Gianni Bonato – Una figura ancora viva nella memoria e nell’esempio

Sono passati poco più di 45 anni da quel 4 ottobre 1961, festa di S. Francesco, quando in un incidente stradale a pochi metri da casa, moriva il tredicenne Gianni (Giovanni) Bonato, seminarista. Nella memoria e nel cuore dei familiari e di quanti l’hanno conosciuto è come fosse ieri. Si ricorda allora – pur in poche righe – questa bella figura di giovinetto, il cui esempio andrebbe sicuramente fatto conoscere e proposto…

La figura un po’ gracile, i capelli neri, gli occhi azzurri e una leggera fossetta sul mento. Così appare Gianni Bonato sulla foto della copertina del libretto a cura del prof. don Mario Battiston, allora assistente del Seminario Vescovile di Treviso, che delinea i tratti della vita del giovane.
Gianni, tredici anni (nasce a San Donà nel febbraio 1948), doveva cominciare il terzo anno di seminario, quando la morte lo accolse improvviso, all’imbocco di via San Lazzaro con via Sabbioni, dove si era immesso con la sua bicicletta per passare dall’amico Mario Cuzzolin (ora salesiano) e andare alla Messa, come ogni giorno. Un autocarro, che correva di lì per caso (le strade erano chiuse per la Fiera), lo travolse con le ruote del rimorchio.
Sul luogo arrivò poco dopo – la prima dei familiari – la sorella maggiore Flora. Dovevano andare assieme, ma Gianni l’aveva preceduta perché lei si era attardata. Quella mattina, presto, aveva avuto un presentimento. Ebbe la forza di raccogliere la corona del rosario del fratello, lì vicino al suo corpo, spezzata. Sul posto dell’incidente giunse in lacrime anche il neo-parroco mons. Dal Bo, da solo un mese a San Donà. Dedicherà al ragazzo un lungo articolo nel Foglietto Parrocchiale di allora.

Il piccolo Gianni varcò la soglia dell’Oratorio a sette anni e divenne il primo “presidentino” degli Amici Domenico Savio (ADS), nel 1956. Frequentò per alcuni anni l’Oratorio e quel gruppo, guidato dal suo assistente il salesiano coadiutore Antonio Dal Santo, la cui amicizia ed azione educativa – assieme a quella dell’allora direttore don Zancanaro – ebbero nel ragazzo una profonda efficacia. Sicuramente, l’esempio di San Domenico Savio rimase impresso nei suoi propositi spirituali. Così lo ricorda l’amico Primo Cuzzolin: “È il miglior ragazzo che io abbia trovato all’Oratorio, e del quale non mi sono mai dimenticato”.
In seguito fu chiamato dal cappellano don Giovanni Michielan a fare il chierichetto in Duomo, fino alla sua ferma decisione di entrare nel Seminario diocesano. Don Danillo Tomasella, suo compagno d’allora, lo ricorda così: “Era un ragazzo molto sereno, estroverso ma rispettoso, impegnato nel suo dovere quotidiano di studio, senza essere un “secchione” ossessionato dall’essere il primo della classe. Nella preghiera era devoto, ma non bigotto”.

Riportiamo ora qualche breve stralcio dei suoi scritti, che fanno trasparire bene il suo animo:
“Che gioia quando siamo tra le pareti domestiche! E alla sera, dopo le ore faticose di una giornata lavorativa, come è bello riunirci tutti attorno al desco familiare, con la serenità di coloro che hanno compiuto il loro dovere, senza preoccupazioni né pensieri, senza pensare agli affari che logorano la nostra consueta serenità, e che ci fanno diventare sempre più taciturni e più cattivi.” (da un tema di V elementare, 1958-59)
“Signore, Ti prego affinché io possa capire l’importanza della mia anima e la possa mantenere pura e monda da ogni peccato. Signore, Ti prego di concedermi una santa morte, cioè che il passaggio dal tempo all’eternità io lo compia in pace con Te (…).

Ogni giorno devo comunicarmi come se quella Comunione fosse la PRIMA, L’ULTIMA, L’UNICA. O Gesù, fammi capire, della Comunione ben fatta, l’infinita bellezza. Essa è simbolo di bontà e fonte d’ogni beneficio. Credo che Tu sei veramente in quella piccola, ma infinita particola. Ti saluto e Ti prometto che verrò spesso a trovarti”. (appunti dopo i primi Esercizi Spirituali in Seminario, ottobre 1959)

“Trascorrevo il Natale con grande gioia e, benché fossi ancor piccolo e quindi incapace di capir certe cose, sentivo dentro di me un qualcosa che mi diceva che il Natale vuol dire due cose: umiltà ed amore. La prima Gesù ce la insegnò sin dalla sua nascita che avvenne in una miseranda capanna, accogliendo i semplici doni di poveri pastori. La seconda Egli ce la insegnò in tutta la sua vita e fu appunto per questo che Egli, Figlio dell’Altissimo, accettò di farsi crocifiggere.” (da un tema di I media, 1959-60)

Ecco i suoi pensieri all’arrivo della Primavera: “Non saprei esprimere cosa provasse il mio cuore in quei momenti! Ero felice come non mai e pensavo ai giochi che fra poco avrei ripreso, alle belle corse pei prati erbosi, agli aquiloni variopinti che si alzano nel cielo azzurro, rallegrando i bambini piccoli che con il nasino in su, li osservano stupiti e li salutano con le manine.” (aprile 1959)

“Anch’io desidero poter vedermi tutti vicino quel giorno in cui, se vorrà il Signore, potrò salire all’altare. Ti ricordo sempre nelle mie preghiere. Ricordami anche tu qualche volta al Signore, perché possa conservare la mia vocazione.” (da una lettera alla zia dal Seminario, 6 gennaio 1961).

Infine, alla luce del disegno della Provvidenza su di lui, si possono leggere questi altri suoi scritti: “Piuttosto la morte che cacciarli (le tre Persone della Trinità, ndr). E voi, o Vergine Santa, siatemi buona e amorosa madre. Custodite in me la Grazia e la vocazione” (vigilia di Natale 1960).

“Che nessuno di noi si perda in queste vacanze. FAMMI PIUTTOSTO MORIRE CHE OFFENDERTI” (propositi negli Esercizi Spirituali, 18 giugno 1961).

M. F.