Il Libro e il Calice

Atti del Convegno per il 40° della morte di Mons. Luigi Saretta – 21 e 28 ottobre 2004

Nota introduttiva di Monsignor Loris Capovilla, già Segretario Particolare di Papa Giovanni XXIII°

1. La “Fondazione Giovanni XXIII”, aggregata al Seminario Vescovile Bergomense, custodisce un opuscolo che mi è familiare: “L’Istituto Cattolico di Scienze Sociali di Bergamo”: edito nel 1923, appartenuto al prof. Don Angelo Roncalli. A pagina 87, tra gli alunni, che conseguirono la laurea nel 1911, spicca il nome di Saretta Luigi, direttore del settimanale di Treviso “La vita del Popolo”.
È il primo esplicito indizio dell’incontro di Don Angelo Roncalli, allora segretario del vescovo Giacomo Maria Radini Tedeschi, col prete giornalista; rapporto riallacciato quarantadue anni dopo, durante il governo patriarcale del card. Roncalli, iniziato il 15 marzo 1953, conchiusosi il 28 ottobre 1958, quando in Piazza San Pietro risuonò il “nome dolce soave solenne” di Giovanni XXIII.

Nel sessennio veneziano, gli incontri tra i due furono frequenti e mai puramente protocollari.

A nome della Santa Sede, il Patriarca consultò Saretta per la successione alla cattedra di San Liberale dopo la morte dei vescovi Antonio Mantiero (1956) ed Egidio Negrin (1958). Rammento inoltre la lettera del Patriarca al prof. Antonio Spada, sindaco di San Dona di Piave, per il quarantesimo di attività pastorale di Saretta nella Città del Piave. Con lo stile tutto proprio del mittente, essa attestava stima profonda ed affetto amichevole: “I miei ricordi del caro e benemerito Arciprete risalgono indietro giusto di quaranta e più anni; e mi richiamano alla memoria, nella luce più splendente, magnifiche figure di prelati e di uomini insigni; e circostanze di incontri e di situazioni che restano legati alla storia delle nostre dilette diocesi. Mi compiaccio con San Donà di Piave per la celebrazione di questa data faustissima; e più con il festeggiato, perché egli si trova in grado non soltanto di guardare indietro con occhio sorridente; ma di procedere avanti ancora a lungo – glielo auguro diutissime – con voce, con petto, e con cuore robusti” (7 ottobre 1955).

2. Dei miei rapporti con Monsignore, mi basta dire che egli mi conosceva dalla mia predicazione domenicale a Radio Venezia (1945 – 1953). Mi volle nella sua parrocchia a più riprese: due volte per la quaresima, due per la “Settimana del giovane” all’Oratorio Salesiano, ed in altre circostanze. Dinanzi alla sua statura di veterano e prestigioso operaio della vigna, mi sentivo piccolo ed impacciato; eppure bastava una sua parola a rendermi agile e sicuro. Non saprei meglio abbozzarne il profilo se non applicandogli la pennellata con cui l’apostolo Paolo individuava il discepolo Timoteo: “Uomo di Dio completo e ben preparato per ogni opera buona”. (2 Tm 3, 16)
Nel corso del 2004, sollecitati a riflettere sul ministero sacerdotale, quale esigono le tumultuose e pericolose contingenze moderne, abbiamo celebrato i cento anni dell’ordinazione presbiterale di Angelo Giusepe Roncalli, conferitagli a Roma, in Santa Maria in Monte Santo il 10 agosto 1904, e ne abbiamo profittato per riprendere in mano il filo offertoci del card. Gabriel Garrone che, all’indomani del Concilio Vaticano II, si chiedeva come deve essere il prete dei nostri giorni, e ci siamo trovati in sintonia con lui: “Non c’è da dubitare: dovrà rassomigliare a Giovanni XXIII”. (Vocation, octobre 1968)
Angelo Giuseppe Roncalli, salito sull’altare ventitreenne, si collocò tra il Libro e il Calice – come egli amava ripetere – e vi rimase 59 anni, nella sua diocesi nativa dapprima, poi nelle incombenze, affidategli dalla Santa Sede, infine sulla cattedra di Pietro.
Tra il Libro e il Calice! La definizione si attaglia appieno sia a Giovanni XXIII, sia a mons. Luigi Saretta, che fu uomo di fede e di obbedienza, di servizio e di insonne attività pastorale.
Anzitutto, uomo del Libro di cui si nutrì ininterrottamente, come è dato constatare dai suoi schemi di predicazione, magari frettolosi, ma inappuntabili ed efficaci, ben convito che nel Libro da Gesù stesso consegnato alla sua Chiesa c’è tutto: “Va prendi il libro aperto dalla mano dell’angelo che sta ritto sul mare e sulla terra. Allora mi avvicinai all’angelo e lo pregai di darmi il piccolo libro. Ed egli mi disse: «Prendilo e divoralo; ti riempirà di amarezza le viscere, ma in bocca ti sarà dolce come il miele”. Presi quel piccolo libro dalla mano dell’angelo e lo divorai; in bocca lo sentii dolce come il miele, ma come l’ebbi inghiottito ne sentii nelle viscere tutta l’amarezza». (Ap 10, 8 – 10)
Il messaggio profetico manifesta i trionfi della grazia e la realtà della croce, attraverso la quale si giunge a salvezza, e mai senza di essa. Saretta divorò il Libro, consapevole che altrimenti il suo ministero sarebbe stato sterile. Così divenne uomo del suo tempo, uomo dell’incarnazione e della solidarietà, presbitero totalmente chinato sui solchi della tradizione apostolica.
Alla domanda, che è volta a volta ingenua e timida, curiosa e provocante: Perché uno si fa prete, Saretta poteva rispondere anticipando il paragrafo 2 del decreto conciliare “Presbyterorum ordinis”: “II fine cui tendono i presbiteri con il loro ministero è la gloria di Dio Padre che devono procurare in Cristo, e tale gloria consiste nel fatto che gli uomini accolgano con consapevolezza, con libertà e con gratitudine l’opera perfetta di Dio realizzata in Cristo e la manifestino in tutta la loro vita”.
Molti uomini e donne, ancorché battezzati, brancolando nel buio causato da colpa od ignoranza, vorrebbero luce, sicurezza, gioia, speranza. Anelano al perdono dei peccati, chiedono il pane eucaristico per rinnovarsi nella fede, invocano l’instaurazione di nuovi rapporti umani fondati sulla solidarietà e la fraternità per allontanare da sé sospetto e paura, solitudine e disperazione.
È solo una rapida carrellata, quasi idilliaca, a pensarci bene. E basta per misurare la febbre dell’umanità e indurre tutti i preti a meglio corrispondere alla vocazione di predicatori della fede, di “riparatori di brecce, di restauratori di case in rovina per abitarvi”. (Is 58,12)

3. Nella sua parrocchia il sacerdote Saretta è stato uomo della realtà quotidiana, compaziente con Cristo, con lui morto e risorto. Si chiedeva di continuo: come aprire gli occhi al gregge, se non scelgo il metodo adatto per animare le formule sacramentali, se non mi ribello io stesso alla fatalità del male; come spezzare il pane eucaristico con letizia, se non entro io per primo nel cuore di Cristo, in piena sintonia con lui; come cooperare all’avvento della “civiltà dell’amore” se mi fa difetto il senso della fraternità e della corresponsabilità, se non rinnego l’egoismo, se non lo ripudio colpendolo alla radice?
Nelle opere di Georges Bernanos, segnatamente nel «Diario di un Curato di campagna», che Saretta conosceva e citava, ci sono pagine che provocano e bruciano; ci sono aforismi che da soli valgono un trattato di teologia.
“L’inferno è non amare più”. Povero quel prete che non sentisse il fascinosum e il tremendum dell’Eterno; non provasse stupore sempre nuovo a contatto con Cristo; riverenza, devozione, passione per l’umanità.
“Quel che rovina l’uomo – incalza Bernanos – è una forza molto più terribile della concupiscenza, è il peccato dello spirito, la repulsione della grazia, la disperazione, la volontà di odio che si oppone al Dio-Amore”.
Ha scritto uno dei più lucidi biografi dell’esimio romanziere: “Bernanos conosce i preti, i preti buoni e quelli cattivi, i preti che tendono alla santità ed hanno viva dentro di sé la fede ingenua della fanciullezza, e i preti rassegnati ad una esistenza di funzionari, di tetri amministratori d’un Verbo troppo grande per loro. Oltre a ciò, conosce la vita: la vita d’oggi, in cui il peccato si estrinseca in modi infiniti eppur monocordi, così collettivi che individuali. Come i suoi personaggi, egli si ribella vigorosamente all’errore; ed è proprio questo che da alle parole delle sue creature in veste talare un accento di drammatica convinzione. Non ammette compromessi” (Dalla prefazione di Adriano Grande al Diario di un curato di campagna, Ed. Mondatori 1946, pp. 12-13). Tutto d’un pezzo, spontaneo e sincero, privo di arroganza, alieno dalla retorica e dalla sterile polemica, eretto nella persona, i nervi a posto, l’occhio limpido, la parola convinta e suadente, il sorriso appena disegnato sulle labbra, la gestualità misurata, questo il sacerdote di tutti i tempi che scaturisce dal Libro sacro.
Il prete, proprio perché conosce la realtà e non ne è spaventato; perché conosce la qualità e la quantità del pane di cui hanno bisogno i fedeli ed anche i «lontani» della sua parrocchia; perché crede nella forza di coesione comunitaria; perché vuoi diventare esperto in umanità, è la sentinella che vigila, il padre che ama, il pastore che perdona.
Sapiente moderatore della sua lingua, sa cogliere il monito di San Lorenzo Giustiniani dal suo libro De disciplina et perfectione monasticae conversationis: “II vero sapiente conosce il peso delle parole. Prima di pronunciarle le esamina diligentemente. Quando sono state pronunciate difficilmente possono sfuggire a giusta critica. L’imprudente parla come gli viene. Chi vuoi piacere a Dio è piuttosto silenzioso. Qui vere Deo placere cupit taciturnus erit. Non è vero amatore della sapienza eterna chi parla sfrenatamente”.
Saretta sentiva bruciante dentro di sé il monito del profeta Ezechiele: “Figlio dell’uomo, io ti ho costituito sentinella per gli Israeliti. Ascolterai una parola dalla mia bocca e tu li avvertirai da parte mia”.

4. La sentinella compie il suo dovere giorno e notte. Non abbandona il suo posto; non mangia e non dorme durante il suo turno. Non sonnecchia. Nelle notti fredde d’inverno può desiderare il fuoco del caminetto. Ma guai se cede alla stanchezza. Dal suo servizio dipendono sicurezza e riposo dei suoi compagni d’arme.
Se riconsideriamo il cammino della Chiesa nel corso dei secoli e degli anni recenti, contrassegnati dalla profezia del Concilio Vaticano II, torna opportuno il monito di Isaia, con cui si rafforza quello di Ezechiele: “Sentinella, quanto resta della notte? Quanto resta?
La sentinella risponde: “viene il mattino, poi anche la notte; se volete domandare, domandate, convertitevi, venite”. (Is 21,11-12)
È una sintesi impressionante. Ci sono schiarite all’orizzonte. Ma le tenebre sempre nuovamente incombono. I progetti umani si accavallano l’uno sull’altro. La sentinella del Signore vive tutta intera la vicenda umana. Non si estranea. Non si ritira in un aristocratico isolamento. Sta impavida alla difesa dei principi su cui si costruisce la società; alla custodia dei valori che ne assicurano il cammino e il progresso; ne impediscono il regresso verso la barbarie. L’impresa è immane.
Restare al chiodo, come si dice, costa fatica; restarvi quaranta – cinquant’anni, senza cogliere se non raramente fiori di consolazione, può condurre la sentinella sugli spalti dell’eroismo, sino a quel “lasciarsi morire in pura perdita”, su cui dissertava Benigno Bossuet nella sua meditazione sul vecchio Simeone.
Il sacerdote è padre che ama: “Fratelli, non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole, perché chi ama il suo simile ha adempiuto la legge”.
È tutto. Lo si richiede ad ogni battezzato, ad ogni credente in Dio. Lo si esige da ogni uomo o donna di buon volere. A maggior ragione lo si pretende dal prete.
Comunque si giudichino gli eventi degli ultimi cinquant’anni, constatiamo i passi innanzi compiuti in clima di democrazia, nel rispetto dei valori religiosi e umanitari, nello spirito della carta costituzionale italiana impregnata di spirito cristiano.
Ci commoviamo quando, in ore difficili, gli avversari si tendono la mano; quando sulle bare delle vittime della violenza, ovunque perpetrata, vediamo chinarsi pensosi donne e uomini di diversa estrazione e sentiamo salire dai petti l’auspicio concorde: ‘Non più odio, non più gli uni sopra gli altri, gli uni contro gli altri, non più sospetto, non più diffidenza.’
Significa che i nostri pastori d’anime non hanno faticato e sofferto invano.

5. Eppure un velo di mestizia scende sui nostri occhi dovendo constatare che al giorno della ragionevolezza si alterna con troppa frequenza la notte dell’insipienza: il disordine,cioè la ribellione a Dio, si configura come un pugnale sul petto dell’umanità, perenne minaccia di distruzione e di profanazione. Vediamo tutti ciò che accade.
Si deride la fedeltà coniugale, l’infrangibilità del vincolo nuziale; si consente alla soppressione della vita, si emarginano i deboli, si corrompe l’opinione pubblica, si commercia in armi e droga, si inquinano le acque, l’aria, la terra e le coscienze; si disprezza il lavoro, si esalta l’ozio, si negano i valori che sono poesia e profezia dell’itinerario nel tempo. Non ci siamo. Questo non è amore: “L’amore non fa nessun male al prossimo. Pieno compimento della legge è l’amore”. Al pastore d’anime si chiede che sia mendicante di amore e ne dia testimonianza; inviti a scompartire con tutti il pane dell’amore.
Nel 1982, sul sagrato del duomo di Milano, durante il Congresso eucaristico nazionale, è stato allestito il dramma sacro di David Turoldo: La morte ha paura.
Il dramma è una requisitoria contro il male, la guerra, la violenza fratricida, la sopraffazione ed illustra tre figure di sacerdoti: il cardinale arcivescovo Alfredo Ildefonso Schuster, Papa Giovanni, Oscar Arnolfo Romero.
I quadri rievocativi delle distruzioni operate da satana nel sessennio 1939 – 1945; quelli della faticosa rinascita e dell’aggiornamento avviato dal Concilio; i quadri dei crimini delle dittature, si fondono nel soliloquio finale del narratore: “Con le stesse parole con cui il nostro arcivescovo Oscar Arnolfo Romero inizia l’orazione funebre per la morte del suo segretario Don Alfonso Navarro, ucciso dagli squadroni della morte, noi tutti pensiamo di conchiudere questa nostra rappresentazione santa; non già per prendere congedo da lui che ancora vive, ma solo per riprendere il cammino dal punto là dove egli ancora è caduto. Queste le sue parole: “Si racconta che una carovana, guidata da un beduino, stava morendo di sete mentre era tra i miraggi del deserto alla ricerca di una sorgente. Diceva la guida: – Non per di qui, per di là. – Così per parecchie volte, fino a quando uno della carovana estrasse la pistola e sparò alla guida. Questa, pur agonizzante, ancora indicava con la mano, ripetendo nel gesto ciò che prima diceva nella parola: -Non per di qua, per di là…- Così moriva il beduino, mentre continuava ad indicare la strada”. (David M. Turoldo, La morte ha paura, Ed. Gens/Ned 1983, p. 66)
II sacerdote ama sempre, costi quel che costi. Per questo non cessa di indicare la strada da percorrere. Egli non è una star che si pasce di applausi. E’ voce che sovente grida nel deserto. È cuore cui nessuno potrà mai impedire di amare al di là di ogni immaginazione.
Il sacerdote continua ad additare la strada, ad indicarla agli uni ed agli altri, a chi sta al di qua e al di là della barricata. La strada è Cristo-Amore.
Non ha perduto nulla della sua attualità il libro I preti sanno morire che don Primo Mazzolari, amico di Saretta, portò in dono a Papa Giovanni il 5 febbraio 1959, estremo tentativo di rompere il silenzio sulla fine tragica di molti sacerdoti: “Sappiamo di alcuni che furono strappati dalle braccia delle mamme, prelevati sull’imbrunire o a notte tarda. Molte non ebbero neppure la consolazione di salutare i loro figlioli; glieli hanno riportati già morti, se pur glieli hanno riportati. Altre ne hanno trovato il corpo insanguinato sulla soglia della canonica, quando la campana suonava l’Ave Maria. (Primo Mazzolari, I preti sanno morire. La via crucis continua, Ed. Presbyterium, Padova 1958, p. 34)
Il sacerdote perdona ed implora: “Se il tuo fratello commette colpa, va e ammoniscilo fra te e lui solo”.
Il sacerdote dà il primo ammonimento col silenzio, con lo sguardo carico di rispetto e di affetto, con la testimonianza della sua condotta. Egli paga per i peccati propri e altrui. Per questo prega senza cessare mai, e fa penitenza. Il secondo ammonimento
lo dà con ininterrotta catechesi. Se gli riesce, vuol spiegare che l’edificio della libertà, della civiltà, del progresso si regge come stanno legati l’uno all’altro i 173 paragrafi dell’enciclica Pacem in terris, documento magisteriale che tutti hanno accolto con favore, ma sorvolando forse sul primo paragrafo, chiave di volta dell’edificio, senza cui crollano tutti gli altri: “La pace sulla terra, anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi, può essere instaurata e consolidata solo nel pieno rispetto dell’ordine stabilito da Dio”.
Eccoci al punto giusto. Tolto il pieno rispetto dell’ordine stabilito da Dio, tutto si spiega. Il peccato sconvolge persino la creazione.
Per questo il sacerdote deve essere l’uomo dell’armonia, del pieno rispetto della legge eterna, l’uomo del perdono, dell’eucaristia, della solidarietà; vuole esserlo dal giorno profumato della sua ordinazione, sino alla tarda senescenza, se Dio gli concederà di arrivarvi; l’uomo che non desiste dal tentare ogni mezzo per far breccia sul cuore dei suoi simili; e quando gli sembrasse di aver fallito il compito, allora raddoppia preghiera e penitenze.
Ho citato dianzi quel robusto polemista e integro cristiano che fu Bernanos. Lui può prestarmi la parola conclusiva di questa rievocazione, con un suo auspicio che si attaglia al prete all’alba del suo sacerdozio e seduce l’anziano, che, sia pure lento pede si avvia al traguardo.
Bernanos mori sessantenne. Poco prima, riordinando il suo archivio, s’era imbattuto in una fotografia che lo ritraeva adolescente. La contemplò a lungo. Se ne compiacque tra sé e sé, poi pensò di lasciare un messaggio ai suoi figli e nipoti e vi scrisse in margine: “Qu’importe ma vie! Je veux seulement qu’elle reste jusqu’au bout fìdèle a l’enfant que je fus. Cos’è stata la mia vita! Voglio solamente che essa rimanga fedele sino alla fine al ragazzo che io fui un tempo”.
È bello, molto bello ed edificante. Ed è come un invito ai sacerdoti, ed anche ai laici, donne e uomini, a rifletterci sopra per trame energia a custodire il patrimonio che hanno nel sangue, patrimonio che l’universale vocazione alla bontà santifica ed eleva.
Questo mi ha ispirato il quarantesimo anniversario della morte di mons. Luigi Saretta, arciprete di San Dona di Piave per mezzo secolo, devastato da due furiose guerre mondiali: prete della messa, della comunione fraterna; prete sentinella, sempre pronto ad aprire il cuore e le porte di casa ai naufraghi del nostro tempo.

 

Sotto il Monte Giovanni XXIII, 25 dicembre 2004

Natale del Signore Gesù