!», ripetiamo anche noi al Signore. Ma Gesù ci dice: «Portatemeli qui». Noi portiamo il nostro essere educatori, per quanto poveri e incapaci, perché Lui raggiunga tutti anche mediante la nostra piccola opera. E i pani moltiplicati «li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla». Il diventare cristiani – giacché “cristiani non si nasce, ma si diventa” – passa anche attraverso di noi.

3) Consapevolezza. La Lettera vorrebbe suscitare in noi una coscienza più viva e una maggiore attenzione su quanto l’educazione sia importante per la vita e la crescita delle persone e delle comunità. In certo senso noi educhiamo, o diseduchiamo (e anche siamo educati), senza neppure accorgercene: le idee, i messaggi, gli stili di vita, gli slogan, gli esempi, avvolgono e pervadono la vita di
tutti. Dobbiamo essere consapevoli che l’educazione non può semplicemente accadere, essere data da qualcuno (da chi?) e in qualche modo (quale?), ma deve farsi nostro compito preciso, responsabilità assunta con la consapevolezza della posta in gioco.

4) Bellezza e gioia. Accenno appena a queste parole. Ho scritto: «Abbiamo bisogno di riscoprire, là dove si sono affievoliti, la bellezza, il gusto, il sapore buono, il desiderio positivo, l’esperienza arricchente, la gioia, la passione dell’educare».
Forse talora siamo presi dalla stanchezza o dalla sensazione che questo compito si sia fatto troppo difficile. Dobbiamo ricordarci che si tratta di un dono (il sottotitolo della Lettera è Consapevoli del dono e della responsabilità dell’educazione), e il dono deve essere
fatto e ricevuto con gioia. Ma devo testimoniare che io incontro sovente persone che rivelano un’autentica passione di educare.

– 5) Riflessione. La Lettera non propone, come ho già rilevato, un preciso piano pastorale, ma invita a riflettere. Ho scritto nella conclusione: «La sostanza della mia proposta per questo anno pastorale è quella di una “sosta pensosa” sul grande tema dell’educazione, che la Chiesa italiana ha scelto per il tempo che ci sta davanti: una sosta di riflessione non inerte, ma capace di leggere con sapiente attenzione la realtà concreta dell’educazione offerta dalle nostre comunità cristiane. In altri termini, il mio messaggio è stato: non chiedo in questo momento di mettere in atto iniziative nuove, ma di continuare nell’impegno quotidiano con una più esplicita intenzione educativa, con uno sguardo costruttivamente critico su ciò che facciamo, ponendoci alcuni interrogativi su come potrebbe cambiare, nel futuro, il nostro educare cristiano». Ho citato queste righe perché esprimono in una maniera che presumo abbastanza chiara un ulteriore senso e scopo della lettera.

6) Ordinarietà. È termine, e dimensione, che avevo già anticipato alla conclusione dell’anno pastorale. Ciò che noi abitualmente – cioè quotidianamente, settimanalmente, annualmente – viviamo e facciamo nelle nostre comunità cristiane,
può essere assai fecondo di educazione. Invito a prendere coscienza di queste potenzialità, e di riconoscere che, se l’educazione può apparirci talora ardua, inefficace, deludente, vi è una grande quantità di bene “seminato” nell’ordinarietà della vita: non possiamo pretendere di vedere subito e totalmente i frutti di tale seminagione.

7) Corresponsabilità. Non si può essere educati in solitudine; non esiste più, per fortuna, il precettore in casa. Si educa e si è educati insieme. Questo indispensabile impegno domanda una responsabilità condivisa. Non a caso il soggetto educante considerato dalla Lettera è sostanzialmente la comunità cristiana. La nostra diocesi sta compiendo cammini di collaborazione e di corresponsabilità: anche il nostro impegno educativo ne deve beneficiare.

8) Laici. È proprio l’assunzione seria della collaborazione a chiedere che sia dato il giusto spazio e la giusta responsabilità anche ai laici, sottraendosi alla tentazione di una chiesa “clericale”. L’impegno della costituzione di un nuovo Consiglio pastorale diocesano vuole essere segno anche di questa attenzione.

Voi comprendete che sullo sfondo di queste riflessioni e proposte vi è ciò che più sta a cuore a tutti noi come comunità cristiana: che anche oggi, nella nostra Chiesa, in questo nostro luogo e in questo nostro tempo, Cristo, Signore e Salvatore dell’umanità, sia annunciato. In fondo l’educazione, in particolare l’educazione cristiana nel suo nucleo e significato centrale, è una via necessaria per dire a chi viene all’esistenza dopo di noi, come gli apostoli dopo la Pasqua: «Abbiamo visto il Signore! (Gv 20,25) Desideriamo che anche voi lo incontriate».

Per questa ragione il tema dell’educazione ci interpella fortemente, e ci fa chiedere: trasmetto davvero alle generazioni più giovani ciò che appartiene alla mia esperienza, alle mie convinzioni, alle mie scelte? Riflettere e interpellarci sul nostro educare cristiano diviene così anche un salutare esame del nostro essere cristiani qui e ora.

Verso la conclusione della Lettera ho sintetizzato l’impegno proposto alla diocesi indicandolo come «un anno di riflessione personale e comunitaria, intesa come avvio di un cammino che compiremo assieme». Il riferimento è al cammino che vorremo compiere in comunione con tutta la Chiesa italiana, impegnata nel prossimo decennio – come è ormai noto – nel tema dell’educazione. Perciò invito tutti ad accogliere prossimamente con vivo interesse il testo della CEI che orienterà il cammino decennale.

Desidero poi richiamare brevemente altri impegni e appuntamenti.
Anzitutto il cammino di preparazione al Convegno ecclesiale delle Chiese del Triveneto, “Aquileia 2”, che avrà luogo nei giorni 13-15 aprile 2012. Si tratta di un importante appuntamento per le Chiese della nostra Regione ecclesiastica, che vuole ripetere l’esperienza di sinodalità, di comunione e di discernimento già sperimentata nel 1990. Più avanti giungeranno le informazioni necessarie.

Un secondo evento, appartenente alla vita della nostra Diocesi, è l’imminente pubblicazione degli Orientamenti e norme per le Collaborazioni pastorali nella Diocesi di Treviso. È uno strumento che ci aiuterà a rendere più precisa e più effettiva
l’istituzione delle Collaborazioni pastorali nella nostra Chiesa diocesana. Non si tratta solo di un testo normativo: dietro le indicazioni operative vi è uno spirito, un modo nuovo di essere Chiesa, che domanda una certa disponibilità al cambiamento da parte di tutti. Non posiamo avere solo la preoccupazione di aggiustare in qualche modo le attuali situazioni di precarietà: dobbiamo costruire la Chiesa di domani con scelte sapienti e con spirito autenticamente ecclesiale e missionario.

Voglio infine far presente che, da quanto è dato di sapere, dovrebbe apparire tra non molto anche l’Esortazione postsinodale del Papa, a seguito dell’ultimo Sinodo dei Vescovi sulla Parola di Dio. Possiamo immaginare che si tratti di un documento prezioso per l’impegno a porre la Parola di Dio al centro della vita della Chiesa e anche della nostra personale vita cristiana. Chiedo a tutti fin d’ora un’accoglienza attenta al magistero del Papa su questo tema, anche in considerazione del diffondersi di forme discutibili di spiritualità e di devozione, che tendono a negare di fatto tale centralità della Parola, quale fonte precipua e irrinunciabile di ogni vera spiritualità cristiana.

Affidiamo all’aiuto e all’accompagnamento della Vergine Maria, Madre di Dio e nostra, questo nuovo anno pastorale, come pure all’intercessione dei nostri santi Patroni.

Per questo tempo che ci sta davanti vorrei esprimere per tutti noi l’augurio e la preghiera che Paolo ha scritto per i cristiani di Efeso: «Il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi, che crediamo, secondo l’efficacia della sua forza e del suo vigore» (Ef 1,17-19).

Gianfranco Agostino Gardin
Vescovo di Treviso