Don Ernesto Montagner, un sorriso tra i ricordi

don Ernesto Montagner, cappellano a Passarella dal 1940 al 1952La testimonianza di Daniela nella Passarella del dopoguerra tra le meraviglie dell’infanzia, la scuola, il catechismo di don Ernesto Montagner: quando la fede si trasmette anche con una tazza di latte e cacao, suscitando un sorriso tra i ricordi anche duri dell’emigrazione veneta in Lombardia

di Daniela Freguia

In mezzo a tanta campagna, San Donà di Piave era il centro, il punto di riferimento più importante nella zona. Fin da quando abitavamo in località Coda di Gatto – entroterra di Eraclea – mia madre vi si recava ogni tanto in bicicletta, con qualche capo di pollame legato al manubrio, o a piedi, con una covata di pulcini, papere o anatroccoli da vendere al mercato.

Personalmente credo di avervi messo piede tre volte, con enormi aspettative. La prima con mamma che da tempo aveva promesso a noi piccoli (eravamo sette fratelli) che ci avrebbe condotti alla fiera, solo che, per eludere il pienone di visitatori della domenica, scelse di condurci il lunedì, giusto quando, baracche e baracconi, avevano smontato o già tolto le tende.

La seconda volta sono giunta fino alla stazione ferroviaria, pedalando autonomamente, affiancata dalla bicicletta di Elena, una signorina vicina di casa, che m’aveva anche prestato la bici della cuginetta di Taranto. Grazie a lei, è stato in quell’occasione che ho potuto vedere il treno, sorpresa di trovarlo tutto grigio e impolverato, quando lo immaginavo lucido e variopinto.

La terza fu in pullman con la scuola, per assistere alla rappresentazione cinematografica del film “Cenerentola”.

Infatti, compiuti i sei anni, avevo preso a frequentare la scuola elementare di Passarella di Sopra. Il mio ristretto mondo s’era così allargato, pur rimanendo circoscritto in confini ben precisi.

Da casa nostra in via Piavenuovo, per raggiungere il paese percorrevamo la strada che costeggiava il Piave, poi inforcavamo il bivio ombreggiato da due file di platani, che ci faceva accorciare il percorso. Se avessimo proseguito un poco, avremmo potuto raggiungere il traghetto della Nenella, da dove la strada, dall’argine, scendeva perpendicolare tagliando in due il paese, fino al crocivia dove si ergeva imponente l’albergo tinteggiato in rosso/bordò della nonna di Adolfina. Per me il mondo finiva lì. Solo in seguito avrei saputo, per esserci andata con le maestre, che girando sulla sinistra si poteva raggiungere una località periferica con una scuola strutturata in baracca, cioè eretta su pannelli di legno.

Passarella di San Donà - oggiIl centro di Passarella di Sopra si presentava a pianta circolare: percorrendolo con la memoria, sempre mantenendo la destra, rivedo la posteria dove entravo per comprare “il” pennino, scegliendo con cura la forma, sempre indecisa se optare per quello a campanile o per altro di modello diverso.

Proseguendo in cerchio: la chiesa col piazzale davanti e al suo fianco la canonica contornata da siepe sempreverde; un fruttivendolo che vendeva le castagne secche, il limone e la liquirizia; un piccolo sportello bancario, del quale non ricordo l’esatta collocazione. Attraversata la strada ritrovo un negozio ad angolo; la piazzola con la fontana a getto continuo; il cortile della scuola, con sullo sfondo una villetta con il melograno davanti al portone d’ingresso; la scuola e, a completare il cerchio, la sala cinematografica adiacente ad un altro negozio posteria-osteria.

La scuola era una struttura a due (o tre?) piani. Aule ai lati, scala in centro, alla fine della quale, in alto, sulla destra si entrava nella minuscola abitazione dove la Signora Cesira, l’insegnante caposcuola, ci viveva con la madre.

Il primo giorno di scuola, le insegnanti si videro arrivare un’orda di ragazzini, la maggior parte dei quali disordinati, scalzi e scapigliati, tipo quelli, per intenderci, che a Napoli avrebbero definito scugnizzi. Per cartella tutti avevano delle sacchette che contenevano un quaderno e poi mozziconi di matite, di pastelli o gomme.

La prima raccomandazione delle maestre fu che “a scuola non si viene scalzi”. Ricordo che obiettai che scalza non ero, alzando un piede per mettere in mostra il resto di quei cosi in pezza, creati da mia madre, che all’origine avevano avuto la pretesa di chiamarsi sandali.

A casa l’illuminazione era data dall’acetilene o dal lume a petrolio. Anche la scuola mi pare non fosse provvista d’impianto elettrico, perché ricordo che quando la compagna Guerrina fu invitata a casa della maestra a San Donà, al suo ritorno, estasiata, spiegò all’intera classe l’incanto del funzionamento dell’ interruttore e della lampadina.

Noi bambini parlavamo tutti in dialetto e per la lingua italiana poteva dichiararsi fortunato chi aveva appreso qualche parola dai fratelli maggiori che già avevano frequentato la scuola

Quanto non han fatto le insegnanti, a partire da quel primo giorno, per farci esprimere in lingua italiana, per aprire la nostra mente al sapere, e far di noi dei futuri cittadini, il meno ignoranti possibile, consapevoli dell’appartenenza alla grande nazione italiana e orgogliosi della propria bandiera! Quando in primavera ci conducevano a passeggiare sulla riva del Piave, il canto intonato era sempre “La bandiera dei tre colori”.

Per le lezioni di religione a scuola, veniva periodicamente in classe Don Ernesto Montagner, il cappellano coadiutore del parroco. Nessuna soggezione per quegli incontri, anzi era bello vederlo arrivare, sempre sorridente, pronto ad interessarsi sui nostri progressi presso l’insegnante; all’elogio sincero quando si era ben preparati sulla lezione o a parole di rimprovero o incoraggiamento, quando ci volevano. Mi piaceva tanto studiare con lui e mi sentirvo felicemente appagata quando mi portava ad esempio per i buoni risultati.

Ma di Don Ernesto Montagner, con la sensibilità di bambina avevo colto, oltre alla dignità del suo ministero, anche l’esempio di come avrebbe dovuto essere esercitata l’autorità del buon padre: forte e ferma, ma dolce nello stesso tempo; capace di rifuggire i metodi educativi improntati al linguaggio dei ceffoni, della bacchetta o della cinghia, tanto in voga a quei tempi.

Nel periodo in cui era aperto il calendario delle lezioni di catechismo in parrocchia, arrivavamo per tempo davanti alla chiesa e aspettavamo il giusto orario, tutti seduti sul predellino in mattoni o cemento che affiancava l’entrata della porta laterale sinistra.

Era Don Angelo, il parroco, a tenere le prime lezioni collettive, maschi e femmine insieme. Poco ortodossi i suoi sistemi di castigo per i maschi svogliati o troppo esuberanti, ma nessuno osava ribellarsi, nè i bimbi nè i genitori, anche se informati. Si facevano una risata e via…

Ben diverse erano le lezioni di catechismo di Don Ernesto in preparazione alla Prima Comunione e alla Santa Cresima, alle quali assistevamo tutti allegri e arrampicati sugli imponenti arredi della sacrestia.

Di Don Ernesto mi sono rimaste impresse, oltre la costante serenità ( non l’ho mai visto arrabbiato), anche la sua delicatezza e la particolare sensibilità. Il giorno della prima Comunione, quando sul cortile che divideva la chiesa dalla canonica si apprestavano a servire a tutti i comunicandi (digiuni dalla mezzanotte!) la colazione a base di caffelatte, da me rifiutato da sempre, lo vidi prodigarsi per farmelo sostituire con una tazza di delizioso latte e cacao, che consumai con gusto.

Ricordo poi la volta in cui una ragazzina, arrivata in paese con l’itinerante circo di famiglia e che in quel periodo frequentava la scuola, confessò a Don Ernesto il disappunto di dover indossare i pantaloni, cosa inusuale a quei tempi, “Sta serena” gli aveva risposto lui, “non li indossi per civetteria, ma per serio impegno lavorativo”. E la bimba, mia coetanea, s’era sentita rassicurata.

Una cosa da nulla, verrebbe da dire, e invece diviene notevole se la si confronta col fatto che arrivata a Passarella anni dopo come turista di passaggio, mi son sentita rifiutare l’accoglienza in canonica dal parroco allora in carica, perchè indossavo un paio di jeans.

Fu in occasione di quella vacanza che ebbi modo di unirmi al canto “trr che bell, trr che bon, l’è san come un corall, evviva la macchineta del giazz artificial… Un ciodo de fero vecio, de la meccanica de la meccanica…” intonato nell’abitacolo della cinquecento dello sfortunato militare Vito, dal gruppo dei cugini Tuis di Chiesanuova, memori della loro allegra partecipazione alla corale, diretta, a suo tempo, dal nostro Don Ernesto. Scoprii così, con piacere, che non ero l’unica a serbare un buon ricordo di questo sacerdote.

Ero tornata come turista dicevo, già, perchè la mia famiglia, da anni ormai, accompagnata da tante rosee speranze e da un camion di masserizie, aveva lasciato alle spalle il Veneto povero, per approdare nella ricca e industrializzata terra di Lombardia .

Il passaggio non fu indolore per nessuno, né per i grandi, né per i piccoli. Nel Veneto noi, più che poveri eravamo miseri, non possedendo niente, ma la cosa non ci pesava, perché la grande massa viveva nelle nostre stesse condizioni. E’ cosa ben diversa entrare da miseri nel mondo dei “ricchi”. Allora sì che si evidenzia la differenza e fa male quando la povertà viene quasi rinfacciata.

Noi arrivavamo da un mondo povero di cose ma ricco di solidarietà, dove consuetudini come il baratto funzionavano ancora alla grande: si entrava regolarmente nelle botteghe per scambiare un uovo con un un poco di zucchero, di marmellata o di qualsiasi altro genere. E poiché le abitudini si portano appresso e non si abbandonano d’istinto, tentammo la stessa cosa in Lombardia – dove il sistema, se mai fosse esistito, era finito dalla notte dei tempi -, facendoci ridicolizzare.

Gli adulti ci chiamavano “i forestieri”, e i bambini ci prendevano in giro perché indossavamo sempre i medesimi vestiti o perchè andavamo a scuola con gli zoccoli, e ci canzonavano con la frase “venezian caga in acqua”. Ma, per fortuna, è durata per poco, finché i piccoli hanno intrecciato rapporti amicali e i grandi hanno trovato lavoro. Allora c’è stata integrazione.

Neppure con la chiesa sono mancate le difficoltà. Diverse erano le abitudini: quello che per gli uni era norma, per gli altri suonava come scandalo; diverso il Rito Romano da quello Ambrosiano e non tutti sapevano distinguere la sostanza dalla forma. Gli adulti si sentivano spaesati più dei bambini e quando loro mancava la padronanza della lingua italiana, neppure trovavano consolazione nell’inginocchiarsi al confessionale. Così preferivano disertare e venivano accusati di miscredenza. C’è voluto del tempo, ma poi le cose si sono sistemate da sole.

Ho sempre portato nel cuore il ricordo del prete della mia Prima Comunione (don Ernesto Montagner). La volta che mi decisi a chiedere sue notizie, – neppure ricordo a quale parrocchia-, ebbi la soddisfazione di sentirmelo passare al telefono: proprio in quel periodo stava trascorrendo una vacanza in Italia. Dopo i saluti d’obbligo, tra lo scambio d’informazioni, fu lui a spiegarmi che la sua comunità in Brasile dipendeva direttamente dalla diocesi di Treviso.

Leggo ora che don Ernesto era partito per accompagnare a Pedrinhas un gruppo di circa 200 famiglie venete, delle nostra zona, che emigravano contando sulla conveniente assegnazione di terreno coltivabile. Tutta gente che prima di partire ha venduto ogni avere… Se tanto mi da tanto, valutando la condizione economica che ha fatto decidere la mia famiglia a trasferirsi in Lombardia, posso immaginare che da quella transazione sia derivato un magro ricavo: fosse stato possibile vendere la povertà, allora sì che sarebbero partiti tutti con un buon gruzzolo. Invece erano tutti ricchi di figli e di desiderio di riscatto dalla miseria e andavano alla ricerca di quella fortuna che, lo sappiamo bene, per la povera gente altro non significa che una vita dignitosa per sé e per i propri cari.

Per tutta questa gente che aveva lasciato la Patria, la cultura e gli affetti, l’unico tratto d’unione fra il passato e il presente, tra il vecchio mondo e quello nuovo, era lui. E’ commovente leggere sui documenti, la testimonianza di quanto Monsignor Ernesto Montagner si sia sempre prodigato per mantenere viva, con la devozione, la lingua e le usanze, la loro identità italiana.

Il Vescovo che l’ha assegnato a questo compito evidentemente lo conosceva bene: sapeva delle innumerevoli risorse del sacerdote di grande fede, dell’ educatore capace di guardare alla sostanza più che alla forma e che lavorava di sorriso, piuttosto che di frusta, dell’ amministratore improntato alle direttive del buon padre di famiglia e, non ultimo, della sua fervida creatività, sempre alla ricerca d’iniziative socialmente aggreganti.

Dal piccolo della mia esperienza di migrante dal Veneto alla Lombardia, posso immaginare quanto sia stata provvidenziale l’assistenza spirituale e materiale di Don Ernesto Montagner per quella marea di nostri connazionali del Basso Piave, partiti fiduciosi verso l’ignoto che in Pedrinhas Paulista ha assunto le sembianze di casa de noialtri.

Daniela Freguia
Milano, 02 agosto 2012