Don Matteo Volpato

don Matteo VolpatoTutto comincia con una telefonata: sei lì, intento alle tue mille cose, in una torrida giornata di giugno, a far quadrare i conti di un’estate tra campiscuola e Grest da organizzare, quando senti suonare per l’ennesima volta il cellulare. Quasi senza pensarci lo prendi dalla tasca, butti l’occhio frettoloso a guardare chi ti stia chiamando o disturbando con l’ennesimo imprevisto…e di colpo ti si ferma il respiro.

Capisci, in una frazione di secondo, che la tua vita è cambiata. Un attimo prima sei una cosa, il successivo ne sei un’altra. È questione di un momento: ti si è gelato il sangue, trattenendo tra le mani il telefono che vibra e ti lampeggia un nome che ben conosci…e istintivamente vorresti quasi fare a meno di rispondere. A un tratto tutte le cose che stai facendo cadono in secondo piano.

Cos’è successo, vi chiederete? Nulla: hai solo letto il nome del segretario del vescovo sul display del cellulare e questo, visto che è iniziato il periodo dei cambi, significa solo una cosa: sarai trasferito di parrocchia! Chi è attorno a te vede che ti sei rabbuiato, chiede imbarazzato “tutto bene” a cui naturalmente rispondi di sì…e poi segni in agenda una data. Niente è più come prima e tutto ciò che vedi, persone, relazioni, dialoghi, scambi, inizia a tingersi di una patina diversa, a prendere le distanze; anche il tuo modo di parlare cambierà, facendoti coniugare i verbi in modo diverso, passando dal “noi” al “voi”…

Ecco in alcune battute veloci quello che accade a tanti preti…mai quanti quest’anno.

Il resto è storia, come si dice: la prima visita qui a San Donà, in modo anonimo e quasi di nascosto, il pranzo con don Davide, il caffè con don Gino, i ricordi di don Edy, l’estate a Dosson pensando a come sarebbe stata la nuova parrocchia…e poi i saluti, il trasloco, l’impatto con la nuova realtà, la città e la scuola. Sì, perché…nel frattempo di telefonate così ne avevo ricevuta una seconda che mi annunciava l’insegnamento della religione alla scuola superiore “Alberti”.

Alla fine eccomi qui: sono don Matteo Volpato e da metà settembre vivo il mio ministero di prete assieme a voi qui a San Donà. Ho 35 anni e sono originario della parrocchia di San Martino di Lupari, il punto più distante possibile da qui...esattamente l’altro estremo della nostra diocesi. Sono entrato in seminario a 21 anni dopo il liceo scientifico, un anno di università a Padova, alcune esperienze di lavoro e una vita assolutamente…normale fatta di amici, sport, parrocchia, divertimento, fidanzata, musica e tanto, tanto altro.

Forse vi state chiedendo come sia successo? C’erano i miei diciannove anni, c’era la voglia di lasciare un segno, di andare oltre, di squarciare, chissà come, orizzonti sempre troppo angusti, fiutando nell’aria quel qualcosa in più, per cui sentirmi vivo e quindi vivere! Cauto eppure inquieto, procedendo per tentativi: alcuni sterili, altri inutili, alcuni dannosi, altri carichi di promesse.

“Segui me” cioè “fammi spazio”, “dammi del tempo”: c’era anche questo ad un certo punto. Discreto e incalzante; era l’invito che percepivo nascosto dietro alla serenità di alcuni testimoni; era impastato della pace che gustavo in me dopo le prime esperienze di servizio, era nella coinvolgente e progressiva passione per la gente; era dietro la gioia contagiosa di un amico prete, dentro al silenzio profondo eppure “rumoroso” che spesso mi attirava in chiesa, placandomi. Assecondavo la sensazione che queste fossero tutte orme da seguire e che ne potessi fare a meno.

A poco a poco queste due realtà che pulsavano in me si sono come riconosciute a vicenda, iniziando a fremere all’unisono; non ero più io a cercare, ma era Lui che cercava me e mi invitava a decifrare la Sua volontà in tutto questo; e così è arrivato il confronto con un prete, il Gruppo Diaspora del seminario, l’ingresso nella comunità vocazionale e la vita in seminario. Gli otto anni qui trascorsi con altri giovani come me, mi hanno fatto gustare la gioia di un cammino di ricerca e affidamento comune, nella vita di tutti i giorni, scandita dai tempi di preghiera, di studio, di formazione personale e cristiana; nello stare assieme, genuino e fraterno, nei momenti di pienezza o aridità; nel gustare la vita comunitaria come luogo di conversione, nel percepire nelle persone con cui vivevo le mie stesse inquietudini e desideri come pure le stesse orme lasciate dal Signore.

E poi, nel frattempo, i tre anni in servizio a Camposampiero e l’anno di animazione vocazionale “Siloe“; è sopraggiunto anche un forte momento di crisi, proprio all’ultimo anno e quindi l’uscita dal seminario per un intenso periodo di tirocinio e l’intensissima esperienza del lavoro in fabbrica. Dopo un ulteriore salto di fiducia in Dio ho scelto di concludere il percorso e di essere ordinato diacono e quindi sacerdote, negli anni in cui vivevo il mio servizio a Casale sul Sile. Ho vissuto negli ultimi quattro anni il mio ministero nella parrocchia di Dosson di Casier, prima periferia sud di Treviso.

Ora sto iniziando ad ambientarmi in questa nuova realtà, qui assieme a voi: ricominciare in una nuova comunità cristiana significa anche fare un bilancio di quanto vissuto finora, cercando di avere sul proprio ministero e sulla propria vita uno sguardo di misericordia e gratitudine.

In questi giorni, dovendo scrivere queste righe, rivedo un po’ tutta la mia vita, in questa ennesima tappa. Due sentimenti mi avvolgono trasportandomi come sulla cima di una delle nostre montagne. Innanzitutto sono imbarazzato: dietro di me contemplo stupito la strada fatta e la vita vissuta: e mi sento messo a nudo, conosciuto da sempre per quello che sono stato e sono: imbarazzo perché “esposto” e quindi giudicato, atteso con un’identità di fronte alla quale mi sento sempre inadeguato e in ritardo. In questi primi anni di ministero mi pare davvero di poter dire che il Signore abbia mantenuto le Sue promesse percepite anni or sono e che la mia vita sia stata spesso ben più felice di quanto mai avrei immaginato potesse essere.

E poi mi giro, guardo avanti, alla strada da fare e sono stordito; contemplo con stupore la grandezza travolgente di un dono, quello di essere sacerdote, per poter essere Suo strumento, facendo parlare la mia vita di Dio. Mi sento come il buon ladrone sulla croce a fianco di Gesù: ha ricevuto ben più di quanto potesse immaginare e sperare, ben più di quanto avesse chiesto.

Al centro, nella cima del monte, il presente da trasformare di continuo in un futuro gravido di speranza e attesa; col desiderio grande di incontrare e lasciarmi fecondare ogni giorno dalla presenza di Dio nella Sua Parola e nell’Eucarestia accolte e celebrate con voi, nel volto magari delle sorelle e dei fratelli grandi e piccoli di questa città e della mia scuola.

Non so se son riuscito a spiegarmi abbastanza ma faccio mie le parole di una mistica francese, Simone Weil, che diceva “il ruolo del prete è comprensibile solo se c’è in lui qualcosa di incomprensibile”. Nel frattempo voi…pregate per me!

dmt