Il Cardinale Lercaro spiega il Concilio Vaticano II

“Noi quando si tenne il Concilio eravamo ancora troppo giovani per poterlo seguire … vorremmo sentirlo un po’ illustrato da chi l’ha vissuto”

Panoramica sul Concilio Vaticano

 Carissimi ragazzi, alcuni di voi hanno chiesto di avere qualche notizia di più sul Concilio Ecumenico Vaticano II, perché dicevano “noi quando si tenne il Concilio eravamo ancora troppo giovani per poterlo seguire e quindi un avvenimento di questo genere, del quale tuttavia siamo contemporanei, vorremmo sentirlo un po’ illustrato da chi l’ha vissuto“, e allora io ho pensato di approfittare di questo tempo quaresimale, che è sempre anche un tempo di istruzione e di meditazione religiosa, per dirvi qualche cosa sul Concilio. Stasera ve ne do’ così una visione generale, molto generale, per introdurvi un po’ in questo “mare magnum”, che è mare vasto del Concilio Vaticano Il.

Il Concilio si svolse, come sapete, dall’11 ottobre 1962 all’8 dicembre 1965; ed è il 21° Concilio Ecumenico nella storia della Chiesa. Se dovessimo distribuirli per secoli, ce ne sarebbe uno per secolo; naturalmente non è che se ne sia tenuto uno ogni secolo. Ci sono dei secoli, come il primo, il secondo, il terzo che non hanno nessun Concilio Ecumenico; il quarto ne ha già due, anche il quinto ne ha due, e poi seguono altri secoli che sono senza Concili Ecumenici. Il 21° si tenne nel 20° secolo cristiano.
 

Gli ultimi Concili

Perché si tenne questo Concilio? L’ultimo era stato nel secolo scorso, esattamente nel 1869-1870. Era cominciato e si era sviluppato per una parte, ma poi gli avvenimenti del 1870, dalla guerra franco-prussiana alla presa di Roma, consigliarono di sospendere il Concilio, rimandando i Padri alle loro sedi in attesa di essere riconvocati. In realtà, vera convocazione non ci fu, e il Concilio che era stato sospeso fu poi ritenuto di fatto chiuso: è il Concilio Vaticano 1°. L’attenzione di questo Concilio si era portata specialmente sulla Chiesa, ma non aveva trattato se non del Capo della Chiesa, cioè del Papa, della sua autorità e infallibilità nel definire i dogmi della dottrina cristiana. Poi il Concilio era stato interrotto.

Il penultimo, invece, risaliva nella sua chiusura al 1563. Quindi dal 1563 al 1869 non c’erano stati Concili e quello del 1869-1870 era stato chiuso senza che avesse esaurito il suo programma. Dal 1563, quanti mutamenti erano venuti nella vita del mondo! Era tutto cambiato il mondo. Se il protestantesimo, che allora era in fase di crescita si era stabilizzato, era venuta poi a fine Settecento la Rivoluzione Francese, portando profondi mutamenti sociali. C’era stata un’evoluzione culturale fortissima, soprattutto nel campo scientifico e tecnico. Pensate soltanto a questo: al principio di questo secolo quando io ero già nato e già capace di guardarmi intorno, i piroscafi erano da poco entrati in funzione e oggi stanno per scomparire. Non c’era aviazione; l’aviazione nacque alla fine della prima guerra. Non c’era telegrafo senza fili; non c’era né radio, né televisione. La fisica atomica non esisteva ancora.

Nel periodo più recente era inoltre avvenuta una trasformazione profonda dei rapporti tra gli uomini dei diversi paesi. In questo secolo ci sono state due guerre mondiali che hanno trasformato la geografia politica del mondo. Ci sono stati dei volgimenti sociali come la Rivoluzione sovietica del 1917: il socialismo, il comunismo.

Anche nel campo specifico religioso c’è stato progresso: il sorgere e lo svilupparsi della teologia positiva, biblica e patristica; la nascita della teologia pastorale, relativa al modo di accostare le anime al messaggio evangelico perché potessero viverlo. C’è stata un’espansione missionaria grandissima dal Cinquecento al nostro secolo; un’espansione missionaria che prima del Cinquecento non c’era se non verso le nuove popolazioni giunte in Europa durante il Medioevo. Verso quello che chiamiamo oggi il Terzo Mondo c’era stata attività missionaria solo in questi ultimi secoli; e ciò aveva alimentato nel tempo la crescita di Chiese cristiane extraeuropee, facendo si più recentemente che tali Chiese giungessero ad avere come propri pastori dei Vescovi locali.

Quindi, veramente, c’era tutto un mondo nuovo in mezzo al quale la Chiesa doveva vivere ed operare. Novità grandi nel mondo intorno alla Chiesa, novità grandi nella Chiesa stessa, che ancora però non erano state osservate e vagliate dalla Chiesa tutta riunita insieme per controllare il proprio cammino. E nonostante i progressi indubbi, certamente grandi, la Chiesa si trovava un po’ rinchiusa nel ghetto. Non aveva contatti vivi, dialogo, con le realtà del mondo che si erano venute creando intorno a lei. Magari c’erano relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e i singoli paesi, ma il contatto vivo del dialogo con la realtà di ogni sorta non c’era, o almeno, non era adeguato alle esigenze, alle necessità.

C’era un profondo senso di disagio per la divisione dei cristiani; un senso di disagio che non si era provato prima. Dopo il sorgere del protestantesimo in occidente (16° secolo) c’era stato piuttosto un movimento combattivo di difesa. A questo movimento (Controriforma) era invece succeduto a partire dalla fine del secolo scorso e in questo nostro secolo un profondo senso di disagio per questa situazione che divideva i credenti in Cristo. Questo sentimento era condiviso da una parte e dall’altra. Non era soltanto dei cattolici, ma anche dei protestanti, e si era – seppure un po’ meno acceso – si era anche diffuso nella Chiesa ortodossa; anche lì si notavano profondi disagi e una aspirazione che fu denominata ecumenismo, cioè l’unione di tutti i cristiani viventi nel mondo.

La mancata comunione tra le grandi Chiese cristiane (cattolica, protestante, ortodossa) trovava un riscontro anche nella scarsa collaborazione che caratterizzava all’interno della cattolicità i rapporti tra le singole Chiese locali: ogni diocesi praticamente viveva la sua vita. Solo a partire da metà Ottocento si erano venute autonomamente formando in alcune nazioni delle conferenze episcopali, senza tuttavia alcuna configurazione giuridica. I Vescovi di una nazione cioè si riunivano insieme per discutere i problemi religiosi del proprio paese. Ma erano forme non giuridiche, segno tutt’al più di una collaborazione volenterosa. Oltretutto, non è che questo si verificasse in tutte le nazioni; anzi erano poche le nazioni che avevano questo embrione di conferenza episcopale.

 

Il Concilio Vaticano II

Tutto questo creava e lasciava irrisolti numerosissimi problemi; soltanto un Concilio avrebbe potuto farvi fronte. Bisognava che tutta la Chiesa si riunisse insieme, attraverso i vescovi, i suoi Padri, per esaminare i problemi che stavano sul tappeto, chi da tempo e chi da meno tempo. Perché non ci si era pensato prima? Ci si era pensato; l’idea di un Concilio viaggiava, un po’ sott’acqua se vogliamo, perché quasi nessuno aveva il coraggio di affrontare un’impresa di quel genere, anche solo per discuterla. Ma viaggiava l’idea del Concilio; la si ripeteva spesso. Il secolo nostro avrebbe dovuto realizzarla. Chi ebbe il coraggio di dare concreta attuazione a questa idea? Fu Papa Giovanni XXIII, che a meno di tre mesi dalla sua elezione – era stato eletto nell’ottobre del 1958 – il 25 gennaio del 1959, quasi all’insaputa di tutti, annunziò il suo proposito di tenere un Concilio Ecumenico ai Cardinali riuniti nella Basilica di San Paolo fuori le mura. E anzi non soltanto annunziò il Concilio Ecumenico, ma fece anche un invito ai fratelli separati, ortodossi e protestanti, di seguire con benevolenza questa nostra ricerca di verità e di grazia. Quindi non soltanto annunciava un Concilio, ma anche annunciava che a questo Concilio erano invitati come testimoni, come osservatori, i fratelli separati delle Chiese ortodosse e protestanti.

L’annuncio, come vi ho detto, fu dato il 25 gennaio del 1959. Dopo qualche tempo il Santo Padre Giovanni XXIII fissò la data del Concilio e lo indisse formalmente: la data fu fissata all’11 ottobre 1962. L’11 ottobre: sia perché era allora la festa della Maternità Divina di Maria e sia perché in quella data erano partiti da Roma i partecipanti al Concilio di Efeso del 431; quindi era una data a cui si ricollegava la storia di uno dei Concili Ecumenici più salienti nella Chiesa stessa.

Nel corso del 1960 vennero nominate le commissioni preparatorie, le quali dovevano preparare quelli che noi chiameremmo oggi i “documenti di lavoro”. Un Concilio, naturalmente, deve avere dei documenti sui quali lavorare. Non può partire da zero. Vi sono dei documenti già stesi, già elaborati e che vengono sottoposti alla discussione e che possono essere accettati, o rifiutati, o modificati. Nel linguaggio conciliare tali documenti si chiamavano schemi; appunto perché non essendo definiti, ma essendo solo documenti di lavoro erano degli schemi che dovevano essere poi elaborati. Le Commissioni preparatorie prepararono settanta schemi su tutti gli argomenti che parvero dovessero e potessero interessare il Concilio.

L’11 ottobre 1962 il Concilio si riunì; erano presenti duemiladuecento e più Padri conciliari; questa denominazione riguardava sia i Vescovi che gli altri con diritto di partecipazione: vale a dire gli Abati e i Superiori Generali degli Ordini religiosi. Oltre ad essi, nell’aula conciliare costituita dalla Basilica di 5. Pietro in Roma erano presenti i teologi che ciascun Padre conciliare aveva diritto di portare con sé come collaboratori ed i rappresentanti delle Chiese ortodosse e protestanti.

 

Struttura del Concilio

Qual era prima di tutto la struttura di questo grande organismo? La struttura era questa: al vertice, presidente del Concilio, il Papa. Un Concilio ecumenico non è valido se non è convocato dal Papa, presieduto dal Papa e approvato dal Papa. Il Papa presiedeva però intervenendo soltanto nelle grandi circostanze; ma il presidente del Concilio resta lui. A rappresentarlo normalmente in Concilio c’era una Presidenza formata da 12 Cardinali, un po’ di tutto il mondo: italiani, francesi, spagnoli, belgi, ecc.; 12 Cardinali che rappresentavano un po’ la Chiesa di tutto il mondo e formavano la Presidenza, che immediatamente dirigeva le sedute conciliari. Tale assetto funzionò tuttavia solo durante i lavori del 1962; dal 1963 al 1965, cioè dalla seconda ripresa fino alla fine, il compito di dirigere le sedute conciliari fu infatti affidato a quattro Padri, che furono chiamati i “moderatori” del Concilio. Erano il Cardinale Agagianian, primate degli armeni, il Cardinale Suenens, arcivescovo di Bruxelles e Malines, il Cardinale Döpfner arcivescovo di Monaco di Baviera, e il Cardinale Lercaro che conoscete. Eravamo i quattro moderatori e avevamo l’immediato governo dell’aula conciliare e delle sedute conciliari. Accanto a noi era una segreteria presieduta dall’attuale Cardinale Felici, dico attuale, perché allora non era cardinale, coadiuvato da quattro vice-segretari.

Per il lavoro poi, non in aula, ma fuori dall’aula vi era la Commissione centrale, che aveva il compito di esaminare i problemi procedurali del Concilio. I problemi della dottrina li risolveva il Concilio; i problemi di procedura venivano risolti dalla Commissione centrale. Infine c’erano le Commissioni conciliari, con il compito di rifondere, cambiare e migliorare i singoli schemi secondo le indicazioni scaturite dalla discussione in aula.

 

Procedura dei lavori

Perché possiate comprendere questa struttura – Papa, Presidenza, Moderatori, Padri, Commissione centrale, Commissioni conciliari – vi dirò un poco come era la procedura del Concilio. La Commissione centrale decideva di sottoporre alla attenzione, all’esame del Concilio un documento: mettiamo il documento sulla Liturgia. Allora veniva portato in Concilio questo documento; naturalmente veniva messo nelle mani di tutti i Padri e veniva pubblicamente letto. Dopo che il documento era stato letto seguivano gli interventi di Padri a favore o contrari ad una sua accettazione generale; dopo di che, c’era una prima votazione: era la votazione se il documento nel suo insieme meritava di essere accettato o doveva essere respinto. Se era respinto, la Commissione centrale doveva prendere atto e incaricare la Commissione che aveva fatto il documento di prepararne un altro. Se invece era stato accettato di massima, come si dice, si sottoponeva ulteriormente al Concilio, ma questa volta capitolo per capitolo e, per ogni capitolo, articolo per articolo. I Padri discutevano giornate e anche settimane; dopo di che si votava. Il voto si esprimeva in tre forme: placet (sì), non placet (no), placet iuxta modum (sì, ma occorre cambiare qualche cosa). In questo terzo caso bisognava consegnare scritte le proposte di cambiamento. Tutto questo elaborato – il capitolo dunque che era stato votato, i sì e i no e soprattutto le proposte di cambiamento – venivano prese in esame dalla Commissione incaricata dello schema. Il capitolo veniva corretto secondo i suggerimenti dati e quindi ripresentato, risottoposto alla discussione, risottoposto alla votazione, finché si arrivava ad una redazione che raccoglieva almeno i due terzi dei voti. Era un lavoro discretamente faticoso, discretamente lungo, ma era una procedura sana, una procedura libera, una procedura sicura, perché bisognava raggiungere i due terzi di voto. Quando il documento era stato esaminato in tutti i suoi capitoli, si risottoponeva tutto intero, perché venissero suggerite altre eventuali modificazioni. Dopo di che veniva approvato definitivamente.

 

Obiettivo principale del Vaticano II

Vi ho sottoposto queste cose, così materiali, di carattere organizzativo, perché probabilmente non si ha l’idea di quella che è stata l’organizzazione di un notevole complesso, come era quello conciliare. Adesso passiamo ad esaminare che cosa avvenne attraverso questo lavoro. Avvenne questo: che anzitutto si chiari, proprio attraverso le discussioni, si chiarì e si individuò la finalità del Concilio. Sì il Concilio aveva i 70 schemi, avevamo davanti tutta la Chiesa, con tutti i suoi problemi, ma se si avesse dovuto assumere questo lavoro, così vasto, non si sarebbe mai finito il Concilio. Figuratevi che gli schemi da 70 che si erano presentati dalle Commissioni preconciliari si ridussero a 12, perché era impossibile e neppure conveniente abbracciare tutto questo panorama, estremamente vasto e specificato in tutti i suoi punti.

La finalità del Concilio fu chiarita e specificata in questo: un aggiornamento della Chiesa per un più utile contatto con il mondo. Questo fu il risultato primo che il Concilio ottenne; quello di individuare la sua finalità, il suo compito. Contribuì molto a questo il discorso introduttivo di Papa Giovanni: la parola aggiornamento che gli stranieri non hanno mai tradotto – l’hanno sempre trascritta, inglesi, tedeschi, spagnoli, francesi così come suona in italiano – divenne una parola d’ordine, e fu Papa Giovanni a dare questa indicazione che fu estremamente preziosa, perché limitò a dei limiti umani il lavoro del Concilio e chiari quindi anche quale doveva essere questo lavoro e con quale finalità si doveva lavorare.

Concorsero poi, specialmente alla fine della prima sessione alcuni discorsi di padri conciliari, alcuni interventi, (quelli dei Cardinali Suenens, Montini e Lercaro) che insieme condussero il lavoro proprio in questo alveo dell’aggiornamento della Chiesa. Quindi il tema del Concilio apparve chiaramente; ad un certo momento apparve chiaro come il sole che il tema del Concilio era la Chiesa e sarebbe stato la Chiesa; la Chiesa in sé, nei suoi rapporti interni – è una società la Chiesa, quindi ci sono rapporti interni tra membro e membro, tra autorità e popolo e nei rapporti con il mondo. “Chiesa” e restò questo.

 

Piano complessivo dei documenti elaborati

Se voi prendete i documenti del Concilio certamente lì per lì trovate un guazzabuglio, perché si comincia a discorrere di liturgia col primo documento che andò approvato e si parla, per esempio, dei vescovi al sesto documento e dei preti al penultimo documento; mentre prima si parla dei laici e dei monaci e delle religioni non cristiane. Ciò è accaduto perché il succedersi dei documenti nel tempo non era preordinato. Un po’ talvolta dipendeva da casualità: il documento non era ancora pronto per essere presentato alla discussione; e un po’ perché nell’ordine che si era proposto inizialmente non si aveva ancora chiara quale sarebbe stata l’impostazione del Concilio, e cioè che il suo tema sarebbe stato la Chiesa in sé e nei confronti del mondo.

Però chi adesso prende in mano tutti i documenti del Concilio, senza preoccuparsi della data in cui sono stati approvati, ma li ordina un po’ secondo un filo logico, trova che sono disposti come segue. La Chiesa in sé, la sua fede: è il documento la costituzione “Dei Verbum”. Il suo culto: è la costituzione di Santa Liturgia “Sacrosanctum Concilium”. La sua costituzione, com’è fatta la Chiesa, com’è organizzata, noi diremmo oggi, la sua organizzazione, è “Lumen Gentium”. Accanto a questa le Chiese orientali; che entrano sempre nella Chiesa cattolica, ma in certe forme di organizzazione si differenziano da quelle occidentali, dalla Chiesa latina.

Poi, i singoli membri della Chiesa. Del Papa non si è parlato, perché già aveva parlato del Papa il Concilio Vaticano 1° e quindi era un tema già esaurito. Allora si cominciò coi Vescovi, non nel tempo ma nell’ordine logico; i Vescovi è il decreto “Christus Dominus”; i presbiteri, che noi chiamiamo preti, il nome vero è presbitero: “Presbiterorum Ordinis”, che come vi dicevo, fu approvato penultimo, e i seminari che li preparano “Optatam totius”; i religiosi, i frati e le monache, “Perfectae caritatis”; i laici, “Apostolicam actuositatem”. Ecco i vari membri. Si diede un capitolo a parte nella costituzione della Chiesa alla Vergine Maria, come al membro assolutamente privilegiato della Chiesa; unico e privilegiato, la Vergine Maria.

Poi la Chiesa nella sua espansione missionaria: il decreto “Ad gentes”. I suoi strumenti, non tutti, ma alcuni sui quali portare l’attenzione: è la catechesi e l’educazione cristiana. Nel “Inter mirifica” gli strumenti di comunicazione sociale: stampa, radio, televisione, ecc… Quanti strumenti nuovi; naturalmente, proprio perché si doveva considerare la Chiesa oggi.

Fin qui è la Chiesa in sé, la Chiesa nel suo lavoro, anche nel dinamismo della sua espansione, ma sempre la Chiesa. La seconda parte è la Chiesa e gli altri, quelli che sono fuori dalla Chiesa. Viene anzitutto stabilito un principio; sempre quando dico anzitutto non è nel tempo, ma nell’ordine logico. Il principio è quello della libertà, intesa come rispetto delle coscienze. Quando parla degli altri e agli altri si rivolge, fuori di sé, la Chiesa ha questo principio: il rispetto delle loro coscienze è quindi il principio della libertà. Poi, per primi, quelli che come noi, per dire la frase della Bibbia, “adorano nostro Signore Gesù Cristo”, cioè i cristiani separati. Come vi ho detto, sono le comunità sorte nel secolo l6°; quanti chiamiamo con un nome solo protestanti, anche se sono tante confessioni diverse. Poi gli ortodossi orientali, i fratelli separati, come è venuto uso di chiamarli. Questi sono i cristiani separati che hanno in comune con noi la fede in Dio, la fede in Gesù Cristo, il Vangelo, la Bibbia.

Dopo di questo, i non cristiani. Ma anche in questi c’è una gradazione: prima gli ebrei. Con questi non cristiani, come anche con i fratelli separati, l’altro principio è tener presente quello che abbiamo in comune. Ora con Israele, con gli Ebrei, abbiamo in comune tutto l’Antico Testamento; la parola di Dio dell’Antico Testamento abbiamo in comune. Quindi abbiamo un patrimonio in comune molto profondo.

Poi l’Islam, i Maomettani: hanno in comune con noi la fede in Dio, la discendenza, per loro carnale, per noi spirituale da Abramo; la cognizione di un Dio trascendente, creatore e rivelatore che si manifesta agli uomini; perciò hanno già molto in comune con noi.

Poi le altre religioni che hanno in comune con noi per lo meno la fede nella divinità. E infine gli atei, i non credenti.

La gamma è dunque: i fratelli separati, i fratelli in Dio non cristiani, i non credenti.

E finalmente, il mondo tutto, con i suoi problemi, che fu affrontato nella costituzione approvata per ultima, la “Gaudium et spes”, sulla quale probabilmente ritorneremo in seguito, perché è di una importanza e di una attualità grandissima.

Questa è la struttura logica, non cronologica, del lavoro conciliare.

 

I principi-guida: Koinonia e diaconia

Ora, in questo vasto lavoro – voi comprendete subito quanto sia vasto questo lavoro; è un campo molto grande – rileviamo, ci fermiamo a rilevare stasera brevemente alcuni grandi principi che caratterizzano lo spirito del Concilio Ecumenico Vaticano II. Abbiamo visto la sua struttura, abbiamo accennato adesso la somma del suo lavoro ma quali sono stati i principi che caratterizzano lo spirito di questo grande lavoro?

Volendo riassumere molto, sintetizzare al massimo, sono due i principi, qualificati con due termini. Questi due termini sono stati in uso da sempre nella Chiesa, fin dal principio, in tutti i secoli. Ma non avevano più quell’uso così frequente che vennero a riprendere proprio con il Concilio. Un uso tanto frequente che questi termini uscirono anche dal linguaggio ecclesiastico e passarono nel linguaggio laico. E questo era dovuto al fatto che questi due termini esprimevano lo spirito profondo del Concilio; quello che lo animava tutto, quello che determinava la soluzione del problema. Sono la Koinonia e la Diaconia. Comunione e servizio. Sono i due concetti formativi di tutto il materiale elaborato dal Concilio.

La Comunione interna, anzitutto, nell’interno della Chiesa. Direi che uno dei punti, dei momenti, in cui questa comunione apparve più chiaramente come una luce che c’era, ma un po’ velata, fu quando parlando della costituzione della Chiesa “Lumen gentium” il Cardinale Lienart, Vescovo di Lille nella Francia, chiese perché non si cominciava il discorso sulla Chiesa parlando del popolo di Dio. Nei manuali tradizionali, il discorso sulla Chiesa cominciava col Papa, coi Vescovi, i Presbiteri, ecc. Egli suggerì di invertire l’ordine, e parlare prima del popolo di Dio. Questo popolo di Dio fu sottolineato molto ma molto efficacemente nella stessa costituzione, e poi ripetuto infinite volte, e valorizzato per la sua investitura sacerdotale. Tutto il popolo di Dio partecipa al sacerdozio di Cristo. E il sacerdozio che San Pietro nella sua lettera ha chiamato “regale” e che comunemente si chiama “sacerdozio comune”, cioè proprio di tutti i membri del popolo di Dio. I membri del popolo di Dio sono insigniti di una partecipazione al sacerdozio di Cristo. Vi sono poi dei membri che hanno una ulteriore diversa partecipazione: i presbiteri, i vescovi; però tutto il popolo di Dio è unito e legato in unità da una partecipazione universale al sacerdozio di Cristo. Fu quindi valorizzato molto questo concetto del sacerdozio comune e, insieme con questo, il concetto della distribuzione dei carismi cioè dei doni dello Spirito Santo che vengono dati a tutti i membri della Chiesa per l’aiuto dei fratelli secondo che lo Spirito vuole perché lo Spirito spira dove vuole. Ma a tutti i membri della Chiesa sono dati diversi carismi.

Stabilita questa comunione universale di tutti i membri della Chiesa, laici e sacerdoti, si stabilì un’altra comunione, all’interno dell’episcopato. I Vescovi, ciascuno di loro è successore degli apostoli. Però gli apostoli formavano un collegio, erano in comunione tra loro, di modo che ogni apostolo sentiva l’onere, la responsabilità di tutte le Chiese, anche di quelle fondate dagli altri apostoli.

Allora anche i Vescovi formano un collegio, il collegio episcopale. Fu la grande discussione del mese di ottobre del 1963. Un momento culminante, direi, questo nella storia del concilio; un momento di grande intensità di lavoro. Ma si giunse naturalmente a definire la collegialità dei vescovi tra di loro, perché ogni vescovo è in qualche modo responsabile di tutte le comunità ecclesiali del mondo, tra di loro e col Papa, che fa parte del episcopale; ne è il capo. Il collegio episcopale non esiste senza il suo capo, ma anche il capo non esiste senza il collegio episcopale. Formano una unità, una comunione.

Questa comunione col Papa si esprime giuridicamente con il Sinodo dei Vescovi. Spiritualmente c’è sempre nel lavoro quotidiano, ma come espressione giuridica è il sinodo dei vescovi che ogni due o tre o quattro anni, secondo che si vede la necessità di una preparazione più o meno lunga, si riunisce attorno al Papa. Riunisce attorno al Papa Vescovi inviati da tutte le Nazioni per esaminare col Papa i problemi più importanti.

La comunione tra i vescovi nelle singole nazioni viene attivata con le conferenze episcopali, che sono nate giuridicamente proprio nel Concilio. Le conferenze episcopali sono l’assemblea di tutti i vescovi di una nazione. Ci sono anche le conferenze internazionali di un continente. Per esempio tutti i vescovi dell’America del Sud fanno parte ciascuno di una conferenza nazionale, ma c’è il CELAM, che è la conferenza di tutte le nazioni sudamericane. Così anche per l’Asia. In questo modo il lavoro dei singoli vescovi è sostenuto, diretto, incoraggiato dai vescovi che hanno problemi comuni e collaborano insieme.

Vi è ancora la comunione tra i vescovi e il clero. Il concilio per questo ha stabilito il presbiterium, consiglio presbiterale, che collabora col vescovo. Elettivo, per cui rappresenta tutta la base; tutto il clero della diocesi si raduna ogni mese attorno al vescovo per esaminare i problemi della diocesi.

Per i laici ci sono i consigli pastorali, anche questi elettivi, elettivi dalla base, perché i laici possano avere la loro collaborazione con i vescovi, coi loro singoli vescovi. Quindi una comunione tra il vescovo e il suo clero, tra il vescovo e il suo popolo, tra il clero e il popolo.

Il senso comunitario della Chiesa si doveva naturalmente anche vedere, perché la Chiesa è un Sacramento, cioè un segno esterno, una realtà esterna, che opera interiormente. Allora la Messa ha preso, ha ripreso anzi direi più vivo più evidente il carattere di assemblea, di comunione di fedeli intorno all’altare. Tutti i Sacramenti hanno ripreso – dico ripreso perché un po’ avevano perduto – il loro senso comunitario. Voi vedete che il Battesimo si amministra nella Messa, cioè nella assemblea settimanale del popolo di Dio. Il Battesimo di un bambino, le nozze di due cristiani e la Cresima di un ragazzo sono fatti che interessano tutta la comunità. Tutta la comunità è interessata, per questo è davanti a tutta la comunità che si amministra il Battesimo, la Cresima, si celebrano le nozze, le ordinazioni. Anche l’estrema unzione in certe situazioni viene amministrata durante la Messa, in maniera che si senta che c’è una comunione che lega tutti in unità: la Chiesa una, come abbiamo sempre professato nel Credo, legata a questo vincolo, che poi trova la sua affermazione suprema, più profonda, più forte nell’Eucaristia, che è la Comunione, per eccellenza. Comunione non nostra con Cristo soltanto; certo è la Comunione mia con Cristo, ma è anche la Comunione mia con tutti i fratelli in Cristo. E’ Cristo che ci unisce tutti insieme: tutti – scriveva già San Paolo ai Corinti – tutti, per molti che siamo, siamo un corpo solo, quando ci nutriamo di questo unico pane spezzato tra tutti. Quindi la Comunione Eucaristica è veramente il segno sacramentale di questa Koinonia, il cui spirito ha pervaso tutto il Concilio.

L’altro termine che vi accennavo, e che è di nuovo indice del risorgere, del riprendere vigore del concetto, che fu concetto informatore del Concilio, è il termine diaconia, cioè servizio. L’autorità concepita evangelicamente come servizio. I compiti affidati a tutti, compresi i singoli cristiani, laici, intesi sempre come servizio. Il dialogo nell’interno della Chiesa, o coi membri che sono fuori della Chiesa, inteso come servizio.

 

Privilegiare ciò che unisce e dialogare

Nel rapporto poi con quelli che sono fuori della Chiesa oltre il principio della libertà, cioè del rispetto delle coscienze come vi ho già accennato, due altri elementi sono stati caratteristici, direi, della dottrina conciliare del Vaticano II.

1° – L’insistenza sulla valutazione prioritaria dei valori comuni; è un principio che domina tutti i nostri rapporti con quelli che sono fuori della Chiesa. Non guardiamo quello che ci divide, per prima cosa. Guardiamo per prima cosa a quello che abbiamo in comune e troveremo che abbiamo in comune molto più di quello che ci divide. Ed è un principio sano, prima di tutto, perché si parte dal positivo e non dal negativo, ma è anche un principio utilissimo: trovare i punti in cui siamo d’accordo e valutarli per i primi, la valutazione prioritaria.

2° – Il dialogo, cioè parliamo insieme. Su questo punto si è già camminato avanti parecchio, ma non è il momento adesso di fermarci qui in quello che si è fatto dopo il Concilio. E così, vi ho dato un’idea, molto generale, come voi vedete, panoramica, come vi ho scritto nel titolo, di quello che fu questo grande avvenimento, il quale, per un disegno della Provvidenza, io dico, si è cominciato con la discussione della costituzione di Liturgia. Probabilmente – io non ero allora membro della Commissione Centrale – fu fatto perché pareva un tema che sarebbe stato sbrigato: “Mettiamo via questo intoppo”, ecco! E io ricordo, come membro successivo della Centrale che, mentre partecipavo ad una riunione presieduta dal Santo Padre nella quale ciascun Cardinale esprimeva il suo parere sulla pubblicazione dei primi documenti del Concilio, un Padre che adesso è morto, l’Arcivescovo di Palermo Cardinale Ruffini disse: “Ma non si può cominciare con la Costituzione di Liturgia; è una cosa così; ci vuole invece una cosa più solenne, di più ponderoso che la Costituzione di Liturgia”. Altri dissero più o meno la stessa cosa. Quando arrivò il mio turno, perché si va per anzianità e quindi parlano prima quelli che son più anziani, io dissi chiaramente: “Mi pare che il ragionamento di qualche confratello non sia del tutto giusto, perché mi sembra che sia proprio bello che il Concilio cominci con la Costituzione di Liturgia: è il culto di Dio; e quale è lo scopo della Chiesa, la finalità ultima, non solo della Chiesa, ma di tutto il creato celeste e terrestre se non il culto del Signore, la glorificazione di Dio? Quindi cominciamo con quello.

E comincia così il Concilio, comincia con la Costituzione di Liturgia e finisce con la “Gaudium et spes”; la Costituzione con cui la Chiesa dice al mondo: “Io sono al mondo, condivido le vostre speranze, le vostre gioie, i vostri timori e le vostre pene, io non posso risolvere tutti i vostri problemi, ma quello che ho di doni da Dio, di verità e di grazia, io sono qui per mettermi a vostra disposizione per la risoluzione dei problemi che travagliano il mondo”. E ultimo di questi problemi la “Gaudium et spes” esamina il problema della guerra e della pace. Così il Concilio senza volerlo – direi, per un “gioco” della Provvidenza che tante volte ha giocato nel Concilio – comincia con la gloria di Dio e finisce con la pace degli uomini; come “Gloria in excelsis Deo et in terra pax hominibus”. Queste due frasi degli angeli sulla capanna di Betlemme, racchiudono, formano l’introduzione e la conclusione del Concilio.

+ Giacomo Card. Lercaro

fonte: fondazione Lercaro