Don Luigi Barbiero

Omelia del vescovo al funerale di d. Luigi Barbiero
Is 25, 6-9; 1 Gv 3, 14-16; Lc 12, 35-40

All’inizio dell’omelia desidero portare la partecipazione spirituale di S. E. Mons. Antonio Mistrorigo, impossibilitato ad essere presente per il suo stato di salute; la partecipazione dei Vescovi della Diocesi di Talca con i quali d. Luigi Barbiero ha collaborato nei suoi 47 anni di ministero in quella diocesi cilena, l’attuale Vescovo Don Oracio e il Vescovo emerito, Don Calos Gonzales. La notizia della morte di d. Luigi li ha profondamente commossi e sono qui con noi con la loro preghiera. Sono in comunione con noi anche i nostri confratelli che hanno condiviso con d. Luigi il ministero in Cile, d. Sante Dal Tin e d. Paolo Cargnin.
Nel Vangelo, che abbiamo ascoltato, Gesù esorta i suoi discepoli: “Siate pronti, come i servi che aspettano il padrone quando torna.. pronti ad aprirgli quando arriva e bussa”.
Il Signore è passato senza preavviso, come il padrone della parabola, ha bussato alla porta di d. Luigi e se lo è portato con sé.
Non abbiamo altra motivazione per la sua morte così repentina, con una malattia che è sfuggita ad ogni diagnosi umana. Era finito il suo tempo di servizio ed era giunto il tempo di passare al banchetto della gioia eterna nel quale il Signore stesso si cinge le vesti e passa a servire i suoi servi fedeli.
In questa condizioni beata pensiamo ora d. Luigi e ci sentiamo in profonda comunione di fede, di affetto fraterno e di preghiera: lui al banchetto eterno e noi al banchetto dell’Eucaristia che per 51 anni di sacerdozio ha celebrato.
In questo momento sarebbe lungo ricordare i tanti modi con cui d. Luigi ha donato la sua vita e il suo ministero sacerdotale, specialmente in Cile e negli ultimi tre anni qui a S. Donà di Piave.
Potremo trovare nel prossimo futuro la forma per ricordare in modo più ampio d. Luigi perché rappresenta certamente una di quelle figure sacerdotali che si sono distinte nel nostro presbiterio per statura spirituale, umana e culturale.
Appena ordinato sacerdote era partito missionario in Cile, nella Diocesi di Talca, seguendo altri due confratelli, d. Aldo Davanzo, che ora ha incontrato nel Signore, e d. Sante Dal Tin, che ancora è a Talca. Sono stati “fidei donum” ante litteram, perché hanno precorso le intenzioni dell’enciclica di Pio XII che avviava questa nuova forma di collaborazione tra Chiese sorelle.
Il valore del ministero d. Luigi a Talca e nella Chiesa cilena lo conoscono ben più di noi i fratelli di quella Chiesa. Noi possiamo intuirlo dagli importanti incarichi che gli sono stati affidati come quello di rettore ed insegnante di teologia del seminario interdiocesano per ben 17 anni, di vicario episcopale, di assistente nazionale dell’Azione Cattolica rurale, oltre che di parroco.
Nei tempi dolorosi della dittatura politica è stato chiamato anche a delicate mediazioni con la Santa Sede e a difesa di alcuni sacerdoti.
Non proseguo, però, su questi ricordi che potremo raccogliere in modo più completo a edificazione del clero e della Chiesa di Treviso.
Non posso, invece, non ricordare l’impressione che è rimasta nel profondo del mio animo dagli incontri che ho avuto con d. Luigi, quando l’ho conosciuto personalmente da Vescovo di Treviso.
Sono convinto che la mia impressione sia condivisa da quanti lo hanno frequentato, specialmente dai confratelli che hanno condiviso questi ultimi suoi anni di vita.
L’ho sentito un prete totalmente innamorato di Gesù Cristo e, per questo, appassionato nel servizio alla Chiesa, fosse quella di Talca o quella di Treviso.
A Mons. Magnani, così motivava la decisone, certo non facile, di tornare a Treviso dopo 47 anni: “La ragione principale è che io ho bisogno di una vita più tranquilla. Più dedicata alla preghiera, più centrata nell’assoluto della vita sacerdotale. Ho scoperto, in questo tempo, che in Cile la vita dei sacerdoti è troppo dispersa, frammentata per vari motivi. E mi è parso che non mi ha fatto bene l’attivismo”.
Mi è stata data testimonianza che qui a S. Donà lo si vedeva spesso in preghiera silenziosa in chiesa, pur essendosi reso disponibile con generosità a varie forme di ministero, tra cui quello dell’ascolto e del consiglio.
Parlando assieme ho sempre avvertito un credente che viveva e coltivava un costante raccoglimento interiore dentro il quale custodiva e alimentava il suo rapporto di fede con Gesù.
Dentro questa vita interiore è maturata una sapienza serena ma acuta con la quale osservava e valutava gli avvenimenti e anche le persone.
Era uno sguardo buono che nasceva dalla carità per i fratelli, specialmente per i confratelli sacerdoti; uno sguardo e un parlare rispettoso anche se intelligente e sincero nel discernimento.
La seconda parte del suo testamento spirituale d. Luigi stende la sua confessione di fede, una sintesi densa di quanto egli, con il cuore e l’intelligenza, aveva penetrato del Mistero di Dio e del Mistero dell’Incarnazione di Gesù, che definisce “abbagliante”.
E conclude: “In questa fede voglio vivere, per questa fede voglio lottare e con questa fede voglio addormentarmi nell’attesa del risveglio assicurato dal Salvatore del Mondo”.
In questa fede d. Luigi si è addormentato dopo un ultima prova tanto fisicamente e moralmente dolorosa, quanto ai nostri occhi misteriosa.
Questa fede ci lascia come testimonianza e in questa fede noi ora lo raccomandiamo a Gesù, che è stato il Signore della sua vita.