Il Messaggio del Vescovo per il Natale

Mons. Gianfranco Agostino GardinIl grande mosaico dell’amore
Carissime sorelle e carissimi fratelli della nostra chiesa di Treviso, qualcuno ha scritto che il Natale è una festa sentita da tutti e compresa da pochi. Che il Natale sia sentito da tutti potrebbe essere già un fatto consolante, una specie di premessa o condizione positiva per giungere poi a coglierne la sostanza, il significato più vero. L’usanza natalizia di augurarsi reciprocamente il bene, la felicità, la salute, condizioni di vita più favorevoli, per quanto possa essere non particolarmente coinvolgente (un veloce augurio non costa niente), è comunque bella e può contribuire a rasserenare almeno un po’ le durezze della vita. Il fatto poi di scambiarsi dei regali, esprimendo così concretamente affetto, attenzione, gratitudine, è pur sempre una manifestazione di quell’andare verso l’altro, che fa uscire da una eccessiva e malsana “concentrazione su di sé”. A condizione che tutto questo non contrasti smaccatamente con l’austerità che caratterizza il Natale dei vangeli. In realtà, è a tutti noto che attorno al Natale è cresciuta una fitta selva di fenomeni consumistici e commerciali (non me ne vogliano i commercianti, molti di quali oggi sono in difficoltà), che rischiano di far perdere le tracce di ciò che i credenti celebrano a Natale.

Il Natale lo si può accostare veramente solo con spirito semplice, con attitudine alla sobrietà, e con la convinzione che anche piccole cose, ma vere, possono farsi segni di grandi valori, di sentimenti che gli occhi di Dio sanno ben riconoscere e apprezzare. Del resto, la nostra vita quotidiana non è forse fatta in gran parte di piccole cose che, intessute insieme, la rendono protesa tutt’intera verso il bene, e dunque verso Dio, il quale registra anche il più minuscolo atto di bontà? Il cardinal Albino Luciani racconta in Illustrissimi la leggenda di un irlandese, il quale, «morto improvvisamente, si avviò al tribunale divino, non poco preoccupato: il bilancio della vita gli si rivelava piuttosto magro. C’era una fila davanti a lui: stette a vedere e a sentire. Dopo aver consultato il gran registro, Cristo disse al primo della fila: “Trovo che avevo fame, e tu mi hai dato da mangiare. Bravo! Passa in Paradiso!”. Al secondo: “Avevo sete e m’hai dato da bere”. A un terzo: “Ero in carcere e m’hai visitato”. E così via. Per ognuno che veniva spedito in paradiso, l’irlandese faceva un esame e trovava di che temere: lui non aveva dato né da mangiare né da bere, non aveva visitato né carcerati né malati. Venne il suo turno: tremava, guardando Cristo, che stava esaminando il registro. Ma ecco che Cristo alza gli occhi e gli dice: “Non c’è scritto molto. Però qualcosa hai fatto anche tu: ero mesto, sfiduciato, avvilito; sei venuto, m’hai raccontato delle barzellette, m’hai fatto ridere e ridato coraggio. Paradiso!”. E’ una facezia, d’accordo – commenta il cardinal Luciani – ma sottolinea che nessuna forma di carità va trascurata o sottovalutata» .

Certo che a Natale vorremmo che il mondo intero diventasse assai più giusto, più buono, più in pace, più solidale; ma già vedere il pensionato che lavora al mercatino realizzando qualche aiuto per le missioni, la nonna che prepara un dolce per la mensa dei poveri, la ragazza che va a far visita ad una vecchia signora nella casa per anziani, i giovani che vengono a cantare alla mia Messa natalizia in carcere, e tanti altri piccoli gesti di attenzione al prossimo, ci fa bene, ci sollecita qualche “uscita da noi stessi” più convinta e consistente, ci fa amare di più la vita, e modifica il mondo in meglio, anche se di poco. E ci dispone a comprendere il “piccolo-grande” evento cristiano del Natale.

In effetti si tratta di un piccolo segno – un neonato che viene alla vita, come tanti, nella condizione propria dei poveri – ma che racchiude in sé un dono enorme: Dio in mezzo a noi, Dio come uno di noi. È rivestito della nostra carne, subisce tutte le limitazioni della creatura umana, sperimenta, come noi, gioie e fatiche, soddisfazioni e amarezze, desideri e delusioni: eppure è Dio. Un Dio, dunque, che si svuota della divinità, si lascia appiattire sul nostro livello, si veste della nostra debolezza. Né più né meno come noi, eccetto il peccato, ci insegna la fede. Il che significa che dietro quella debole carne l’amore non perde la sua misura divina: è senza limiti. Lo comprenderemo bene a Pasqua.

Di fronte a questo evento, non resta che ritrovare la potenzialità di amore che, per quanto limitato, è pur presente anche dentro la nostra fragile carne umana, e può esprimersi in tanti gesti piccoli, appunto, ma veri, minuscole tessere di un mosaico più splendente di quelli delle antiche basiliche.

Il mio augurio a voi tutti è che questo amore venga fuori e trovi spazio nella normalità della vita, e si faccia segno della tenerezza di Dio verso ogni persona. E generi, umilmente e silenziosamente, pace interiore, solidarietà, relazioni costruttive, esistenze serene e pulite, sobrie e miti; e poi vicinanza a chi soffre, cura generosa dei più deboli ed emarginati. Il mio pensiero particolarmente affettuoso va ai malati, ai disabili, ai bambini circondati da scarso amore, ai giovani privi di speranza, agli anziani soli, a coloro sulle cui spalle pesa maggiormente l’attuale crisi economica, tra cui molti immigrati.

Auguri di cuore, sorelle e fratelli della nostra Chiesa di Treviso. La pace del Signore vi raggiunga nel profondo, e susciti in voi una solida e intraprendente speranza anche per il nuovo anno.

+ Gianfranco Agostino Gardin