Giuseppe Dossetti. Centenario di un politico cristiano.

fonte: Vita Pastorale

di Enrico Galavotti

Giuseppe Dossetti e Giorgio La PiraFin da giovane svolse attività di animatore e catechista. Frequentò l’Università cattolica e allacciò rapporti con Agostino Gemelli, Lazzati, De Gasperi, La Pira… Tramite i suoi contatti con vescovi e teologi influenzò i lavori del Vaticano II.

Era nato il 13 febbraio 1913 a Genova, città in cui il padre faceva il farmacista. La famiglia si era trasferita subito dopo a Cavriago (Re) e qui Giuseppe aveva frequentato le scuole elementari e ricevuto la prima istruzione religiosa. Era cresciuto in un clima segnato dal forte contrasto tra i ceti liberali e cattolici e il Partito socialista, che nel reggiano stava conquistando il consenso e il governo di molti comuni. Il piccolo Giuseppe, ispirato dall’esempio della madre, attiva nella Conferenza di San Vincenzo, aveva iniziato a maturare una forte sensibilità verso il problema della povertà, condizione comune a molti suoi amici e conoscenti.

Gli anni della formazione

Negli anni di frequenza dell’università a Bologna, dove studiava giurisprudenza, aveva quindi approfondito la conoscenza di monsignor Leone Tondelli, che lo aveva introdotto allo studio della Bibbia, e di don Dino Torreggiani, che lo aveva invece impegnato nelle attività dell’oratorio di San Rocco a Reggio Emilia: una struttura che accoglieva ogni giorno centinaia di giovani, per lo più provenienti dalle classi più povere e disagiate della città, dove Dossetti svolgeva le funzioni di animatore e catechista.

È proprio in questi anni che Giuseppe, ispirato da don Torreggiani che era diventato il suo direttore spirituale, aveva maturato la decisione di una consacrazione. Un’idea che si era radicata ancora di più con il passaggio all’Università cattolica, dove si era recato alla fine del 1934 per perfezionarsi in diritto canonico. Qui aveva allacciato un rapporto particolarmente intenso con il rettore Agostino Gemelli, che aveva intuito la sua maturità spirituale e la sua capacità di lavoro e gli aveva affidato alcuni incarichi importanti, tra i quali quello di predisporre un documento che favorisse il riconoscimento da parte della Santa Sede dei sodalizi, cioè di quelle associazioni di fedeli che, come l’Opera della Regalità di cui Gemelli e Dossetti erano membri, riunivano laici che intendevano consacrarsi a Dio senza necessariamente aderire a ordini religiosi o congregazioni, ma rimanendo attivi nella vita professionale di tutti i giorni.

Negli anni di permanenza a Milano Dossetti aveva anche ricevuto importanti impulsi spirituali da due figure con le quali stabilirà un rapporto profondo, anche se di differente qualità: da un lato il monaco-arcivescovo Schuster, del quale Dossetti apprezza particolarmente lo spirito ascetico unito ad una capacità di immersione profonda nella vita della Chiesa, che occasionalmente lo metterà in contrasto con i fascisti; dall’altro Giuseppe Lazzati, anch’egli alla Cattolica, che aveva deciso di dare vita a una propria associazione di laici consacrati della quale entrerà a far parte più tardi anche Dossetti. La svolta della guerra e l’impegno politico Lo scoppio della Seconda guerra mondiale determinerà una svolta fondamentale nella vita di Dossetti, sino a quel momento concentrato quasi esclusivamente sulla sua attività accademica.

Insieme ad alcuni docenti della Cattolica, tra i quali Lazzati e Fanfani, aveva organizzato alcune riunioni clandestine, che proseguiranno sino all’estate 1943, in cui era stato discusso il futuro del Paese, prendendo spunto dai radiomessaggi di Pio XII. In questi incontri Dossetti aveva espresso una netta condanna dello Stato liberale prefascista, colpevole di una storica latitanza nei confronti dei problemi sociali e soprattutto incapace di contrastare l’insorgere del fascismo. Nell’autunno 1944 egli deciderà d’impegnarsi ancora più direttamente, agendo all’interno delle formazioni partigiane che operavano nella provincia reggiana, occupando posti di grande responsabilità. Proprio lui, che nel frattempo aveva anche considerato la decisione di farsi sacerdote, era suo malgrado ancora più coinvolto nell’ambito politico. In precedenza si era espresso contro la nascita di un partito cattolico (perché ne temeva le compromissioni e un orientamento conservatore) e si trovava nel giro di pochissimo tempo ad essere un esponente di punta della Democrazia cristiana prima nella Consulta e poi nell’Assemblea costituente, dove giocherà un ruolo determinante come membro della Commissione dei 75 incaricata di redigere il testo della Carta fondamentale dello Stato italiano: il suo impegno costituente si concentrerà in particolare nella menzione costituzionale dei Patti lateranensi, conseguito anche grazie al voto favorevole del Pci di Togliatti, col quale Dossetti aveva lavorato gomito a gomito nella Costituente.

Dossetti voleva una Democrazia Cristiana impegnata in una vasta riforma sociale e che desse un orientamento conseguente alla politica economica, mettendo fine a quella vera e propria latitanza dello Stato che era stata causa di sciagure sociali e politiche sin dalla formazione dello Stato unitario; voleva anche un partito capace di muoversi con autonomia sia rispetto ai condizionamenti internazionali derivanti dalla Guerra fredda, sia rispetto alle indebite intromissioni della gerarchia cattolica (le definirà “invincibili” e “indicibili”) nell’ambito della politica italiana. I rapporti con Alcide De Gasperi, pure contraddistinti da un fondamentale rispetto reciproco, si faranno sempre più tesi, al punto che Dossetti deciderà d’interrompere il suo impegno politico, perché non intendeva essere il paravento di una linea politica che condivideva sempre meno. Il Concilio e la sua ricezione Quando nel 1952 Dossetti aveva interrotto il suo impegno parlamentare, lo aveva fatto esattamente muovendo dalla consapevolezza che per incidere in modo efficace nella vita civile occorresse preoccuparsi anzitutto di un serio processo di studio ed approfondimento della congiuntura ecclesiale. È per questo che aveva fondato a Bologna il Centro di documentazione, che nel volgere di pochi anni diventerà un polo di riferimento per gli studi storico-religiosi. Anche la sua vita spirituale aveva conosciuto una nuova importante svolta, poiché assieme ad alcuni dei giovani del Centro aveva dato vita a quella che più tardi diventerà una vera e propria famiglia religiosa, la Piccola famiglia dell’Annunziata. Aveva anche deciso di diventare sacerdote e aveva quindi intrecciato un rapporto profondo con il cardinale Giacomo Lercaro, che lo coinvolgerà nelle attività del concilio Vaticano II, convocato da papa Giovanni XXIII nel 1959.

Proprio perché aveva intuito l’eccezionalità del momento, Dossetti dedicherà tutto sé stesso ai lavori del Vaticano II, favorendo in ogni modo la presa di coscienza dei vescovi che il Concilio era un’occasione straordinaria per riuscire a conseguire quelle riforme che molti invocavano da decenni dal punto di vista disciplinare, liturgico ed ecumenico. Con la sua decisione, davvero inattesa, papa Giovanni aveva soprattutto offerto alla Chiesa la possibilità di ripensare profondamente il percorso compiuto nell’ultimo mezzo secolo, abbandonando la tradizionale inimicizia con cui essa guardava al mondo moderno e lasciando spazio all’azione dello Spirito nella storia dell’umanità. Dirà più tardi: «Ecco dunque come il cuore di papa Giovanni ha concepito, ha pensato, ha voluto il Concilio: non tanto come un’assise normativa, ma piuttosto come uno spettacolo cosmico, un evento, un’anticipazione dell’eterna e universale liturgia, un grande atto di culto, di rendimento di grazie a Dio e di implorazione per tutti: per i fratelli in Cristo e per l’universa umanità». Da dietro le quinte, e non senza suscitare irritazione in chi voleva un Concilio dedicato esclusivamente a ribadire le condanne degli errori moderni, Dossetti giocherà dunque un ruolo di eccezionale importanza, intervenendo particolarmente sull’elaborazione della costituzione sulla Chiesa Lumen gentium e sul decreto sull’ufficio pastorale dei vescovi Christus Dominus; darà quindi un contributo fondamentale per la rielaborazione del regolamento del Vaticano II e per la definizione della formula di approvazione delle decisioni conciliari. Concluso il Vaticano II, Dossetti si dedicherà a un attento processo di analisi dei suoi documenti. Individuerà particolarmente nella costituzione sulla liturgia Sacrosanctum Concilium il testo che riassumeva l’intero corpus conciliare.

Forse presagendo le forti resistenze alla riforma liturgica che si andava preparando, Dossetti ha guardato da subito alla Sacrosanctum Concilium come a una “cornice”, cioè come a un documento che i vescovi avevano intenzionalmente lasciato aperto, limitandosi a indicare alcuni grandi principi ai quali altri avrebbero dovuto dare applicazione. L’espansione e l’efficacia della costituzione sulla liturgia – e di conseguenza la fedeltà della gerarchia ecclesiastica nei suoi gradi più elevati al Concilio – si sarebbe misurata nel modo in cui tali principi sarebbero stati concretizzati nelle differenti comunità cristiane, per le quali se restava unico lo scopo dell’atto liturgico era necessario e logico immaginare differenti modalità di realizzazione, senza arretramenti o ancora più ingiustificabili uniformismi. Era questo il senso ultimo della scelta della povertà culturale che Dossetti auspicava per la Chiesa che usciva dal Vaticano II: la Chiesa doveva cioè smettere di sposarsi a un determinato profilo sociale, politico o filosofico (cioè l’Occidente) per consentire finalmente una vera dilatazione del messaggio evangelico. Con la conclusione dell’episcopato di Lercaro nel 1968, Dossetti inizierà un lungo periodo di silenzio pubblico, interrotto però per lanciare un monito contro l’intervento militare dei Paesi occidentali nella I Guerra del Golfo (1990-91) e per criticare le ipotesi di riforma della Costituzione messe sul tavolo dal centrodestra che aveva vinto le elezioni politiche del 1994, ma che – ricordava Dossetti – non aveva avuto alcun mandato popolare per ergersi ad Assemblea costituente. Morirà il 15 dicembre 1996. A chi, pochi mesi prima, gli aveva chiesto un’opinione su ciò che si preparava per la vita della Chiesa aveva risposto: «In futuro non avremo più il conforto dei piccoli nidi sociali, delle ultime nicchie che facevano un certo tepore.  Di fronte alle difficoltà dovremo esclusivamente contare sulla parola del Signore, sull’Evangelo riflettuto, meditato, assimilato. Siamo destinati a vivere in un mondo che richiede la fede pura e nuda».