La comunicazione interiore nel frastuono della società odierna

Conferenza di p. Stefano Albertazzi per il trentennale dell’AIART di San Donà di Piave
San Donà di Piave, 18 marzo 2010
(fonte: www.aiart.org)

1. Premessa
Ringrazio i membri dell’AIART di San Donà di Piave per l’invito che mi avete rivolto, in particolare nella persona di Dori Dus, e tutti voi presenti. Cercherò di essere breve e il più possibile fedele al tema che mi è stato affidato.

Parlare di comunicazione interiore significa innanzitutto presupporre che esiste un uomo interiore e un uomo esteriore. Il dato non è così scontato come sembra. Ognuno di noi, cioè, non è solo quello che vedono gli altri, quello che appare all’esterno: in ogni uomo esiste anche un’interiorità, che c’è, ma che non si vede e non si tocca.

Dovremmo essere tutti d’accordo – spero che voi siate d’accordo con me – nell’affermare che questo uomo interiore è il cuore e il fondamento dell’uomo esteriore. Nei nostri giorni questo rapporto sembra essersi però rovesciato: l’uomo dà l’impressione di essere come bloccato, incollato all’esteriorità e sembra aver perduto la capacità di leggere dentro quello che vede, di saper andare oltre quello che vede. Ciò che conta, ciò che vale è prima di tutto ciò che si vede, ciò che si tocca, che si sperimenta attraverso i sensi. Noi sappiamo bene che non è così: sappiamo bene che ognuno di noi è molto di più di quello che mostra – o che può mostrare – agli altri.

È facile cadere nella illusione che oggi comunichiamo molto tra di noi solo perché ogni giorno ci scambiamo – da una parte all’altra della terra – una quantità incredibile di informazioni. “Ci illudiamo tutti di conoscerci l’un l’altro a menadito”[1], scriveva il grande scrittore irlandese Lewis. È un’illusione: in realtà noi ci ignoriamo. Gran parte di quello che c’è dentro di noi rimane totalmente sconosciuto agli altri e in parte anche a noi stessi.

Oggi sappiamo tutto di tutti e cerchiamo di sapere sempre di più; siamo – direi – affamati di notizie… Ma dobbiamo avere il coraggio di chiederci se questa è vera informazione e vera comunicazione.

Forse è solo una forma di idolatria che ci trasforma in voraci predatori, senza che nemmeno ce ne accorgiamo. Penso che questa comunicazione esteriore non basta e ci lascia presto insoddisfatti. Tutti noi cerchiamo una comunicazione a livello più profondo – interiore appunto – che non sia un semplice scambio di informazioni, ma che sia prima di tutto una formazione, che sia cioè un rapporto che “ci formi”, ci plasmi, con qualcuno che sia davvero capace di mettersi in gioco, disposto a guardarci dentro e a lasciarsi guardare dentro.

2. Un episodio emblematico dell’A. T.
La Bibbia, nell’Antico Testamento, ci ricorda che questo problema della erronea prevalenza attribuita all’esteriorità è da un bel po’ che ce lo portiamo dietro: non è quindi certo un problema solo di oggi. Vorrei ricordarvi a questo proposito un noto episodio narrato nel primo libro di Samuele in cui il profeta Samuele si reca da lesse il Betlemmita: Dio gli ha rivelato infatti che tra i figli di lesse si è scelto un re al posto dell’infedele Saul. Il problema per Samuele è capire di quale figlio si tratta. lesse presenta a Samuele tutti i suoi primi sette figli, lasciando però nascosto il più piccolo, Davide, che ha mandato fuori casa a pascolare il gregge. Ma è proprio Davide l’uomo che Dio ha già scelto; e suo padre non l’ha nemmeno considerato. Quando lesse presenta il suo primo figlio, Eliab, Dio dice subito a Samuele: “[Stai bene attento]: non guardare al suo aspetto né all’imponenza della sua statura. Io l’ho scartato, perché io non guardo ciò che guarda l’uomo. L’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore» (1Sam 16,7). Queste parole sono per noi come uno schiaffo: forse anche per Samuele quel giorno sono state come uno schiaffo. Dobbiamo prenderne atto: tutti cadiamo, chi più chi meno, chi prima chi dopo, in questo inganno. Tutti siamo portati a giudicare gli uomini dalla semplice apparenza, e non dal cuore. E questo per il semplice fatto che non siamo capaci di guardare nel cuore degli altri, perché solo Dio può farlo.

3. Il primato di Dio
Da questa consapevolezza del primato di Dio dobbiamo a mio parere partire per dire qualcosa di veramente significativo sul mondo della comunicazione interiore. Il passo della Sacra Scrittura che vi ho appena citato ci ricorda che se vogliamo in qualche modo attìngere all’interiorità e uscire dalle anguste paludi dell’esteriorità, dobbiamo fare i conti con Dio. Non c’è vero accesso alla nostra interiorità e all’interiorità degli altri senza un preliminare accesso a Dio. È proprio la fede, cioè il nostro rapporto personale con Dio, a farci lentamente scoprire gli abissi del nostro mondo interiore e a renderci così anche capaci di avvicinare in maniera profonda il mistero dell’interiorità degli altri. Il libro dei Salmi in questo senso ci offre nel Sai 138 una splendida pagina che riassume una delle più profonde convinzioni dell’uomo credente, nonostante tutte le fatiche e le sofferenze della vita quotidiana. Vi leggo solo alcuni versetti di questo salmo:

Signore, tu mi scruti e mi conosci, tu sai quando seggo e quando mi alzo.
Penetri da lontano i miei pensieri, mi scruti quando cammino e quando riposo. (…)
Dove andare lontano dal tuo spirito, dove fuggire dalla tua presenza?
Se salgo in cielo, là tu sei, se scendo negli inferi, eccoti. (…)
Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre.
Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio; sono stupende le tue opere,
[ma soprattutto] tu mi conosci fino infondo.

4. Il frastuono della società moderna e il silenzio di Dio
Dopo aver messo a fuoco quello che a mio parere è il punto centrale della mia riflessione sulla comunicazione interiore, devo dire ancora qualcosa sull’altro aspetto che è messo in evidenza nel titolo della mia relazione di stasera, e cioè la società odierna; più precisamente “il frastuono” della società odierna. L’autorevole dizionario Devoto-Oli definisce il frastuono come un “rumore confuso e assordante”. A me colpisce sempre – devo confessarvi che ancora non mi ci sono abituato, dopo tanti anni – come ormai siano rimasti pochissimi i luoghi pubblici in cui non ci sia una radio o una televisione accesa, anche nei piccoli paesi (io vivo attualmente vicino a un piccolo paese). Come se si dovesse sempre coprire la voce del silenzio. Non siamo più abituati al silenzio, o meglio, non siamo più capaci di riconoscere che anche il silenzio ha una sua voce e parla. Noi oggi viviamo quotidianamente immersi dentro un frastuono, un rumore confuso e assordante, in cui anche le stesse parole che ci diciamo perdono sempre più spessore, sono sempre più deboli e vuote, come smarrite, confuse dentro un rumore che ci confonde e che ci assorda. Le nostre stesse parole diventano spesso confuse e assordanti. Non ci si ascolta più: ci parliamo uno sull’altro… La musica di sottofondo nei negozi, nei bar e nei supermercati spesso non è musica, ma semplicemente frastuono, un rumore assordante. D problema è che questo rumore alla stragrande maggioranza delle persone sembra non essere più assordante, altrimenti qualcuno farebbe qualcosa per spegnerlo. Il dramma dell’uomo di oggi è il silenzio ad essere divenuto assordante.

Divo Barsotti, il fondatore della comunità di cui faccio parte da diversi anni e di cui fa parte anche Dori Dus qui presente, ha scritto nel suo diario del 1985:

“L’unica presenza vera è, in questo mondo, il silenzio di Dio – ma l’uomo non sa sopportarlo”[2].

Anche questo è per noi come uno schiaffo. Barsotti ci vuole qui ricordare che quella che solitamente noi chiamiamo “presenza”, in realtà è un’assenza. Noi diciamo di essere presenti l’uno all’altro, ma in realtà siamo assenti, distanti, estranei (è quell’illusione di conoscerci di cui parlavo prima, citando Lewis). La vera, unica presenza è quella di Dio, ma è una presenza che in questo mondo si rivela e si esprime nel silenzio. L’uomo non sa sopportare – dice Barsotti – questa presenza silenziosa: e allora la fugge o cerca di coprirla. Con la sua voce o con il frastuono[3].

5. Alla ricerca della casa perduta
Divo Barsotti – che vi ho appena citato – è stato a mio parere uno dei grandi uomini del secolo scorso che ha messo in luce più chiaramente il dramma dell’ alienazione dell’uomo di oggi. Vorrei ora fermarmi qualche minuto con voi sui suoi diari, sui quali ho lavorato in questi ultimi anni pubblicando l’anno scorso questo libro (Sull’orlo di un duplice abisso). Nei diari di Barsotti emerge spesso un’esperienza dolorosa: l’esperienza dell’ esilio, l’esperienza della lontananza dalla propria casa, la sofferenza di trovarsi a vivere in una condizione di estraneità interiore, pur essendo circondato da persone che – lo riconosceva lui stesso – gli volevano bene. Chi lo sentiva predicare o leggeva i suoi libri poteva avere l’impressione (esteriore) di un grande comunicatore, ma chi viveva accanto a lui – come il sottoscritto – e chi leggeva i suoi diari aveva davanti a sé un’immagine radicalmente diversa: quella di un uomo perennemente in conflitto con se stesso e spesso ermeticamente chiuso, come imprigionato, murato dentro di sé. Barsotti vedeva infatti il cuore dell’uomo circondato da un muro. Scrive nel diario del 1988, evidentemente non parlando solo di sé: “Siamo come murati in noi stessi. Ogni pretesa di uscire di noi stessi è illusione, è inganno”[4].

Per Barsotti l’unico luogo in cui l’uomo può sentirsi veramente a casa è Dio: Dio solo è la patria dell’uomo e l’uomo si sentirà sempre un esule finché non sarà rapito nella visione di Dio[5]. Questa sua percezione di vivere lontano da casa emerge con chiarezza in una significativa poesia riportata nel diario del 1974, di cui vi cito alcuni versi:

Vi è un cammino che porta alla casa?
Ovunque mi sento straniero.
Sto in attesa che qualcuno mi chiami
per sapere il mio nome (…)
E nessuno mi chiama[6].

Barsotti è un uomo alla continua ricerca della sua casa, una casa da cui vive lontano da tanto tempo e che non sa più ritrovare: questa casa è la dimora di Dio dalla quale Dio stesso continuamente lo chiama, ma egli soltanto per brevissimi istanti e non senza fatica riesce a udirne la voce. Solo ritrovando la via che conduce alla casa, egli potrà ritrovare anche se stesso, gli uomini e il mondo: la sua instancabile ricerca di una relazione viva con Dio – che è il senso della vita del monaco – non è quindi un modo per chiudersi o per sfuggire alla propria incapacità di comunicare con gli altri, bensì l’unica strada per poter giungere alla conoscenza di sé e al fondamento di ogni rapporto, dove gli altri uomini perdono finalmente la loro estraneità[7]. Solo Dio dunque per Barsotti può liberarci dalla nostra reciproca estraneità: senza un contatto con Dio l’esperienza dell’uomo diventa una sorta di anticipazione dell’inferno, come egli scrive nel diario del 1981: “Nessuno di fatto può vivere veramente in me, né io posso vivere in alcuno. Senza Dio l’essere umano è in esilio, e l’esilio è l’inferno”[8].

Barsotti ha avuto certamente, come tutti, le sue case e i suoi luoghi di appartenenza, in primo luogo la sua famiglia di origine e in un secondo momento la Comunità dei figli di Dio, in particolare Casa San Sergio a Settignano dove ha vissuto ininterrottamente – fino alla morte – per più di cinquant’anni. È proprio in questi luoghi che egli ha sperimentato maggiormente la sua estraneità, come scrive nel diario del 1975: “Quanto più esteriormente gli uomini ci sono vicini, tanto più a volte ci sentiamo lontani ed estranei”[9]. Nel diario del 1966 afferma che gli uomini gli rimangono “molto più sconosciuti di Dio”, irraggiungibili[10].

Barsotti riconosce di abitare in una casa in cui è amato e rispettato, ma questo non lo preserva dal sentirsi un estraneo: “Vivo in una casa dove mi si vuol bene, dove io sono il superiore, eppure mi sento come un estraneo, come fuori di casa mia. Dov’è la mia casa?”[11]. Ancora ritorna la domanda: “Dov’è la mia casa?”. La casa di Settignano sembra talvolta a Barsotti come un deserto in cui non solo si sente ignorato da chi gli è vicino, ma nel quale anche Dio non gli offre alcun segno della sua presenza: “Ognuno si nutre di me per il proprio egoismo, ma ognuno mi ignora. Dio solo può costruire qualcosa, ma Dio è assente, è morto. La carità è sconosciuta”[12]. Colpisce leggere nel diario di un uomo di grande fede come Barsotti che Dio è morto.

6. Dov’è Dio?

Quest’ultimo brano di diario spalanca davanti a noi una finestra su quella che per me è la questione nevralgica nell’ambito della comunicazione interiore: non tanto l’estraneità nei confronti degli altri e di questa realtà, ma l’estraneità nei confronti di Dio. Il nostro dramma è che proprio quel Dio che dovrebbe in qualche modo aprirci una strada per uscire dal guscio del nostro isolamento e della nostra incapacità di comunicare, a volte sembra completamente assente. Estraneo: come morto. “Dio è morto”, scriveva Barsotti nel diario del 1973: tutti prima o dopo, in un modo o nell’altro, facciamo questa esperienza dell’assenza di Dio. Vorrei leggervi a questo proposito una pagina a mio parere emblematica, l’inizio di Diario di un dolore del già citato Lewis, scritto poco dopo la tragica morte di sua moglie Joy:

“E intanto dov’è Dio? (…) Quando sei felice, così felice che non avverti il bisogno di Lui, così felice che sei tentato di sentire le Sue richieste come un’interruzione, se ti riprendi e ti volgi a Lui per ringraziarlo e lodarlo, vieni accolto (questo almeno è ciò che si prova) a braccia aperte. Ma vai da Lui quando il tuo bisogno è disperato, quando ogni altro aiuto è vano, e che cosa trovi? Una porta sbattuta in faccia, e il rumore di un doppio chiavistello all’interno. Poi, il silenzio. Tanto vale andarsene. Più aspetti, più il silenzio ingigantisce. Non ci sono luci alle finestre. Potrebbe essere una casa vuota. E mai stata abitata? Un tempo, lo sembrava. Ed era un’impressione altrettanto forte di quella di adesso. Che cosa significa? Perché il Suo imperio è così presente nella prosperità, e il Suo soccorso così totalmente assente nella tribolazione? (…)

Non che io sia in pericolo (mi sembra) di smettere di credere in Dio. Il vero pericolo è di arrivare a credere di Lui queste cose orribili. La conclusione che pavento non è: “Dio, dunque, non esiste”, ma: “È questa, dunque, al di là di ogni illusione, la vera realtà di Dio”[13].

Non è ateismo. Lewis, l’avrete notato, continua ad aver fede, continua ad ammettere l’esistenza di Dio nel suo dolore, ma non lo riconosce più, non è più capace di comprendere il suo agire silenzioso, di ascoltare il suo silenzio. Qui tocchiamo il punto più delicato della nostra esperienza interiore: la sfida ad entrare in un territorio oscuro, una sfida che dobbiamo avere il coraggio di affrontare se vogliamo davvero essere uomini.

7. La preghiera come unica via d’uscita
Anche Barsotti ha affrontato da credente il dramma dell’assenza di Dio e della sua incapacità di comunicare con gli altri e l’ha sempre affrontato e superato con la forza della fede e della preghiera. Vorrei allora concludere citandovi ancora tre brevi brani illuminanti dei suoi diari in cui egli confessa la sua radicale incapacità di essere se stesso di fronte agli altri e che ci riportano a quanto vi dicevo all’inizio. Sono pagine in cui Barsotti si esamina lucidamente. Nel diario del 1980 constata come – nonostante tanti discorsi e tanti libri – gli sembra che Dio sia sempre più lontano dalla sua vita:

“Mi sembra ogni giorno più di essere falso, di apparire quello che non sono; e mi sento importante e do ad intendere di essere importante”[14].

Sulla stessa lunghezza d’onda, nel diario dell’anno seguente scrive:

Ma io chi sono? In che misura il personaggio sostituisce per gli uomini, l’uomo! Anch’io sento di essere un personaggio per coloro che credono di conoscermi e ho timore di recitare ima parte che gli altri mi hanno dato senza conoscermi[15].

In queste affermazioni traspare lo scarto terribile che Barsotti sperimenta tra la sua realtà interiore e l’apparenza esteriore della sua vita, tra la verità del proprio cuore e l’opinione di chi crede di conoscerlo ma in realtà lo ignora. Egli riconosce di vivere una sorta di sdoppiamento interiore in cui è come se avesse perduto il suo vero “io” e in cui si trova costretto a vestire i panni di un falso “io” che egli stesso si è fabbricato, come leggiamo nel diario del 1980 (ed è la frase che a mio parere sintetizza tutto questo mio intervento): Mi fabbrico un ‘io’ fittizio e lo rivesto e pretendo di riconoscermi in quello. Il mio io è più lontano e segreto, mi è sconosciuto. Come se mi fossi perduto. E mi sembra di recitare solo una parte. Non vi è altra salvezza che Dio. Dio che mi conosce abbia pietà di me[16].

Vorrei concludere questa mia relazione e congedarmi da voi fermandomi su queste parole di Barsotti che si riallacciano a quello che vi dicevo all’inizio. Sono forse l’approdo del suo lungo travaglio interiore: egli innanzitutto mette sul tavolo la consapevolezza della sua incapacità di riuscire ad essere stesso, ad “abitare con se stesso” (come scrive San Gregorio Magno nei suoi Dialoghi a proposito di san Benedetto). È l’esperienza di trovarsi fuori di sé, alienati appunto, in balìa delle opinioni altrui. Come se ci fossimo perduti, come se non riuscissimo più a trovare la strada che ci porta a casa. Questa acuta consapevolezza si trasforma però in preghiera, in un’invocazione accorata che lo apre a Dio: “Non vi è altra salvezza che Dio. Dio che mi conosce, abbia misericordia di me”.

È una preghiera che dovremmo anche noi fare nostra ogni giorno, aprendoci veramente a Dio, l’unico che veramente ci conosce fino in fondo (cf. Sai 139) e che ci può donare la capacità di comunicare interiormente e di conoscere il nostro cuore e il cuore dei nostri fratelli:

“Dio che mi conosci, abbi misericordia di me”.

Grazie



[1] C.S. Lewis, Diario di un dolore, 76.

[2] D. Barsotti., Luce e silenzio, 177 (6.10.1985).

[3] Vale la pena ricordare a questo proposito una lettera del 1964 di Barsotti in cui scrive: Dobbiamo imparare ad affondare nel silenzio, perché poi il grande silenzio non sia per noi la morte, ma la vita”.

[4] Id., Fissi gli occhi nel sole, 47 (19.4.1988). Leggiamo nel diario del 1985: “Senza Dio l’uomo è murato in se stesso”. ID, Luce e silenzio, 81 (20.6.1985).

[5] Cf. Ibidem, 139 (23.7.1984); la, La presenza donata, 156 (17.10.1980). Leggiamo nel diario del 19%: “La tua patria è il cuore di Dio. In ogni altro luogo tu sei uno straniero. Gli uomini sono lontani, sconosciuti. L’Unico che puoi raggiungere è Dio (…). Solo in Lui tu sei”. la, Alla sera della vita, 10 (19.4.19%).

[6] ID, L’attesa, 221-222 (13.8.1974).

[7] Cf. la, Ebbi a cuore l’eterno, 223 (1.2.1965).

[8] ID., In Cristo, 21 (3.3.1981); cf. Ibidem, 56 (6.5.1981).

[9] Ibidem, 384 (22.7.1975).

[10] Cf. Id., L’acqua e la pietra, 119 (29.3.1966).

[11] ID, L’attesa, 35 (17.7.1973).

[12] Ibidem, 58 (14.8.1973). Nelle ultime pagine di diario pubblicato scrive: “mi sembra che qui Dio sia uno straniero”. la, Alla sera della vita, 105 (16.5.1997).

[13] C.S. Lewis, Diario di un dolore, Adelphi 2009,12-13.

[14] D. Barsotti, La Presenza donata, 136 (31.8.1980).

[15] Id., In Cristo, 123 (28.9.1981).

[16] Id., La Presenza donata, 145-146 (25.9.1980)