Il Risorgimento nel nostro territorio

 Anniversario Unità d'ItaliaIl Comitato dei Garanti – istituito dal governo per le celebrazioni del 150° dell’unita d’Italia – ha inserito San Donà tra i “Luoghi della Memoria”.
San Donà fu uno dei luoghi simbolo delle battaglie della Terza Guerra d’Indipendenza, che nel 1866 unì il Veneto all’Italia. Il generale modenese Enrico Cialdini, che guidava l’avanzata delle truppe italiane dal Po fino a Udine, dopo aver occupato Rovigo, Padova e Treviso, il 18 luglio 1866 entrò trionfalmente a San Donà, per proseguire la sua avanzata che in 4 giorni lo avrebbe portato poi a Oderzo, Valdobbiadene e Udine.


In un articolo della Vita del Popolo lo storico Ivano Sartor descrive come è stato il processo risorgimentale nel trevigiano.

Lo proponiamo anche nel nostro sito parrocchiale in occasione dei 150 anni dell’unità d’Italia, per la chiarezza con cui espone fatti storici così importanti per il nostro territorio, ma talvolta completamente dimenticati.

“Il Veneto dovrebbe celebrare il 150° dell’unificazione all’Italia nel 2016 ma – si obbietta – secondo questo criterio Roma avrebbe dovuto farlo nel 2010, così come altre parti d’Italia potrebbero aver anticipato. La data della proclamazione del Regno d’Italia, 17 marzo 1861, è quella più appropriata, storicamente e politicamente.
Le renitenze alla ricorrenza unitaria sono ingiustificabili, oltre che deprecabili per la loro malcelata volontà di ingabbiare il Veneto d’oggi in asfittici ambiti venetisti, mentre la nostra è da sempre terra di relazioni, di aperture culturali e mercantili, capace di difendere le sue specificità e identità senza negare la sua appartenenza a un grande Paese qual è l’Italia, ma anzi proiettandosi in dimensioni più ampie verso la regione alpe-adriatica e verso l’Europa. Nel processo risorgimentale che si sviluppò dal secondo al settimo decennio dell’Ottocento i veneti furono convintamente italiani, dapprima in dimensioni ristrette, elitarie, e poi sempre più in forme plebiscitarie. Alcuni interrogativi storiografici sembrano ancora aperti e magari appaiono tali solo a chi si avvicina epidermicamente, mentre la storiografia ha già chiarito, con documenti e cifre. Uno di questi riguarda l’effettiva adesione del popolo veneto al processo unitario: se sia stato un fatto di élites borghesi oppure un movimento ampio (scorretto parlare di movimento di massa o democratico, categorie successive, spendibili solo dopo la formazione dei partiti di massa e con il suffragio elettorale universale, in pratica con il secolo XX). Nella contesa tra chi nostalgicamente vede oggi il Risorgimento come un’imposizione fatta dai ceti borghesi a un popolo ancora rimasto venetista e, sul versante opposto, chi romanticamente concepisce l’anelito all’unificazione italiana come un percorso lineare di tutta la società del tempo, la parola chiarificatrice è probabilmente quella detta da uno vecchio storico americano: “La rivoluzione italiana s’iniziò nel XVIII secolo, non poggiata saldamente sull’opinione pubblica, ma solo rappresentata qua e là da sublimi apostoli, le cui voci cadono quasi del tutto incomprese fra la massa ignara; più tardi, man mano che la loro parola viene intesa e si risveglia negli animi quel sentimento che essi hanno saputo toccare, il movimento si propaga, si fa popolare e nazionale”.
In modo particolare, l’Unità d’Italia rappresentò l’orizzonte di riferimento per i trevigiani soprattutto durante la fase della rinata Repubblica di Venezia del 1848-49, quando gli “evviva la repubblica, evviva l’Italia” risuonavano uniti anche a Treviso, città dove i proclami del locale Comitato riportavano a titoli cubitali “Viva l’unità Italiana! Viva la Repubblica! Viva Treviso! Viva Pio IX!”. La città allora votò in un primo plebiscito “per la pronta annessione al Piemonte” e su 3.010 votanti solo 17 furono contrari. In quel contesto il futuro patriarca di Venezia Domenico Agostini, allora chierico trevigiano, impugnò le armi contro gli austriaci; egli è un emblema del comune sentire di quella stagione politica.
Se da un lato è onesto ammettere che il percorso risorgimentale non fu comunque privo di contraddizioni e di arretramenti, fu però certamente un percorso univoco nella direzione della liberazione delle terre venete dall’Austria. Ne sono testimoni le stesse vicende trevigiane, del popolo, dei ceti dirigenti e della Chiesa, con le figure assai diverse dei due vescovi Sebastiano Soldati e Federico Maria Zinelli: il primo che il 3 aprile 1848 benedice i volontari trevigiani in partenza da Borgo SS. Quaranta (e che poi affrontarono gli austriaci a Sorio e Montebello) e il secondo che, preceduto dalla fama di austriacante e oppositore delle idee liberali, fu accolto al suo ingresso in diocesi nel maggio 1862 da vive riprovazioni fino al punto di essere oggetto del lancio di una bomba che al ponte di S. Martino ferì quattro popolani.
Nella diocesi di Treviso i cattolici antitemporalisti (per essi il papato non poteva essere anche un potere statuale) rappresentavano l’ossatura del Comitato Segreto promosso da Luigi Coletti senior, trevigiano d’origini cadorine con palazzo in Borgo Cavalli; questa realtà originò duri scontri tra il clero liberal-moderato e la Curia. I sentimenti patriottici erano tutt’altro che sporadici tra i sacerdoti diocesani e i preti “sovversivi” e assertori dell’Unità italiana erano vigilati dalla polizia austriaca; le stesse adunanze del Comitato segreto trevigiano durante la dominazione austriaca si tenevano nella cella del campanile di S. Nicolò, mentre l’abate Turazza vegliava all’esterno e ne favoriva la clandestinità. Tra i sacerdoti schedati vi erano Quirico Turazza, Luigi Bailo, Luigi Sartorio, membri del Comitato Segreto; altri, come Federico Bianchi, Francesco Celotti, Angelo Traversi erano schedati per i loro rapporti epistolari col Comitato di Torino e con altri confratelli emigrati oltre il Mincio. Furono ben 78 i preti trevigiani che nel 1866 sottoscrissero un indirizzo di saluto al Commissario Regio, manifestando gioia e commozione per l’avvenuta riunificazione del Veneto all’Italia.
Non era difficile per i pastori essere antiaustriaci, in quanto condividevano i sentimenti maggioritari del loro popolo. In genere i sentimenti della popolazione erano di avversione all’impero austro-ungarico, non solo perché si trattava di una dominazione straniera, ma per le politiche concretamente attuate dal Regno Lombardo-Veneto. L’impoverimento sempre più forte di ampi strati di popolazione, la fortissima pressione fiscale esercitata come strumento repressivo soprattutto dopo i moti rivoluzionari del ’48-’49, l’assoluto centralismo amministrativo di Vienna, la coscrizione obbligatoria dei giovani, l’efficienza burocratica esercitata formalisticamente ma non per combattere le piaghe dell’analfabetismo (nelle località rurali raggiungeva anche il 90% tra i fanciulli tenuti alla frequenza), la pigra gestione delle competenze amministrative limitate a sporadiche forme d’intervento (anagrafe, leva, riscossione delle prediali, poca sanità, pochi lavori pubblici, l’assistenza lasciata alla filantropia dei religiosi), sono alcuni degli elementi che portavano il cittadino a sospirare la liberazione dallo straniero. Né va dimenticato che l’Austria impedì fattivamente, soprattutto con i dazi doganali, lo sviluppo dell’economia veneta, per difendere i prodotti austriaci e boemi. A tutto questo si aggiungevano le ripetute repressioni dello Stato poliziesco, che riempivano le carceri e che portarono a numerose esecuzioni capitali. Treviso stessa fu scenario di eventi tragici: il cippo posto lungo le mura cittadine in viale Jacopo Tasso ricorda la fucilazione dell’avvocato bellunese e di altri contadini trevigiani.
I nostalgici d’una mitica e ordinata Austria, mai esistita, se non nella loro testa, indugiano nel tacciare di “broglio” il plebiscito che si tenne il 21 e 22 ottobre 1866 quando tutti gli uomini furono convocati alle urne per ratificare l’annessione del Veneto all’Italia. I risultati possono apparire poco credibili: complessivamente, su 84.539 votanti nel trevigiano si registrarono solo due contrari, a Povegliano e Roncade. Ma chi allora poteva pensare bene dell’odiata Austria? Nemmeno i possidenti che amministravano i Comuni, come è accertato dall’esito delle elezioni tentate dall’Austria nella primavera 1861 nelle province venete per far accettare la realtà costituzionale dell’appartenenza del Veneto all’impero austro-ungarico mediante l’invio di venti deputati nel Consiglio di Vienna; nonostante le generalizzate pressioni austriache non di rado trasformatesi in intimidazioni, in circa la metà delle località venete nessuno partecipò ai Consigli Comunali convocati per la votazione e nel Trevigiano su 102 Comuni solo 19 votarono, mentre le sedute andarono deserte o furono irregolari in ben 83.
Per capire il sentimento popolare del tempo basta leggere quanto scriveva con carica retorica l’intellettuale veneziano Antonio Fradeletto in una sua biografia del sindaco poeta Riccardo Selvatico (1921): “Chi assistette, fanciullo, alla liberazione di Venezia dal dominio straniero, mai non dimenticherà la gioia, come di primavera, che si effuse e vibrò nell’aria in quel tardo autunno del 1866. Mentre le sciabole austriache percotevano ancora il lastrico delle strade, nelle case le donne cucivano secretamente i lembi del tricolore e quell’affaccendarsi furtivo aggiungeva un non so che di trepido e solenne alla letizia dei nostri giuochi infantili. E con che lagrime contemplarono i vecchi, con che fremiti salutarono i giovani l’improvviso ondeggiare dei colori della patria dalle antenne di San Marco, lungo il Canal Grande, per le calli, per i campi, sullo specchio angusto dei rii. Pareva che in quelle pallide giornate d’ottobre tutto s’infiorasse di speranza, i cuori come le pietre”.
Le ricostruzioni storiche e gli argomenti risorgimentali degni d’approfondimento potrebbero essere molti altri; meglio ricorrere allora agli studi già pubblicati negli ultimi decenni da Giovanni Netto, Giuseppe Alù, Ernesto Brunetta, Silvio Tramontin, Livio Vanzetto, oltre che alla serie di volumi prodotti dall’Istituto par la Storia del Risorgimento di Treviso. Restando sempre in attesa che venga riallestito il pregevolissimo Museo del Risorgimento trevigiano, indegnamente smantellato: sarebbe un’altra preziosa fonte per la verità storica su quel periodo.” (Ivano Sartor dalla Vita del Popolo)