La Chiesa mistero e testimonianza. A confronto con la lettera agli Efesini

All’interno del programma settimanale, avviato in ottobre, riguardante la Lectio divina del mercoledì, sono stati inseriti due interventi suggeriti dalla ricorrenza dell’anno paolino. E’ stato chiesto il contributo della riflessione e dell’esperienza del monaco diocesano don Firmino Bianchin, che vive a S. Maria in Colle di Montebelluna.

La sua parola è stata ascoltata con interesse ed apprezzata da tutti i partecipanti. Abbiamo così potuto ripercorrere nel primo incontro, i temi fondamentali della predicazione di S. Paolo e nel secondo, ammirare meglio comprendere il progetto di uomo che Dio ha “sognato” per noi, descritto nel prologo della lettera agli Efesini. (La prima riflessione è pubblicata nel foglietto parrocchiale stampato a Natale e nel sito parrocchiale a questo link)

La gratitudine al ‘don’ è anche più grande perché i suoi interventi ci sono stati dati come dono natalizio, con particolare riguardo anche al suo vecchio educatore del seminario.

Ecco la traccia della riflessione dell’incontro del 10 dicembre.


La lunga esperienza di Paolo missionario, fondatore delle Chiese, trova nella Lettera agli Efesini una sintesi assai interessante. Vale la pena di osservarla da vicino, perché è
la lettera più armoniosa dell’identità cristiana ed ecclesiale.
Affronteremo la trama essenziale dei primi tre capitoli, in cui l’Apostolo ci consegna il disegno dell’uomo nuovo e della Chiesa.

L’ABBOZZO PRIMORDIALE E GLOBALE DEL DISEGNO VOCAZIONALE EF 1,3-14

 

La lettera si apre con un inno di ringraziamento come reazione e consapevolezza di una storia incessante di benefici divini.
La formulazione di Paolo è chiara. Tutto inizia da una confessione di lode: «Colui che fa del bene all’uomo è Dio, il Padre del nostro Signore Gesù Cristo».

v. 3: «Benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, il quale ci ha benedetti con una lista incessante di interventi, culminati nel Cristo e resi accessibili e partecipabili a noi dallo Spirito».
Il versetto inizia in modo solenne e liturgico la narrazione della storia della salvezza, raccontata successivamente nello sviluppo essenziale dei vv. 4-14.
Le opere di Dio culminano con la presenza di Gesù e la sua Pasqua, dalla quale scaturisce il dono per eccellenza: lo Spirito Santo.
Qual è il significato di questo dono? L’azione dello Spirito fa sì che i valori e il dinamismo dell’opera di Gesù prendano consistenza a poco a poco in noi. Lo Spirito Santo, comunicato all’uomo, lo raggiunge interiormente e innesca un dinamismo che tende a portare i contenuti e i tratti di Cristo nella persona e nella comunità. Questi tratti si riassumono nella dimensione che Paolo chiama: «Diventare figli», renderci uguali ai valori e alle scelte del Figlio (v. 5).
Immergersi e lasciarsi muovere dallo Spirito, procedere sotto la sua guida, significa poter vivere la vita ad un livello qualitativo luminoso e divino. Questa esperienza appartiene a chi condivide la fede in Gesù Signore, riconoscendone una relazione unica e privilegiata con Dio. Noi dunque lo ringraziamo per le sue opere, che giungono a noi attraverso lo Spirito e hanno il loro culmine incisivo nella persona di Gesù.
Tracciato il ricchissimo orizzonte dell’umanesimo, Paolo comincia ad elencare (v. 4-14) i singoli interventi divini che trasformano l’uomo, facendo sorgere il canto della riconoscenza.