Il campanile e gli angeli del Duomo di San Donà

Il vecchio campanile del Duomo

La costruzione del campanile del Duomo di San Donà di Piave fu avviata nel 1854 dall’arciprete mons. Biscaro e completata, solo nel 1902, dall’arciprete mons. Rossi.

I lati della base quadrata misuravano 9,5 m, mentre quelli della canna (alta circa 21 m) erano di 6,5 m, con muri di spessore pari ad 1 m. Sopra la canna si alzava per 7,5 m lo spazio per i quadranti dell’orologio, uno per ogni lato.

Al di sopra era collocata la torre campanaria, alta 6,5 m, che ospitava 4 campane (di cui un sonello), che erano state benedette nel 1855.

Infine, all’apice, si trovava la cuspide collocata su una base ottagonale. Il campanile era alto 55 m, croce all’apice esclusa.

Nei giorni che seguirono la disfatta della Seconda Armata nella zona di Caporetto (24-25 ottobre 1917), l’esercito Italiano ripiegò e si riorganizzò sul nuovo fronte costituito in pianura dal Piave. Lungo gli ultimi chilometri della sponda destra del fiume era schierata la Terza Armata comandata dal Duca d’Aosta e, in particolare, da Noventa al mare, c’era il XXVIII Corpo d’Armata. Lungo la sponda opposta, cioè  la sinistra, quella di San Donà, si sarebbe dislocata invece l’“Isonzo Armee”.

Funzionale all’”accoglienza” dell’esercito austro-ungarico, che incalzava, era l’abbattimento degli edifici alti, che sarebbero inesorabilmente divenuti luoghi strategici di osservazione del fronte italiano e, quindi, l’interruzione degli attraversamenti del fiume: vennero così dapprima abbattuti i campanili dei paesi sulla sponda sinistra del Piave e quindi i ponti stradali e ferroviari.

A questa sorte non scampò il campanile del Duomo, a quindici anni dal suo completamento, per mano della 20^ compagnia genieri, comandata dal capitano Ettore Borghi, che innescò le mine:

Il giorno 7 novembre, mentre Mons. Luigi Saretta si trovava a Grisolera impegnato per il trasporto del materiale ospitaliero, furono sistemate le mine nel campanile di S. Donà: il brillamento si effettuò alle ore 23: uno schianto, come un ruggito, susseguito da una scossa quasi di violento terremoto che si ripercosse a 10 Km. di distanza, e da una densa colonna di fumo e di polverio che si diffuse su tutto il paese, seguito dal gridìo spaventoso del popolo che interpretò in quella caduta la sua ultima condanna, la fame e la prigionia. A quel tristissimo funerale assistette, pallido e tremante, il cappellano don Giovanni Rossetto, attualmente arciprete in Noventa di Piave.” (C. Chimenton, 1928) 

Ci vollero 48 anni per costruirlo: un secondo per distruggerlo!…

Da quel momento fu definitivamente sospeso il transito dei civili attraverso il ponte sul Piave (fatto brillare due giorni dopo) e chi si trovava ancora dalla parte di San Donà era destinato a convivere con l’invasore austro-ungarico, che di lì a tre giorni sarebbe arrivato alla sponda sinistra del fiume.

La mattina del giorno 8 novembre, Mons. Saretta, di ritorno da Grisolera, vide le rovine del suo campanile: il dolore, l’affanno di quei giorni, il susseguirsi delle commozioni lo avevano reso insensibile a tutto; con lo stesso veicolo riprese il viaggio verso Grisolera per trasportare al Conventino il materiale dell’asilo e un po’ di derrate alimentari, conservate ancora e risparmiate dalle devastazioni di quei giorni. Fu di ritorno a S. Donà la sera stessa.” (ibidem) 

A guerra terminata, il Vescovo di Treviso, mons. Longhin, redasse una celeberrima relazione sulle rovine prodotte dagli avvenimenti bellici agli edifici sacri e, in particolare, così riferiva su San Donà di Piave:

La devastazione del paese, che fino dai primi giorni della resistenza sul Piave si trovò necessariamente sotto i tiri delle nostre possenti artiglierie, si ripercosse anche sugli edifici sacri. La chiesa distrutta non ha in piedi che i muri perimetrali, tormentati e torturati dal fuoco; il campanile fu schiantato; la canonica un ammasso informe di macerie (…)”