Don Gino presenta la “Caritas in Veritate” di papa Benedetto XVI

Forum-2009Testo dell’intervento di don Gino Perin durante l’incontro promosso dal “Forum della Città del Piave” all’Oratorio don Bosco il 24 novembre 2009, per tratteggiare le linee essenziali della nuova enciclica di papa Benedetto.

Interesse del documento.

Con questo scritto, Il Papa interviene con pensiero originale sulla vita delle persone e dei popoli del nostro tempo. Offre una lettura della vita delle società da punti di vista non comuni, non dipendenti da una filosofia o da una qualche teoria sociale, ma dal punto di vista della fede cristiana, fonte di conoscenza superiore e rivelata. Attinge ad un ‘corpus’ di pensiero che viene da lontano, la dottrina sociale della chiesa, che da più di 100 anni accompagna l’evoluzione della ‘questione sociale’ del mondo occidentale, diventata questione mondiale a partire dal Concilio Vaticano II  negli anni ’60. 

L’interesse è reso più vivo perché l’enciclica è arrivata in un contesto di una pericolosa crisi economico-finanziaria mondiale, nella quale siamo costretti a navigare anche noi.

La crisi è esplosa all’interno della confusione provocata dall’incon-trollato diffondersi della globalizzazione, fenomeno cresciuto senza regole, e lontano da qualsiasi preoccupazione che non fosse il profitto massimizzato. Con il suo scritto il papa richiama alla assoluta necessità introdurre l’etica nell’economia, incontrando in questo le aspettative di molti operatori del settore.

Per verità il papa aveva deciso di commemorare i quarant’anni di un grande documento di Paolo VI, l’enciclica Populorum Progressio, pubblicata nel 1967, che ha aperto un  discorso nuovo sul tema dello sviluppo dei popoli e sulle condizioni necessarie per estenderlo ad ogni essere umano. Il ritardo di quasi due anni della pubblicazione del nuovo documento sociale è dovuto alla decisione di approfittare della crisi anche come occasione opportuna per allargare le riflessioni sulla necessità di ricondurre al governo dell’etica l’attività economica, affinchè serva al vero sviluppo dell’umanità. “La Caritas in veritate, secondo il parere del giornalista A. Sciortino, è un vero manifesto per cambiare il mondo, migliorare la giustizia, far procedere il bene comune e dare ad ognuno il suo. E’ un testo che affonda le sue radici nel Vangelo e nell’insegnamento di Gesù sull’amore, e mette in guardia contro le nefandezze verso i poveri, che non possono essere considerati come un ‘fardello’ o una quota inevitabile del capitalismo e dell’economia di mercato” (A. Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana).

Con tutto questo abbiamo in mano un testo che, a detta del prof. Giorgio Campanini, è il più ampio di tutte le encicliche, e di non facile lettura per la sua complessità. e non basta certo il breve tempo di una conversazione per esporne l’ampia gamma dei contenuti.

Il titolo dell’enciclica
Chiunque conosca un po’ i discorsi e gli scritti del papa, può osservare che il tema della carità è ricorrente nel suo insegnamento. Approfondendo quello che ha già scritto nella prima enciclica Deus caritas est, qui propone la carità come la via maestra della dottrina sociale della chiesa (2), perché “dalla carità di Dio tutto proviene, per essa tutto prende forma, ad essa tutto tende”. Ma la carità va coniugata con la verità, se si vuole evitare di sviarla e svuotarla. “Senza verità la carità scivola nel sentimentalismo, l’amore diventa un guscio vuoto da riempire arbitrariamente… La verità libera la carità dalle strettoie di un emotivismo che la priva di contenuti relazionali e sociali.” (3). Per superare la visione solo terapeutica e medicinale della carità, come dice il teologo mons. Brambilla, occorre cercarla e  viverla nella verità.

Di qui il titolo Caritas in veritate che, come dice il papa, rende inversa e complementare l’espressione di S. Paolo “veritas in caritate” (Ef 4,15), agire con verità nella carità (2).  Carità e verità sono due parole che si richiamano e si includono. “La carità nella verità…è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera” (1): è la frase iniziale della lettera, che già dice in tre parole il suo contenuto  carità, verità, sviluppo. Lettera enciclica… sullo sviluppo umano integrale nella carità e nella verità.

Con Paolo VI e oltre

Il tema dello sviluppo è stato introdotto nel pensiero sociale della chiesa dal papa Paolo VI, lanciando alcune frasi-slogans diventate famose: ‘il nuovo nome della pace è lo sviluppo; i popoli della fame interpellano i popoli dell’opulenza;  la collera dei poveri ha conseguenze imprevedibili… Il mondo ha bisogno di uno sviluppo planetario, che faccia passare ogni uomo da condizioni meno umane a condizioni più umane’ …Le sue larghe vedute venivano incontro ai tumultuosi fermenti dei molti popoli del Terzo mondo che  negli anni sessanta giungevano all’indi-pendenza e si trovavano con l’immane compito di organizzare le conseguenze della raggiunta libertà politica con programmi  capaci di alimentare la speranza collettiva in un futuro migliore. Il giudizio del papa sul documento è più che positivo: “Esprimo la mia convinzione – scrive il papa – che la Populorum progressio merita di essere considerata come la Rerum Novarum dell’epoca contemporanea, che illumina il cammino dell’umanità in via di unificazione”(8).

Dell’insegnamento di Paolo VI, il papa ricorda i punti principali, quali ad esempio: lo sviluppo è vocazione che richiede una risposta libera e responsabile; lo sviluppo dev’essere integrale, di ogni uomo e di tutto l’uomo, altrimenti non è vero sviluppo; il vangelo è elemento fondamentale dello sviluppo; lo sviluppo esige urgenti riforme sia delle mentalità che delle strutture…’ Poi si domanda “quanto le aspettative di Paolo VI siano state soddisfatte dal modello di sviluppo che è stato adottato negli ultimi decenni” (21). La sua risposta è che uno sviluppo c’è stato, non si può negare, ma è gravato da “distorsioni e drammatici problemi, messi ancora più in risalto dall’attuale situazione di crisi” (ivi). Anzi la crisi è tale che ci obbliga a riprogettare il nostro cammino, a darci nuove regole, a trovare nuove forme di impegno.

Il papa aggiunge alcune pennellate sulla situazione attuale: “La società sempre più globalizzata ci rende vicini ma non ci rende fratelli” (19); “Cresce la ricchezza mondiale in termini assoluti, ma aumentano le disparità…Continua lo scandalo  di disuguaglianze clamorose” (22). E continuando l’analisi, osserva che Il mercato diventato globale, per favorire la competizione, ha ridotto le reti di sicurezza sociale e ha spinto ancor più al margine i popoli poveri. Prova evidente  è la drammatica attualità del problema della fame nel mondo, tornato alla ribalta dell’opinione pubblica con il vertice mondiale della FAO sulla sicurezza alimentare, tenutosi a Roma nella settimana scorsa. Al n. 27 dell’enciclica, dove  affronta direttamente il problema, il papa ricorda con chiarezza quello che anche molti responsabili dei popoli hanno poi detto, che cioè “l’alimentazione e l’accesso all’acqua sono diritti universali di tutti gli esseri umani, senza distinzioni e discriminazioni”. Egli poi aggiunge che in ultima analisi al centro di ogni vero sviluppo umano sta “l’apertura alla vita”, cioè il rispetto e l’accoglienza dellavita nelle sue varie espressioni e fasi.

La conclusione dei riferimenti alla Populorum progressio viene così sintetizzata: “Oltre quarant’anni dopo, il suo tema di fondo, il progresso- sviluppo, resta ancora un problema aperto”. Occorre perciò “dilatare la ragione” e coniugare la ragione con l’amore, il logos con l’agape, per dare un nuovo impulso alla “civiltà dell’amore”, espressione di genuina memoria montiniana.

Dopo questo veloce giro di orizzonte sui valori e sui principi già acquisiti dall’insegnamento sociale della Chiesa, raccogliamo le ulteriori riflessioni che il papa fa, per portare l’attenzione su alcuni importanti problemi di attualità.

I PRINCIPALI CONTENUTI: La chiesa di fronte ai maggiori problemi di oggi

1. La ‘questione sociale’  è diventata ‘questione antropologica’.

Il duro conflitto tra capitale e lavoro dell’800 ha generato la prima questione sociale, affrontata dalla chiesa con la Rerum Novarum del 1891; la contrapposizione dei due blocchi contrapposti Est e Ovest, diventata successivamente divisione del mondo in Nord ricco e  Sud povero, hanno dato alla questione sociale un orizzonte mondiale; la caduta del muro di Berlino e la veloce scomparsa delle barriere doganali nazionali ha avviato una incontrollata globalizzazione dei mercati. Lo sguardo acuto e penetrante di papa Ratzinger, lo porta ad affermare che “la questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica” (75), cioè tale che chiama in causa la concezione dell’uomo.

Per verità la centralità della persona è sempre stata fin dall’inizio del pensiero sociale cristiano alla base di tutto il ricco insegnamento pontificio (vedere per questo il Compendio della dottrina sociale della chiesa). Il fatto nuovo è che il potere raggiunto con le scoperte e le applicazioni delle biotecnologie, rende l’uomo capace di manipolare la sua stessa natura, e lo illude “di essere  il solo autore di se stesso, della vita e della società” (34)  In realtà questa rivoluzione tecnologica interpella la ragione umana e la costringe ad elaborare vie percorribili di azione che impediscano la distruzione dell’uomo e della sua identità. In effetti “la tecnica assume un volto ambiguo. Nata dalla creatività umana quale strumento della libertà della persona, essa può essere intesa come elemento di libertà assoluta, quella libertà che vuole prescindere dai limiti che le cose portano in sé” (70).  E’ necessario che le decisioni siano frutto di responsabilità morale per evitare drammatiche deviazioni. Per questo occorrono “uomini retti, operatori economici e uomini politici che vivano fortemente nella loro coscienza l’appello del bene comune” (71). In questi problemi è necessario che fede e ragione si aiutino a vicenda, La ragione per non perdersi nell’illusione della propria onnipotenza, e la fede per non rimanere estranea dalla vita concreta della gente.

2. Il problema ecologico.

Fra i numerosi  temi che l’enciclica affronta perché collegati con lo sviluppo, non potendo ricordarli tutti, metto in rilievo il tema ecologico, cioè il rapporto dell’uomo con l’ambiente naturale. Di fronte all’attuale abuso delle risorse del creato, in particolare di quelle energetiche non rinnovabili, per le quali vengono penalizzati soprattutto i paesi poveri, alla riflessione del papa appare urgente la necessità morale di una rinnovata solidarietà internazionale. Oltre che una più giusta ridistribuzione planetaria delle risorse, occorre un cambiamento di mentalità che porti ad adottare nuovi stili di vita, capaci di influire sulle scelte dei consumi, dei risparmi e degli investimenti. Su questo argomento la Chiesa ha una precisa responsabilità perché difendendo la terra l’acqua e l’aria difende la vita stessa dell’uomo. La Chiesa deve difendere l’opera mirabile del Creatore, in quanto “reca in se una grammatica che indica finalità e criteri per un utilizzo sapiente, non strumentale e arbitrario.” (48). Il riferimento alla Legge naturale, che egli chiama grammatica delle cose, è frequente nell’insegnamento di papa Ratzinger, perché vuole ancorare alcune coordinate fondamentali dell’etica razionale  a qualcosa di già delineato dal Creatore e non solo dipendente dalla libera decisione dell’uomo singolo o riunito in collettività, e così metterle al sicuro da variazioni e mutamenti arbitrari.

3. Governare la globalizzazione.

Per descrivere il fenomeno della globalizzazione l’enciclica usa l’espressione “esplosione dell’interdipendenza planetaria”. E’ un processo economico nato nei paesi economicamente sviluppati, ma che ha impetuosamente coinvolto tutte le economie del mondo, ed è stato portatore di grandi opportunità per intere regioni, ma anche causa di rischi e di danni ancora sconosciuti, creando nuove divisioni nella famiglia umana. Il papa ricorda che la globalizzazione non è solo un processo socioeconomico. “Sotto il processo più visibile c’è la realtà di un’umanità che diviene sempre più interconnessa… il superamento dei confini non è solo un fatto materiale, ma anche culturale nelle sue cause e nei suoi effetti …  perciò occorre favorire un orientamento culturale personalista e comunitario, aperto alla trascendenza, del processo di integrazione planetaria.” (42) Di per sé la globalizzazione non è né buona né cattiva, come tanti fenomeni umani. Dipende da come viene governata. Se viene adeguatamente gestita offre le possibilità di una grande ridistribuzione della ricchezza a livello planetario come in precedenza non era mai avvenuto; se invece viene mal gestita può far crescere l’ingiustizia, la  povertà e le disuguaglianze. “Bisogna allora correggerne le disfunzioni, anche gravi che introducono nuove divisioni tra i popoli e dentro i popoli… le difficoltà e i pericoli potranno essere superati solo se si saprà prendere coscienza di quell’anima antropologica ed etica che dal profondo può sospingere la globalizzazione verso traguardi di umanizzazione solidale” (ivi).         

4. Soluzioni nuove per l’economia.

Nel contesto della globalizzazione in atto, l’enciclica affronta la questione dell’economia e delle sue componenti strutturali, dal mercato all’impresa. Rinunciando ad addentraci negli aspetti più tecnici dell’argomento, che pure vengono trattati nel testo, si può riassumere in tre punti l’apporto dell’insegnamento papale: nuova visione della categoria mercato, forme inedite di rapporto fra economia ed etica, emergenza di un terzo soggetto economico fra i tradizionali poli del pubblico e privato.

Secondo l’enciclica, il mercato è l’istituzione economica che permette lo scambio di beni e di servizi in vista del soddisfacimento dei fondamentali bisogni delle persone. Ma non può essere abbandonato a se stesso, come se fosse capace da solo di regolarsi ed eventualmente di correggersi. Deve essere orientato in modo da favorire una più equa ripartizione delle risorse e conseguentemente servire la giustizia sociale. Più in generale, tutto il sistema economico deve essere commisurato con la classica categoria del ‘bene comune’. Bisogna  affermare che l’economia non può perseguire esclusivamente il profitto individuale o di gruppo, ma dev’essere guidata anche da valori sociali ed etici. “L’economia infatti ha bisogno dell’etica per il suo corretto funzionamento” (45). In questo ordine di pensieri il papa incoraggia l’apertura a forme di attività economica caratterizzate da quote di gratuità e di comunione, così da dar vita a imprese ispirate al principio della solidarietà e capaci di “creare socialità” (39). L’impresa tradizionale non dovrebbe essere l’unico soggetto economico, ma ad essa dovrebbero affiancarsi altri soggetti, facendo capo a un terzo settore, che contribuisca a “generare un mercato più civile”,  capace di “realizzare finalità umane e sociali” (46).

Questa sezione dell’enciclica, piuttosto ampia e dedicata al mercato e all’impresa, presenta alcune novità rispetto al precedente magistero della chiesa. Secondo il prof. G. Campanini, ritenendo superate sia le nostalgie corporativistiche, che la cogestione dell’impresa e l’azionariato operaio, la Caritas in Veritate “mostra chiaramente la propria preferenza per un ‘terzo settore’ intermedio  tra i due antichi antagonisti (capitalismo e statalismo) in vista della valorizzazione di una nuova forma di economia, fondata su imprese solidaristiche e comunitarie, non finalizzate esclusivamente al profitto, capaci di coniugare l’efficienza (e dunque il rispetto delle buone regole del mercato) con obiettivi di giustizia e di solidarietà”. E qui bisogna citare il testo che contiene una delle sorprendenti novità dell’insegnamento del papa: “la carità nella verità pone l’uomo davanti alla stupefacente esperienza del dono… L’essere umano è fatto per il dono che ne esprime ed attua la dimensione di trascendenza… Lo sviluppo economico sociale e politico ha bisogno, se vuole essere autenticamente umano, di fare spazio al principio di gratuità come espressione di fraternità” (34). E’ davvero interessante cercar di capire verso dove voglia spingere il pensiero del papa, introducendo i concetti di dono, gratuità, comunione, fraternità, come elementi qualificanti dell’attività economica.

5. Come lavorare per lo sviluppo.

C’è tutto un capitolo che contiene indicazioni varie e anche dettagliate per convocare all’opera dello sviluppo la grande pluralità delle forze dell’umanità. Si deve partire da una convinzione base: “Lo sviluppo dei popoli dipende soprattutto dal riconoscimento di essere una sola famiglia che collabora in vera comunione” (53) . Questo principio va reso operativo mediante un “nuovo slancio di pensiero” che approfondisca la categoria della “relazione umana interpersonale”. Nella rete relazionale bisogna  includere tutte le persone e tutti i popoli. Secondo la fede cristiana grande luce viene dal misterioso rapporto delle tre Persone divine nella Trinità.  Ma si sa che “anche altre culture e altre religioni insegnano la fratellanza e la pace, e così sono di grande importanza per lo sviluppo umano integrale” (55). Per dare forte impulso allo sviluppo “le società in crescita devono rimanere fedeli a quanto di veramente umano c’è nelle loro tradizioni… In tutte le culture ci sono singolari e molteplici convergenze etiche, espressione della medesima natura umana, voluta dal Creatore e che la sapienza etica dell’umanità chiama legge naturale. Una tale legge morale  universale è saldo fondamento di ogni dialogo culturale, religioso e politico… L’adesione a tale legge scritta nei cuori è il presupposto di ogni collaborazione sociale”(59).

A questo punto il papa ripropone il tema tanto insistito fin dall’inizio del suo ministero petrino: l’importanza dell’educazione. Dev’essere data a tutti la possibilità di accedere all’educazione, di avere un’educazione che non sia solo istruzione o formazione al lavoro, ma che si rivolga alla formazione di tutta la persona. Sia soprattutto educazione morale, educazione cioè  alla responsabilità in tutti campi e a tutti i livelli di comportamento, individuale sociale e politico,  seguendo i valori della carità e della verità.

Conclusione del papa: Convinti che l’amore pieno di verità, caritas in veritate, da cui procede l’autentico sviluppo, di tutto l’uomo e di tutti gli uomini, non è da noi prodotto ma viene dall’alto, “lo sviluppo ha bisogno di cristiani con le braccia alzate verso Dio nel gesto della preghiera” (79).

* Nostra conclusione:  possiamo accogliere la valutazione di p. Bartolomeo Sorge, nell’editoriale di Aggiornamenti sociali (n. numero di settembre ottobre 2009).  Con la Caritas in veritate, abbiamo in mano “una bussola”,  anzi un “vero e proprio prontuario sociale cristiano” per il XXI secolo.