La Buona notizia di Gesù secondo la comunità di Matteo

S. Matteo (Caravaggio)Alla fine di ottobre, abbiamo aperto una finestra sul Vangelo di Matteo con l’aiuto della nostra parrocchiana, la biblista Roberta Ronchiato. Le abbiamo chiesto di offrirci una sintesi delle belle lezioni che ci ha regalato. Certo, la comunicazione a viva voce ha una sua propria efficacia. Tuttavia riteniamo cosa gradita ritrovare i principali pensieri a disposizione per una più approfondita riflessione. E di ciò la ringraziamo di cuore, in attesa di riascoltarla a Pasqua sulla Passione del Signore secondo Matteo.  

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Il vangelo di  Matteo raccoglie le parole e i gesti di Gesù in parte conosciuti per esperienza diretta dall’autore (Matteo il pubblicano e apostolo), in parte pervenuti da altre  testimonianze (raccolte da un giudeo-cristiano anonimo dopo il 70 d.C.). Il dato essenziale è che tutti i «documenti su Gesù» sono stati certificati dall’incontro della comunità con il Risorto e riformulati secondo l’impronta ricevuta da tale incontro. Questo può spiegare perché i vangeli siano quattro e non coincidano perfettamente tra loro: alla radice di ogni scritto vi è l’esperienza di Gesù; è l’incontro sempre nuovo, originale con il Signore vivo, che parla a ciascuno in modo personale, a dare ad ogni racconto un carattere diverso.

Dei quattro, Matteo è il vangelo che ha formato generazioni di cristiani. È in assoluto il più commentato dai Padri della Chiesa e il più usato nella catechesi e nella liturgia. Ancora oggi, ad esempio, la liturgia invita i credenti a pregare con il Padre Nostro secondo la versione di Matteo. Allo stesso modo, ha ispirato artisti, pittori, musicisti, credenti e non credenti.

Le ragioni di tanta fortuna vanno ricercate, probabilmente, nel suo carattere sistematico, progressivo, ben organizzato e ordinato. Matteo alterna pagine in cui il Maestro insegna (i cinque grandi discorsi: «discorso della Montagna»: capp. 5–7; «discorso missionario»: cap. 10; «discorso in parabole»: cap. 13; «discorso ecclesiale»: cap. 18; «discorso escatologico»: capp. 24–25) a pagine in cui Gesù opera. Inoltre, è un vangelo completo, nel senso che traccia l’intera vita del Messia dalla nascita alla risurrezione. Infine, è il vangelo nel quale la comunità si rispecchia e impara; chi scrive insiste a lungo sulla dimensione fraterna usando, tra l’altro, per ben due volte il termine chiesa, assente negli altri tre vangeli (Mt 16,18 e 18,17).

Il tentativo è allora, con tutti i limiti di una sintesi, di mettere in rilievo alcuni tratti caratterizzanti i ventotto capitoli di Matteo seguendo quale immagine di Gesù essi intendono annunciare al mondo come «buona notizia».

 

1. Nel nome il futuro del Bambino: Gesù Messia e Salvatore.

 

Il Vangelo di Matteo inizia con una genealogia ed una serie di racconti riguardanti la nascita e l’infanzia di Gesù (capp. 1–2). Diversamente da Luca, che mette a fuoco la figura di Maria, Matteo polarizza la sua attenzione su Giuseppe. Giuseppe nel suo silenzio, ai margini delle grandi parole, compie un gesto mirabile in grado di fornire a Gesù tutte le credenziali per poter essere il Cristo: adotta come proprio il figlio di Maria. Poiché la fede ebraica attendeva il Messia dalla stirpe di Davide (da qui il titolo «figlio di Davide»: 1,1), Giuseppe legittimo discendente della «casa di Davide» ha in questo modo permesso a Dio di realizzare il suo piano di salvezza per tutta l’umanità. Il nome che per incarico dell’angelo egli dovrà dare al neonato è infatti Gesù, con la motivazione: «salverà il suo popolo dai suoi peccati» (1,21).

Giuseppe compie questo gesto senza capire. La risposta dell’angelo «il bambino che è generato in lei [Maria] viene dallo Spirito Santo» (1,20) non chiarisce i dubbi, non aiuta a comprendere. A Giuseppe è chiesto non di capire ma di entrare nel mistero, nel Mistero di Dio che visita la sua famiglia. Acconsente, dunque, con spontaneità e generosità. In questo egli si rivela l’«uomo giusto» (1,19), l’uomo che obbedisce alla legge avendo a cuore anzitutto il bene delle persone, e quindi di Maria, e quindi del bambino. Giuseppe accetta di donare tutto ciò che è ed ha (la sua discendenza davidica e la sua paternità) al bambino Gesù, accogliendolo ed amandolo come proprio. Il termine italiano adottare ha mantenuto questa densità di amore: dal latino ad-optare, cioè desiderare. Ogni bambino adottato è, in radice, un bambino desiderato.

La nascita di Gesù innesca nella storia umana il sollevamento di forze opposte. L’evangelista nei tre brevi racconti che seguono la natività riportati nel capitolo 2 (l’adorazione dei Magi; la fuga in Egitto e la strage degli innocenti; il ritorno dall’Egitto e il soggiorno a Nazareth) ha voluto indicare che in Gesù è riassunta tutta la storia del popolo di Israele: le persecuzioni, le fughe, l’Egitto, tutto il male subito da Israele è stato vissuto anche da Gesù, da piccolo, cioè nella condizione della impotenza e della fragilità, perché la sua opera di redenzione potesse fondarsi su una conoscenza diretta, sull’aver fatto egli stesso esperienza della voragine di sofferenza che il male causa.

Tra i diversi racconti, scuote la coscienza, forse più degli altri, la «strage degli innocenti» (1,13-18), quasi a ritenere incomprensibile che la Scrittura legittimi la morte di tantissimi bambini per salvarne uno. Questo è l’interrogativo di fondo, con il quale parte il lettore del vangelo. Ma la storia educherà questi nostri pensieri fino a raggiungere l’altra Verità, la verità di Dio, e cioè che Colui che ora sembra salvarsi alle spese di altri, è il realtà Colui che darà la sua vita per salvare quella di tutti gli altri. E un giorno, grati di questa salvezza ricevuta, moltissimi cristiani torneranno a dare la loro vita per il Cristo («i martiri innocenti»). Nei brani dell’infanzia abbiamo perciò anche l’anticipazione di ciò che accadrà al Figlio di Dio da adulto: venuto nel mondo come segno di contraddizione, amato e adorato da alcuni (le genti pagane indicate nei «Magi») e rifiutato perseguitato da altri (Erode, simbolo delle forze del male).

 

2. Il programma di vita del discepolo di Gesù: «entrare nel Regno di Dio»

 

Nel v. 17 del capitolo 4 Gesù, rientrato in Galilea dopo aver ricevuto il battesimo da Giovanni ed essere stato tentato dal diavolo, presenta ufficialmente il programma del suo ministero: «Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: “Convertitevi perché il Regno dei Cieli è vicino”».

L’espressione «Regno dei Cieli» è un semitismo, cioè un modo ebraico di dire «Regno di Dio»: la parola Cieli è al plurale perché nella lingua ebraica dell’Antico Testamento la parola «cielo», al singolare, non esiste; inoltre, sostituisce il nome sacro del Signore, impronunciabile per gli ebrei. Contrariamente a quanto potrebbe sembrare, non si tratta di un regno separato dal mondo, quanto di una dimensione «di Dio», e dunque indica un modo di vivere le relazioni caratterizzato dalla presenza del Signore. Il Regno di Dio è regolato da leggi che generano uno stile nuovo di vita personale e comunitario, un modo nuovo di vivere la fede, incoraggiano l’assunzione di un atteggiamento nuovo davanti alle grandi questioni dell’esistenza. Il Regno di Dio non coincide con la Chiesa, benché sia presente in essa. Si potrebbe paragonarlo al matrimonio e alla famiglia: come il sacramento del matrimonio è più grande della famiglia, e però si rende visibile nella famiglia, genera l’amore e i legami tra i diversi componenti, così il Regno di Dio è più grande della chiesa ed è presente in essa.

Per entrare nel Regno dei Cieli è necessario convertirsi, parola che significa «cambiare modo di pensare». Ora, poiché il nostro modo di giudicare, di progettare, poiché le strutture del pensiero umano cambiano molto lentamente e molto difficilmente, Gesù spende tutta la sua vita per insegnare quali pensieri devono cambiare nella coscienza del discepolo e quali vanno invece cercati e alimentati, per agire di conseguenza.

Il basilare insegnamento di Gesù a riguardo è riassunto da Matteo nel discorso della montagna (capp. 5–7). Questo discorso è stato definito il «breviario» del Vangelo (s. Agostino), la Carta Costituzionale («Magna Charta») del cristiano. Gandhi mentre studiava giurisprudenza a Londra negli anni 1888-1889 ne fu affascinato ed ebbe a dire: «Grazie a questo discorso mi sono affezionato a Gesù. In occidente […] molto di ciò che viene considerato cristianesimo è una negazione del Discorso della Montagna». «Chi non ha letto – scrive F. Mauriac –, chi non ha meditato il discorso della montagna non è in grado di sapere cos’è il cristianesimo». È il discorso che comprende, tra i molti suoi tesori, le Beatitudini, nella versione più nota (5,3-12), il Padre Nostro (6,9-13) e la Regola d’oro (7,12).

Le Beatitudini vanno assunte nella loro forza, nel loro impatto disarmante per la logica umana perché Gesù dichiara beati coloro che secondo il nostro modo di pensare non lo sono affatto. La beatitudine non si esaurisce nella dichiarazione di uno status (i poveri, i miti, quelli che piangono, gli affamati di giustizia, ecc.) ma nella forza del verbo. Si è beati non perché si piange, ma perché in questa situazione di sconforto misteriosamente si inserisce la presenza di Dio, l’azione di Dio che traghetta l’uomo verso una condizione migliore. Verrebbe da dire: il protagonista delle Beatitudini è Dio. Le condizioni descritte sono i luoghi in cui il Signore si manifesta, l’ambito privilegiato della sua rivelazione. Le categorie di persone descritte da Gesù sono beate anche perché più di altre capiscono cos’è il Regno di Dio. Gesù dichiara beati, ad esempio, i «poveri in spirito» (5,3), cioè coloro che non possiedono nulla, che non si ritengono proprietari di nulla, sempre aperti a lasciarsi sorprendere, a ricevere un aspetto sconosciuto della verità. Il povero in spirito si lascia costruire, è recettivo. Per questa disponibilità interiore egli già vive, pensa, opera in modo conforme alle leggi del Cielo («di essi è il regno dei cieli»).

Oppure «beati» sono «i puri di cuore perché vedranno Dio» (5,8). Questa beatitudine costringe a modificare il nostro concetto di purezza, spesso ristretto all’ambito di una integrità morale. Gesù afferma che puro di cuore è colui che vedrà Dio perché in fondo già vede Dio ovunque. Il puro di cuore ha un occhio trasfigurato dalla luce del Signore e perciò riesce a scorgere il bene rinchiuso, sottaciuto, sommerso, il frammento di Dio presente in ogni realtà, anche nelle situazioni più disperate. Ne consegue che non è più possibile giudicare una situazione solamente come malvagia perché il cristiano parte dal presupposto che ogni cosa è redenta. Giudicare significherà non tanto e non solo distinguere il bene dal male, ma cogliere la presenza del Signore in ogni circostanza. Dio è la Verità, e se il cristiano coglie Dio nelle cose ha individuato la Verità.

Nel ricchissimo discorso della Montagna Gesù affronta lo spinoso problema della fedeltà alla Legge e della giustizia. Egli anzitutto dichiara che «non è venuto per abolire la Legge e i Profeti», cioè per togliere forza giuridica alle norme contenute nell’Antico Testamento, ma «per compiere» (5,17). Tra le righe di questa importante affermazione ritroviamo l’appello di papa Benedetto XVI a non avere paura di Dio perché «Gesù non toglie nulla, ma dà tutto». Gesù è dunque venuto per leggere compiutamente (M. Grilli), per annunciare la volontà di Dio nascosta nella legge. Per questo non mette in discussione la legge di Mosè come tale, ma le interpretazioni degli scribi e dei farisei. «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (5,20). La giustizia dei farisei si limitava ad osservare formalmente i precetti, oltretutto allo scopo di essere ammirati. Gesù invita ad andare al cuore della legge e a cogliervi il senso profondo, l’intenzione vera, il bene che il precetto intende tutelare, che è alla fine il bene del fratello.

A titolo esemplificativo porta sei pronunciamenti (sull’omicidio, sull’adulterio, sul divorzio, sul giuramento, sulla vendetta: 5,21-42) in cui fa sentire quale enorme potenzialità di bene da mettere in pratica si nasconda dietro le fredde righe di una legge. Al vertice dell’elenco troviamo il precetto di amare il nemico (5,43-48). La giustizia superiore inaugurata dal Signore non si esaurisce nel punire il colpevole, ma ama il nemico, lo aiuta, prega per chi fa del male. «Infatti, se amate quelli che vi amano, quel ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che fate di più [ = più del dovuto]?» (5,45). In sintesi, chi si riconosce figlio del Padre e discepolo di Cristo è invitato ad abbandonare la logica della reciprocità e a vivere secondo la logica della gratuità.

Vivere questo tipo di vangelo può apparire destabilizzante, irragionevole, fonte di insicurezza e precarietà, eppure – afferma Gesù – niente come le leggi del vangelo assicurano a chi le mette in pratica (cf. 7,21) una vita fondata e stabile, pari alla casa costruita sulla roccia (7,24-29).

3. Gesù Messia compassionevole, mite e umile di cuore

 

Accanto al volto di Gesù Maestro, il volto di Gesù medico dei corpi e delle anime. Il versetto iniziale del suo ministero (4,23) precisa fin da subito la specialissima cura di Gesù per i malati: «Conducevano a lui tutti i malati, tormentati da varie malattie e dolori, indemoniati, epilettici e paralitici; ed egli li guarì». Ammalati nella psiche, nell’anima, nel fisico; Matteo descrive patologie sommarie, perché le conoscenze mediche del tempo erano pressoché scarse, ma è importante notare che Gesù guarì tutti. I capitoli 8–9 sottolineano a più riprese l’universalità della salvezza: «guarì tutti i malati» (8,16); «guarendo ogni malattia e infermità» (9,35).

L’attenzione del Signore si rivolge a categorie marginali (lebbrosi, donne), a gente sconosciuta ma anche a parenti di persone importanti o di amici. Accosta gli ammalati in maniera diversa, in luoghi diversi, con un intervento – e questo è il dato importante – sempre commisurato alla fede dell’ammalato: «Va’, avvenga per te come hai creduto» (8,13); «Coraggio, figlia, la tua fede ti ha salvata» (9,22); «Avvenga per voi secondo la vostra fede» (9,29), ecc. È la fede forte che sposta le montagne, e che tanto contrasta con quella dei discepoli, rimproverati invece di avere «poca fede» (8,26).

Se andiamo poi a scandagliare le ragioni dell’azione guaritrice di Gesù, non troviamo la ricerca di fama, gratificazione, riconoscimenti ma la compassione, ovvero il sentire come propria la sofferenza dell’altro («com-patire»). A tal punto il Signore vive la compassione per l’umanità da assumere su di sé tutti i dolori: «Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie» (8,17).

Per compassione Gesù guarisce, per compassione spezza i pani (15,32), per compassione perdona (18,27), per compassione invia in missione i suoi apostoli. Ad un certo punto si vede circondato da persone disperse, «stanche e sfinite come pecore senza pastore» (9,36) e progetta di associare a sé altri, invitandoli a diventare uomini delle beatitudini per portare avanti il programma di «scacciare gli spiriti impuri e guarire ogni malattia e ogni infermità» (10,1). L’atteggiamento del Maestro obbliga il discepolo a vagliare ed eventualmente a purificare le motivazioni del proprio agire. La preghiera al Padre perché «mandi operai nella sua messe» (9,38) non nasce da una preoccupazione (siamo in pochi, stiamo morendo, sempre meno cristiani, sempre meno persone che vanno in chiesa …) ma ancora una volta dalla compassione. Operaio della messe è perciò chiunque sente compassione per l’altro e si adopera per soccorrerlo. In sintesi, si potrebbe dire che la compassione è la ragione della missione.

La volontà salvifica di Dio va però fino in fondo, fino alla radice dei mali, fino a scovare il male per eccellenza, quello che più di qualsiasi malattia fisica danneggia l’uomo: il peccato. Gesù si sbilancia terribilmente quando, per la prima volta nel vangelo, osa dire ad un ammalato: «Ti sono rimessi i tuoi peccati», attirandosi l’immediata reazione degli scribi: «Costui bestemmia» (9,2-3) Invece, nel potere di rimettere i peccati il Figlio dell’uomo rivela la missione iscritta nel suo nome annunciata dall’angelo: «Gesù, il Salvatore, venuto per salvare il suo popolo dai suoi peccati» (1,21).

La vicinanza salvifica che egli manifesta per i peccatori è straordinaria: chiama al discepolato Matteo, un esattore delle tasse (9,9), mangia con pubblicani e peccatori di poco chiara fama (9,10). Anche questo comportamento è guidato da un sentire profondo; ai farisei che domandano spiegazioni risponde: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (9,13). Solo l’evangelista Matteo riporta questo inciso sulla misericordia (cf. Os 6,6), evidentemente perché la comunità per la quale scrive aveva sperimentato la venuta di Gesù connotata dalla misericordia. Gesù è l’uomo misericordioso delle beatitudini e per questo capace di vivere la «giustizia superiore». Non solo, la sua misericordia attesta anche che egli è vero Dio (nell’AT la misericordia è uno dei tredici attributi del Signore: Es 34,6-7).

Più ci si addentra nella lettura del vangelo di Matteo, più si delinea dunque un’identità di Gesù anticonformista, non allineata alle tradizioni consolidate, con un infinito desiderio di bene per i più poveri. Questo Messia «fuori misura» suscita stupore (9,8: la folla rende gloria a Dio), domande («Che genere di uomo è costui?» (8,27), ostilità, e costringe il lettore del vangelo ad interrogare le proprie attese e la propria fede: è questa la salvezza che attendo?

Infine, un terzo gruppo di persone particolarmente care a Gesù è formato dai piccoli, ai quali il Padre «ha rivelato il Regno dei Cieli» (11,25). Questa predilezione ci guida al cuore di un altro tema caro dall’evangelista Matteo sulla gestione delle relazioni comunitarie.

 

 

4. Politica interna

 

Il vangelo di Matteo è stato molto utilizzato nella storia della chiesa perché definisce al meglio i tratti della comunità («vangelo ecclesiale»). Sul piano istituzionale, ad esempio, parla del primato di Pietro (16,13-20), la roccia sulla quale Gesù fonda la sua chiesa (16,12-20), del mandato missionario sul fondamento dei dodici apostoli (10,1-4). Gesù pensa la chiesa come una famiglia di persone che vivono il discorso della Montagna: «Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre» (12,49-50).

Il capitolo che più estesamente tratta gli aspetti comunitari è il 18. Qui ritorna un’indicazione sulla conversione. Per diventare discepolo di Gesù è necessario «convertirsi e diventare come bambini» (v. 3). La ragione è che se Dio è Padre, per riconoscere la sua paternità è necessario tornare a vivere nella coscienza di figli, vivendo le dinamiche dei figli: i bambini si fidano del papà, dipendono dal papà, non dubitano della sua presenza e del suo perdono. Questo ritorno fisicamente impossibile si realizza «facendosi piccoli» (v. 4), cioè vivendo le beatitudini.

All’interno della comunità, Gesù esorta con toni forti a «non scandalizzare» e a «non disprezzare i piccoli» (18,6-10). I piccoli sono coloro che «credono in Gesù» ma sono deboli, fragili, facili a perdersi, a dubitare. Il comportamento dei cristiani più forti, non coerente con le esigenze della giustizia superiore (una parola detta male, un gesto di perdono negato, un comportamento non coerente con il vangelo) può scandalizzarli, cioè farli inciampare, far vacillare la loro fede. Allo stesso modo il disprezzo subito può farli allontanare.

C’è dunque la possibilità che qualcuno della comunità si smarrisca, attraversi periodi di crisi o di disorientamento. Di fronte a questa emergenza, la volontà del Padre «è che neanche uno di questi piccoli si perda» (18,14). Matteo illustra questo concetto con la parabola della pecora smarrita. La domanda iniziale: «Non andrà forse il pastore a cercarla?» (18,12) non ha una risposta scontata. C’è almeno una condizione che consente di dare una risposta affermativa: che la pecora sia preziosa. Il pastore cerca la centesima pecora perché è preziosa ai suoi occhi ed è insostituibile. Nessuna pecora può essere rimpiazzata da un’altra, nemmeno la più piccola. Notiamo che Matteo tace i motivi dello smarrimento, quasi a dire che non è importante perché una pecora si perde, quasi a dire non ci sono motivi nobili che spingono il pastore a cercarla e motivi ignobili che spingono il pastore a lasciarla perdere. «La volontà del Padre vostro che è nei Cieli è che neanche uno di questi piccoli si perda» (18,14).

Il ricchissimo capitolo 18 contiene poi altre importanti indicazioni per regolare i rapporti tra i fratelli: le tappe della correzione fraterna (15-18), la preghiera comune (vv. 19-20), il perdono senza misura come cemento ultimo dei rapporti (21-35).

 

5. Nell’attesa della Sua venuta

 

La lettura del vangelo di Matteo delinea, pagina dopo pagina, la progressiva crescente ostilità subita da Gesù da parte delle autorità giudaiche. Ogni opera, miracolo suscita l’intervento polemico dei suoi avversari allo scopo di ostacolarlo e metterlo alla prova.

Il culmine della tensione è riportato nei capitoli 21–23 dove il paradosso è chiaro: da un lato, il gesto di Gesù che lascia la Galilea ed entra in Gerusalemme per l’ultima Pasqua cavalcando un puledro d’asina, animale simbolo della mitezza, opposto al cavallo, animale da guerra. È l’immagine compiuta del Messia mite e umile di cuore che «non spezza una canna già incrinata, che non spegne una fiamma smorta» (12,20). Dall’altro, all’interno del tempio pressochè tutte le autorità più importanti (farisei, sadducei, erodiani, ecc.) lo interrogano con accese dispute.

È una sezione del vangelo aspra, dura, sigillata dalla dolorosa costatazione che Gerusalemme ostinatamente non vuole accogliere il suo Messia: «Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi coloro che sono inviati a te, quante volte ho voluto raccoglierti sotto le mie ali come una chioccia i suoi pulcini, ma voi non avete voluto» (23,37-39).

Prima di entrare nei giorni della Passione, Gesù rivolge ai suoi discepoli un ultimo discorso di contenuto escatologico o apocalittico, nel quale svela le «cose ultime», le cose che accadranno alla fine dei tempi.

Le parole del Signore sono però da inquadrare nel contesto della caduta di Gerusalemme e della distruzione del tempio avvenute per mano dell’esercito romano nella data storica del 70 d.C.. Molti dei fatti descritti in queste pagine sono in realtà già accaduti (vaticio ex eventu). In ogni caso, Gesù dona indicazioni che sono un correttivo anche al nostro pensare odierno. Spesso infatti identifichiamo l’accadere di guerre, insurrezioni, carestie e terremoti con la fine del mondo («Dio si è stancato di noi» si sente dire). Ma egli dice: «Questa non è ancora la fine» (24,6). La fine dei tempi sarà bella, carica di luce perché coinciderà con il ritorno del Figlio dell’uomo, e tutta la creazione ne gioirà. Riguardo al «quando» egli ritornerà «nessuno lo sa, solo il Padre» (24,36).

Allora, perché il suo ritorno non risulti improvviso e ci trovi impreparati è necessario coltivare l’attesa. La condizione del cristiano e in fondo di ogni uomo – scriveva uno dei più grandi teologi del novecento – è di vivere il già e il non-ancora. Qualcosa di bello già viviamo, ma attendiamo un compimento. Il cuore dell’uomo è abitato da un’irriducibile desiderio d’infinito che prende i volti dell’insod-disfazione o della mancanza. Il progresso ha pensato di porvi rimedio a modo suo, riuscendo però a regalare solo illusioni, risposte che non tengono alla prova dei fatti. La risposta cristiana non nega il bisogno d’infinito dell’uomo, né lo mette sotto chiave con riempitivi; piuttosto lo assume. Gesù valorizza, esalta l’attesa dei Cieli nuovi e della terra nuova perché l’uomo è fatto per questo traguardo. L’insoddisfazione è il segno della grandezza dell’uomo fatto ad immagine di Dio, e che dunque – direbbe s. Agostino – non trova pace finché non riposa in Dio. Il bisogno di infinito è giustificabile dal fatto che la nostra vita non termina qui. Qui non abbiamo tutte le risposte, non possiamo realizzare in pienezza tutti i nostri desideri.

Le parabole del discorso escatologico (del maggiordomo, delle dieci vergini, dei talenti) si fanno allora portavoce dell’assenza, del senso di vuoto, di lontananza («il mio padrone tarda»: 24,48; «lo sposo tardava»: 25,5; «dopo molto tempo»: 25,19) e cercano di venirci in soccorso con indicazioni concrete su come vivere l’attesa della Sua venuta, sugli atteggiamenti da adottare in questo frattempo, per non investire energie e tempo sulle cose sbagliate, sui beni che passano e non porteremo di là. La nostra condizione umana andrebbe, ad esempio, vissuta nella consapevolezza di essere semplici «amministratori» di beni che non sono nostri (25,14). Allora vigilare significherà rimanere fedeli al posto, agli affetti, alle situazioni che Dio ci ha donato, con saggezza e previdenza, facendo fruttare i talenti non per vantaggio personale ma come occasioni per maturare nella conoscenza di Dio, il vero Bene da attendere. E ancora, nelle condizioni di sofferenza e persecuzione, «non fare raffreddare l’amore» (24,12).

E, soprattutto, avere a cuore i piccoli perché saremo giudicati sulla misura di amore data a loro. Nel momento del giudizio finale, la sorpresa sarà che Colui che aspettavamo, in realtà era  già presente nella nostra vita nel volto dei piccoli e dei poveri: «Ogni volta che avete fatto questo a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, lo avete fatto a me» (vv. 40.45). All’interno della comunità cristiana, «i piccoli sono quasi un “sacramento” della presenza storica del Figlio dell’uomo» (A. Mello).