La comunicazione nell’era dei Ciberspazi

ciberspaziIl trentennale della Fondazione dell’AIART sandonatese (18 marzo 2010) è stato festeggiato con il convegno “La comunicazione nell’era dei Ciberspazi”. L’intento era quello di promuovere un pensiero “alto”.

Com’è la comunicazione nell’attuale società sovraccaricata dall’immagine multimediale?
È ancora possibile percepire la voce interiore che “santamente pervicace” insiste in ogni uomo?

Due relazioni, del prof. Massimiliano Padula, e del monaco padre Stefano Albertazzi, hanno guidato la riflessione.
C’è molto da fare e molto da riflettere. (fonte: www.aiart.org)

San Donà di Piave, 18.03.2010
Panorama antropologico e geografie umane dei ciberspazi. Le sfide culturali sottese
di Massimiliano Padula[1]

La presente relazione non può non fare riferimento ai molteplici spunti che già dal titolo emergono. Se il “panorama” è la veduta ampia di un tratto di territorio, specialmente quella che si offre da un luogo elevato, la geografia è la scienza che studia il territorio, i paesaggi della Terra, le loro caratteristiche ed il loro rapporto con le attività dell’uomo.

Ma se a questi concetti tradizionali si affiancano aggettivi come “antropologico” e “umano”, il quadro concettuale della questione muta profondamente.

Un territorio, infatti, non è soltanto un luogo fisico ma soprattutto uno spazio di elezione identitaria, poiché costituito «da una moltitudine di elementi che non si limitano ovviamente a quelli che figurano» (Maalouf, 2007: 18) sulle cartine geografiche.

L’identità di ogni territorio così come quella di ogni individuo fa sì che esso non sia identico a nessun altro. Per gli individui, in particolare, i classici paradigmi dell’identità comprendono «l’appartenenza a una tradizione religiosa; a una nazionalità, talvolta a due; ad un gruppo etnico o linguistico; ad una famiglia più o meno allargata; ad una professione; a un’istituzione; ad un certo ambiente sociale.. Ma la lista è assai più lunga […]: si può sentire un’appartenenza più o meno forte ad una provincia, a un villaggio, a un quartiere, a un clan, a una squadra […], a una banda di amici, a un sindacato, a un’impresa, a una comunità di persone che hanno le stesse passioni, le stesse preferenze sessuali, gli stessi handicap fisici, o che sono messe di fronte agli stessi rischi (Maalouf, 2007: 18).

Ma cosa succede se tutte queste appartenenze si estendono impiantandosi in televisione, in radio, in Internet e sui media digitali? La questione appare a prima vista complessa se non si abbatte una prima barriera concettuale: i media ci riguardano perché nell’esperienza di vita quotidiana, sono presenze oggettive, che coinvolgono ciascun individuo nell’acuta percezione di esserne parte integrante e non soltanto utilizzatore. Accanto alla dimensione esperienziale (di mero utilizzo tecnico) emergono, così, altre componenti dei media: quella sociale che accompagna ogni essere umano nella riconfigurazione dei suoi modelli di comportamento, nei suoi schemi relazionali, nel suo diverso approccio alla conoscenza, ed un’altra che potremmo definire biologica, sperimentata a livello delle modificazioni dell’organismo e della percezione del reale.

Parlare di media attraverso questo duplice sfondo è insieme necessario e arduo. La difficoltà di cogliere un discorso tout court sui media ha diverse ragioni.

La prima delle quali, è che essi non sono anzitutto oggetti o elementi esterni all’uomo, essendo parte della sua stessa esperienza: in un certo senso i media sono la vita stessa, pertanto non sono slegabili e separabili da essa.

L’individuo vive inesorabilmente dentro i media, così come i media vivono in lui: non è pensabile arrestarne o sospenderne l’espansione, diminuirne la distanza. I contenuti, i codici ed i linguaggi da essi prodotti, sono un «torrente al di là della nostra portata eppure in certo senso (crediamo), sotto il nostro controllo: questa esperienza è il cuore di uno stile di vita» (Gitlin, 2003: 12).

C’è poi la difficoltà che deriva dalla polisemia, dalla pluralità di usi e contenuti assegnati e prodotti dai media. Implicitamente, si è già fatto cenno a un’importante espressione di questa pluralità di cui ci si occuperà a più riprese: quella che riguarda la distinzione tra aspetti sociali – relazioni, socialità, ubiquità virtuale – ed effetti biologici che investono sensi e cervello, modificandone percezioni e comprensioni del reale.

Quest’ultimo processo che si riferisce, in particolare, ai media digitali, rappresenta uno dei filoni più recenti e proficui della storia del pensiero comunicativo poiché traccia i contorni di una disciplina, la biomediologia, che getta le basi per un cambio di prospettiva assoluto. Per la prima volta, infatti, la neuroscienza, una disciplina di matrice chimico-fisica, si accosta al discorso sui media, evidenziando come la tecnologia digitale modifica i circuiti neurali nel cervello umano ed innesca, nelle nuove generazioni, un processo evolutivo del tutto nuovo (e per molti versi ancora sconosciuto).

Scrivono Gary Small e Gigi Vorgan:

Oggi il ritmo vertiginoso dell’innovazione tecnologica, non rappresenta soltanto una sfida per chi, come noi, è nato, prima che ogni scrivania fosse occupata da un computer, ma realmente sta alterando i collegamenti neurali del cervello delle giovani generazioni, modificando e trasformando i tradizionali divari generazionali in qualcosa di nuovo: una voragine che io chiamo brain gap (Small-Vorgan, 2008: 24).

Il divario, a cui il neuroscienziato americano Small e sua moglie Vorgan fanno riferimento, è relativo ad una nuova configurazione di società, che «appare divisa in due gruppi culturali: i digital natives, che sono nati nel mondo della tecnologia digitale e i digital immigrants, che sono stati proiettati, in questo scenario, da adulti» (Small-Vorgan: 24).

La generazione digitale

Millennials, Generazione Y, Google generation sono modi altri per indicare i così detti Digital Natives, espressione coniata da Mark Prensky nel 2001. Prensky, studioso ed educatore americano contrapponeva questa categoria ai digital immigrants. Se i primi rappresentano un agglomerato sociale, esposto fin dall’infanzia, ad una cultura visiva ed iconica (televisione, computer, videogiochi) che acutizza la sensibilità e tutti quanti i processi cognitivi che partono dall’immagine, i migranti «imparano ad adattarsi all’ambiente in cui vivono; essi mantengono sempre, in qualche misura, il loro “accento” (linguaggio), ossia conservano parte della loro identità originaria. […] Oggi i non giovanissimi sono protagonisti di un processo di socializzazione differente da quello che sta investendo i loro figli; stanno imparando una nuova lingua. E un linguaggio appreso più tardi nella vita – ce lo dice la scienza – investe una parte differente del cervello (Prensky, 2000: 2).

Ma proviamo a soffermarci ancora qualche minuto sui nativi digitali attraverso un excursus storico che prova ad inquadrare il macrocosmo giovanile alla luce del suo stretto legame con i media.

Gli anni ’70 e gli anni ’80: il ragazzo della radio ed il ragazzo della TV

Gli anni Settanta sono stati un periodo storico, e un contesto socio-culturale, inscindibile dalla nascita delle nuove forme di comunicazione giovanili legate al movimento di contestazione iniziato nel ’68.

Queste nuove forme di comunicazione si esprimevano innanzitutto tramite la radio. Migliaia di emittenti locali si diffusero in tutta la penisola. Alla necessità impellente di molti giovani di esprimere liberamente i propri gusti musicali condividendoli con i radioascoltatori, si aggiunse in diversi casi, la volontà di usare il mezzo radiofonico come grancassa delle idee rivoluzionarie che accomunavano il mondo studentesco e operaio, e talvolta come laboratorio di linguaggi libertari, creativi, catartici.

Tra le righe di queste sperimentazioni mediatiche possiamo leggervi la grande novità che per primi vissero i giovani di allora: a partire dal decennio precedente, si assistette alla massificazione e alla popolarizzazione degli strumenti di produzione tecnico-comunicativa. Per la prima volta, grazie ad invenzioni quali il ciclostilo, la fotocopiatrice, la radio fm, e il videotape, gli strumenti tecnologici di comunicazione di massa poterono uscire dalle competenze ristrette di una casta di tecnici e diffondersi tra la massa dei giovani. Questa “rivoluzione comunicativa” continuerà con il decennio successivo che avrà come protagonista indiscussa la televisione, non soltanto in relazione alla sua definitiva affermazione come il medium di massa, ma anche nella creazione di modi, atteggiamenti, subculture le cui memorie riecheggiano continuamente ancora adesso.

Se il ragazzo della radio, mediante il medium, collettivizzava le proprie idee attraverso l’emblema di un impegno (erano gli anni delle radio libere anche cattoliche), con la televisione è il disimpegno a primeggiare, l’evasione allo stato puro. Si passa dall’hippy allo yuppy, dal ragazzo col loden e le Clarks al paninaro con le Timberland. In entrambi i casi, però c’era una forza dirompente di approfondimento, di scelta, di scontro e confronto.

Il medium era qualcosa di prossimo ma disgiunto profondamente dall’individuo, non soltanto in senso fisico. Era un tempo dell’esistenza, era consumo occasionale di qualcosa che forniva «una sorta di realtà “mentale” fuori dal corpo e dalla mente». Mentre si guardava «la televisione, le immagini dello schermo sostituivano le proprie». Si entrava «a far parte dell’immaginario collettivo e del pensiero anche esso collettivo che mette questo immaginario a disposizione. […]» Il nostro compito consisteva «nell’interpretare la sequenza di immagini e di suoni come facciamo nella vita quotidiana» (De Kerckhove, 1996: 207).

Questo distacco dal medium rimase ancora evidente con l’avvento dei primi personal computer all’inizio degli anni ottanta (nel 1981 l’IBM lancia il primo pc con processore di grande velocità, monitor, tastiera separata, stampante e slot per floppy disk) per poi annullarsi totalmente con l’avvento dei media digitali, in primis della telefonia cellulare.

Gli anni ’90: il ragazzo del telefonino

è con gli anni Novanta che inizia a delinearsi un’architettura dettagliata dei modelli relazionali presenti nello scenario socio-culturale modellato dai media digitali.

Sono gli anni della diffusione della telefonia cellulare che diventa tra il «1993 e il 2000, un oggetto ed una pratica di massa. Presuppone, anzitutto, una presa di coscienza.[…] L’oggetto si fonde con il nostro corpo, di cui è quasi una protesi, al cui orecchio sta attaccato dividendo con altri pochi oggetti riservati (il portafoglio, l’agenda, il pettine, il trucco) l’intimità della nostra tasca. L’uso del cellulare ha prodotto in quindici anni un fitto insieme di codici e sottocodici, alcuni condivisi, altri propri di specifiche tribù. Poche pratiche sociali hanno dimostrato una capacità così camaleontica di stare in equilibrio tra pubblico e privato, fra la presenza in folle di persone e l’intimità di relazione che riguardano solo noi. […] Con il cellulare riusciamo a ritagliare uno spazio per noi, persino nei luoghi più affollati, senza rinunciare ad alcune necessarie partecipazioni alla socialità (sorvegliare il semaforo per evitare di passare col rosso) (Menduni, 2009: 121).

Il ragazzo del telefonino è, quindi, Always on (sempre acceso), comunica in tempo reale e ha il dono dell’ubiquità. Ma ancora non è un nativo digitale perché digitale non è ancora il suo ambiente.

L’ambiente mediale

Il progresso tecnologico e il grosso impatto dei media hanno dal 2001 in poi, (il 2001 è l’anno della attacco alle Twin Towers, da considerarsi l’ultimo grande evento del ‘900 perché ancora non fagocitato e ripreso dagli utenti ma solo attraverso immagini istituzionali) mutato l’ambiente, le varie società e i vari agglomerati sociali inserendoli sempre in rapporto con un insieme sociale più vasto. Questo nuovo contesto societario che può essere definito spazio dei media è, per sua natura, polisemico e quindi appare di difficile comprensione.

Peppino Ortoleva attribuisce a questa espressione «geografica» tre significati.

-in primo luogo, ci si può riferire alle strategie di circolazione dell’informazione, che condizionano la velocità di comunicazione all’interno di ogni paese e contribuiscono a definire le reali «distanze che separano tra loro le differenti località»;

-in secondo luogo, ci si può riferire alla distribuzione spaziale della produzione, che permette di individuare «centri» e «periferie» della comunicazione;

-in terzo luogo, ci si può riferire all’attenzione con cui i media guardano alle diverse aree di un paese o del mondo, definendo con ciò stesso, o meglio contribuendo a definire, la «geografia mentale» dei loro fruitori (Ortoleva, 2002: 213.).

I tre livelli non sono facilmente scindibili: «lo spazio dei media deve essere inteso insieme come spazio simbolico e come sedimentazione di scelte concrete, di tipo tecnologico, di tipo culturale e di tipo economico-amministrativo, che hanno forgiato, o aiutano a forgiare, relazioni di prossimità e distanza tra diverse località» (Ortoleva, 2002: ).

Questa architettura di relazioni prossime o distanti tra loro traccia i confini di una società situata e strutturata dalla comunicazione, soprattutto nella sua versione massmediale.

I mezzi di comunicazione acquisiscono uno status strutturante nella società contemporanea perché divengono strumenti essenziali per la realizzazione del capitale nella sua fase più avanzata, per conoscere il quotidiano dell’attualità e per tessere in rete il mondo contemporaneo e costruire così un tipo particolare di socialità, composta di spazi geografici ed elettronici, da convivenza e televivenza, da globalità e località e infine, dalla realtà contigua e dalla telerealtà.

Le situazioni rappresentate dai media pur facendo parte del mondo reale si collocano in una realtà «altra», travestita di reale, speculare, mimetica e avvolgente quella vera. La loro onnipresenza quasi tentacolare e la loro manifesta esposizione attraverso la permanente produzione e mediazione di significati, caratterizza la singolare ambientazione della società contemporanea.

Diventa imprescindibile, dunque, costruire parametri che cerchino di spiegare cosa sia la comunicazione come ambiente, come tessitura onnipresente che accoglie e coinvolge l’individuo e lo stare nel mondo attuale, come una quasi seconda “natura”, che intreccia i fili della società contemporanea.

Per tracciare i lineamenti di questo mosaico mediale disegnato dai mezzi di comunicazione si possono elencare, senza ordine gerarchico, alcuni requisiti che servono da parametri osservativi e indicano la sintonia di una tale definizione nei confronti di una società. Queste variabili devono essere intese quando la socialità, intesa come la tendenza degli individui a vivere in gruppi e a esprimere reciproche relazioni, si costruisce anche attraverso l’uso dei media.

In primo luogo l’esplosione esponenziale degli strumenti di comunicazione che dal telegrafo fino al web costruiscono reti, scambi, occasioni di interazione tra individui.

In seconda istanza, i mutamenti spaziali e temporali che tali media producono, trasformazioni che creano nuove dimensioni di vita planetaria in tempo reale.

In terzo luogo, i riflessi sociali della comunicazione mass mediale sulla produzione di significati e di sensibilità sociale e individuale. In questa dimensione rientra l’onnipresenza dei media in qualsivoglia settore specialistico della vita, da quelli individuali (amicizia, famiglia) a quelli collettivi (lavoro, tempo libero, politica).

In ultima analisi il crescente consumo e l’aumento imponente delle spese indirizzate agli strumenti di comunicazione, che classificano i media, non solo come strumenti e costruttori di relazioni ma anche come creatori e appagatori di bisogni.

Siccome tutte queste variabili – e certamente altre che si possano elaborare – operano in una dinamica sicuramente disuguale e derivano da fattori combinati fra loro, esse devono fornire una precisa e rigorosa delimitazione dei confini di un nuovo contesto societario, quello cioè di una società strutturata e collocata nei media.

Inoltre, l’elenco di tutte queste sfaccettature, alterate dai media, deve poter confermare e permettere di misurare e di stabilire il livello di questo ambito che abbonda in comunicazione, che tesse e coinvolge l’essere nel mondo, nello spazio/tempo presente e deve anche segnalare le possibilità che questa trama ha di infittirsi profondamente in un futuro prossimo.

L’incidenza della comunicazione, non solo, struttura e colloca la nostra particolare società contemporanea: essa modifica profondamente la configurazione della socialità attuale, poiché viene composta e attraversata dai segni e dalle dinamiche agevolate dai media, come lo spazio elettronico, la virtualità e la globalizzazione.

Scrivo Boffo:

[Viviamo in un] flusso copioso e incessante di immagini e suoni erogati dai media, i quali come bocche di fuoco pervadono con un’aura soffice la nostra giornata, diventando stimolatori di sensazioni, suggeritori di chance e fantasie, fornitori di desideri, agenti propulsori di una cultura non certo più trasparente quanto più caotica. Tale è la loro pervasività che questo depotenzia il pensare autonomo delle persone, così come entra in combustione con le centrali di pensiero e i sistemi ideologici organizzati, corrodendoli dall’interno. La percezione che il cittadino ha è quella di una fluidità generale, di una polverizzazione degli stati d’animo, di un’incertezza e un’ambiguità di fondo, dove nulla è univoco, unidirezionale, impegnativo (Boffo, 2008).

È una metafora inedita, quella delle bocche di fuoco. Per la prima volta i media abbandonano le tante etichette idriche che hanno contraddistinto la storia della massmediologia per assumere una connotazione calda. Un caldo che non scotta ma che infonde calore, intiepidisce le coscienze, rasserena i cuori e, in alcuni casi, intorpidisce il pensiero e lo plasma. L’ambiente dei media è, pertanto un ambiente “riscaldato”, quindi non ostile o angusto. Esso non necessita di coperte protettive, di stufe scaldanti. Non ha bisogno di un tetto sotto il quale ripararsi. È un suolo favorevole a mettere radici, a costruire relazioni, in una sola espressione, ad essere abitato.

Transigente nel senso che vive la fase dell’accoglienza, del passaggio. Nuova individualità, infatti, sono destinate ad abitarlo.

I nativi digitali

Essi sono caratterizzati da abitudini, attitudini e risorse diverse e, probabilmente, (citeremo in conclusione tre studi a questo riguardo) un cervello un po’ diverso.

Questa considerazione manifesta una prima caratteristica della contemporaneità abitata dai nativi digitali. Essi sono anzitutto iperconnessi.

Proviamo a descrivere una situazione comune alla vita di molti adolescenti: dopo la scuola tornano a casa, accendono il laptop e, appena avviato il sistema operativo, in home page le prime pagine che si aprono in automatico sono le finestre di Messanger o di Skype. I nativi digitali nativi prima di tutto devono sapere chi è «on». Ancora, se provassimo a domandarci, se è vero che Obama ha vinto  le elezioni grazie ad Internet, probabilmente risponderemmo di si ma molti di noi non sarebbero capaci di spiegare bene esattamente come e perché questo è successo. Per i nativi non vi è spiegazione ma percepiscono questa situazione come un’evidenza senza alcun bisogno di darsi spiegazione. Per loro avere un blog o un profilo Facebook è normale mentre per noi non lo è.

Un’altra caratteristica sociale dei nativi è quella che Derrick De Kerckhove definisce ipertinenza: «chi fa uso di Flickr, ad esempio, può costruire il proprio album fotografico e metterlo sul proprio sito web, disponibile per chiunque. In questo modo si creano le possibilità di combinazione e ricombinazione di immagini: associazioni fra immagini simili, taggate in maniera coerente, fra le quali costruire percorsi pertinenti ai propri interessi. Siamo arrivati all’era dell’ipertinenza (Cfr. De Kerckhove in Padula: 2009).

Siamo di fronte ad una generazione User-Generated Content (letteralmente contenuto creato dagli utenti) che, secondo la definizione di Wikipedia, che del contributo degli internauti vive e si nutre, comprende tra i suoi elementi principali video digitali, fotografie, blogging e podcasting in contrapposizione con quelli creati dalle società specializzate, Un esempio è il così detto grassroot journalism (il giornalismo dei non professionisti), altro aspetto dell’Ugc a cui si stanno adeguando molti media, prima fra tutti la Bbc che ha creato un ufficio apposito per ricevere e organizzare il materiale inviato dagli internauti, sempre più scaltri nel realizzare inchieste giornalistiche.

I nativi digitali hanno tutti gli strumenti per costruire un loro palinsesto dell’esistenza fatto di relazioni, svago, consumi, studio e conoscenza tout court. Mentre noi migranti, guardiamo la televisione loro guardano YouTube. Mentre noi leggiamo libri e giornali, loro sono sempre sullo schermo. Mentre noi dubitiamo di Wikipedia, loro dubitano della Treccani.

Un altro aspetto quanto mai significativo è che l’ambiente mediale in cui i nativi nascono è wireless: essi, infatti, non hanno più bisogno di una connessione fisica per essere in connessione tra loro.

Anche le relazioni mutano profondamente: per noi un amico è colui al quale posso stringere la mano, per loro un amico potrebbe essere una persona mai incontrata.

Un ultimo criterio di definizione è rappresentato dall’invisibilità. I media digitali, infatti, stanno avvolgendo come un involucro incorporeo la contemporaneità. Todd Gitlin durante il tour promozionale del suo libro Sommersi dai media, si vide contestarne i contenuti da parte di uno studente che accusò il testo di dire qualcosa di noto e per nulla innovativo: “e allora? Ci dica qualcosa che non sappiamo già?” – chiese lo studente a Gitlin. «La reazione, condivisa da critici e lettori, è esattamente ciò che per Gitlin fa problema: l’habitat saturato dai media in cui viviamo è diventato così “naturale” e dato per ovvio, così paradossalmente impercettibile nella sua magnitudine che ogni tentativo di metterlo consapevolmente a tema, e in questione, è destinato a scontrarsi con l’indifferenza: “e allora?”[…]

In conclusione i nativi tendono ad essere nativi tendono ad essere piuttosto self-assured (auto-sufficienti), disponibili, socialmente e ambientalmente coscienti, transculturali e globali, aggreganti (gregarious) anche se virtualmente. Essi, inoltre, non hanno un’idea precisa del loro futuro e allora si concentrano piuttosto sul loro presente.

L’home page di Facebook è una rappresentazione perfetta della tendenza dei nativi digitali alla presentificazione. Scrivere un post significa, dopo pochi minuti, vederlo discendere. Esso si abbasserà più velocemente in base al numero di amici e ai loro post condivisi per poi scomparire definitivamente dalla pagina. Questo può avvenire anche nell’arco di pochi minuti durante i quali un pezzo del mio passato è già scomparso.

I media dei neuroscienziati

Potrebbe capitare che nostro figlio stia caricando l’iPod e nello stesso momento mandando un sms su suo laptop, chiacchierando con il telefonino e studiando la lezione di scienza. Durante questa fruizione crossmediale, il suo cervello si promuove ad un livello superiore producendo neurotrasmittenti, sviluppando dendriti e sistemando nuove sinaptiche.

Questa raffigurazione richiama la disciplina della neuroscienza.

Cosa siano i media per i neuroscienziati, cosa essi rappresentino per una prospettiva lontana anni luce dagli ingranaggi teorici delle scienze umane (sociologia tra tutte) risulta impresa ardua. È, infatti, complesso, inserirsi negli interstizi di una disciplina – la neuroscienza – che, malgrado sia contraddistinta da una matrice chimico-fisico, “contiene” comunque caratteri ibridi, spesso legati a ricerche e studi che avvengono su ambiti dai quali poi viene epistemologicamente distinto un nuovo campo del sapere. È il caso di alcuni recenti studi che hanno per protagonisti i nativi digitali ed il loro rapporto con il mondo. 

Maryanne Wolf, neuroscienziata cognitivista americana nel suo studio Proust e il Calamaro. Storia e scienza del cervello che legge (Vita&Pensiero: 2009), focalizza l’attenzione sui processi di apprendimento legati alla lettura. «Non siamo nati per leggere», afferma nell’incipit del suo testo:

è passato solo qualche migliaio di anni dall’invenzione della lettura. L’invenzione ha portato con sé una parziale riorganizzazione del nostro cervello, che a sua volta ha allargato i confini del nostro modo di pensare mutando l’evoluzione intellettuale della nostra specie (Wolf, Vita&Pensiero: 9).

La Wolf chiarisce che non esiste un’area del cervello deputata alla lettura. Sono, invece, più parti del cervello umano, via via coinvolte, e questo perché la specie umana ha imparato a leggere usando con elasticità e creatività biologico-evolutiva le capacità che aveva a disposizione. Ne consegue, ad esempio, che i cervelli di chi legge l’alfabeto occidentale, quello giapponese o quello cinese, funzionano in modo differente.

Approcciarsi al testo scritto, leggere cioè un libro non è, quindi, un input naturale, non è un gesto istintivo. Un libro è un medium, è come tutti gli apparati tecnologici risulta connesso intimamente all’uomo. Ma, ─ sottolinea la Wolf ─ la fine dell’epoca dell’oralità e l’affacciarsi dell’epoca della scrittura hanno provocato uno stravolgimento antropologico senza precedenti (Cfr. Viganò, 2009).

Una metamorfosi che l’età dell’elettronica prima, e quella digitale adesso, continuano ad alimentare. Questa architettura complessa si estende anche ai processi mentali.

I cervelli delle nuove generazioni, infatti, interagiscono con un ambiente destrutturato, impregnato di input, saturo di conoscenze ed esperienze. Gli asset dello scenario sociale in cui essi gravitano concede loro più opportunità (di conoscenza, apprendimento, relazione) ma non tiene in considerazione i processi ricettivi dei loro cervelli.

Cita Kurwweil, Maryanne Wolf quando scrive che

disporremo di una raccolta dati e di strumenti computazionali necessari, entro il 2020, per riprodurre e simulare il cervello, il che permetterà di combinare i principi di elaborazione intelligenti dell’informazione. Trarremo anche beneficio dalla forza intrinseca delle macchine nel conservare, recuperare e condividere velocemente grandi quantità di informazioni. Saremo allora in grado di realizzare quei potenti sistemi ibridi su piattaforme computazionali che superano ampiamente le possibilità dell’architettura relativamente fissa del cervello umano….

Con l’avvento della cultura digitale e il suo privilegiare l’immagine rispetto alla scrittura, l’individuo si trova nel mezzo di una transizione di grande portata, dentro un cambiamento che sta riorganizzando il cervello delle nuove generazioni, i nativi digitali. I paradigmi stessi della lettura cambiano: essa «richiede nuove abilità cognitive che né Socrate [massimo difensore della tradizione orale] né i moderni educatori capiscono a fondo» (Wolf, 2009: 239).

Accanto alla lettura muta la scrittura e con essa tempi e spazi sociali. Di fronte a queste mutazioni Wolf si pone un interrogativo simile a quello che Socrate si porse a suo tempo, riguardo la gioventù ateniese. Socrate, alla luce della diffusione della lettura e della scrittura con la definitiva affermazione della cultura scritta, si chiedeva cosa ne sarebbe stato della conoscenza se le informazioni fossero state messe a disposizione dei giovani senza supervisione né criterio. Per Socrate, infatti, chiarisce Wolf:

la ricerca della vera conoscenza non era questione di informazioni; era la ricerca dell’essenza e dello scopo della vita; e una ricerca simile richiedeva dedizione, per tutta la vita, alla coltivazione delle più profonde capacità critiche ed analitiche; nonché l’interiorizzazione, al prezzo di un impegno gravoso, della conoscenza personale tramite un uso prodigioso della memoria. […] Socrate vedeva la conoscenza come una forza protesa al sommo bene; e aborriva tutto ciò che – come la scrittura e la lettura – rischiava di minacciarla (Wolf, 2009: 239).

Al tempo di Wikipedia, dell’open source, della conoscenza e dei contenuti condivisi e accessibili a chiunque, rimane lecito richiamare le preoccupazioni socratiche. La stessa Wolf si chiede, attraverso l’approccio neuroscientifico, cosa l’individuo perderebbe se sostituisse «le capacità perfezionate dalla lettura con quelle ora in formazione nella nuove generazione di “digitali nativi”, che siedono e leggono inchiodati davanti ad un monitor?» (Wolf, 2009: 240).

Fa eco a questo interrogativo un’altra questione: quella riguardante il cervello dei nativi. Il numero di strumenti a loro disposizione, stimolerà le loro capacità intellettive oppure determinerà una sorta di atrofizzazione neurale? Essi custodiranno e coltiveranno i processi analitici del testo, ne decodificheranno i rimandi più profondi, sapranno valutare il significato sottostante di un testo, rielaboreranno le informazioni attraverso un approccio critico e responsabile? Oppure saranno ancorati ad una dimensione meramente intuitiva che paralizza la spinta all’approfondimento, a quell’ “oltre” che la cultura scritta prima, e tipografica dopo, ci avevamo abituati?

La cultura iconica dello schermo televisivo e quella ipericonica del monitor del computer tendono a congelare il pensiero in un quello che si potrebbe definire un “freezer della mente”. Per questo motivo Maryanne Wolf teme che le nuove generazioni, non diventeranno mai dei lettori esperti. Non perché sono incolti, ma perché, «nella fase del loro sviluppo di lettori in cui le capacità critiche sono guidate, modellate, esercitate e perfezionate, essi possono non essere stati stimolati a sfruttare il dono più nobile di un cervello pienamente sviluppato che legge: il tempo per pensare a sé» (Wolf: 2009, 244). Quel tempo che Proust considerava un “fruttuoso miracolo di una comunicazione nel mezzo della solitudine”. Quel tempo che probabilmente si sta disintegrando in un ambiente mediale sempre più “multiskating”, nel quale la lettura trova poco spazio o diventa un’esperienza faticosa, così com’è compressa dalle ragnatela di link, di icone, di suoni digitali oppure fulminea quanto il tempo di un click. 

Il raid di informazioni e la smania che caratterizza la lettura in Rete, la superficialità verso ciò che si legge, sono processi che producono una cultura che è innanzitutto esperienza ma anche percezione del reale, impulsi, segnali che scaturiscono direttamente dal cervello degli individui. Una cultura che potrebbe far regredire, nella peggiore (e paradossale) delle ipotesi, i cervelli dei nativi alla stregua del cervello dell’invertebrato più semplice in natura: il calamaro.

Non è un neuroscienziato Mark Bauerlein ma un professore americano di inglese ed esperto di processi culturali. Nel suo testo The dumbest generation. How the Digital age Stupefies Young Americans and Jeopardizes Our Future (www.dumbestgeneration.com), Bauerlein appella la generazione digitale americana come bibliofoba.

Egli scrive:

I giovani americani non sono mai stati così remissivi: hanno tanto a loro disposizione; anche la scuola è diventata più abbordabile, tanti i diversivi così come le occasioni di divertimento. I benefici materiali sono evidenti e, con il passare del tempo, gli aspetti di mondanità e di autonomia sembrano innestarsi in tutti i gruppi di età più giovane. Tutto questo va scapito delle conoscenze e competenze che non hanno tenuto il passo di queste nuove abitudini sociali causando un’involuzione intellettuale (Bauerlein, 2009: 32).

Il quadro descritto da Bauerlein descrive una generazione impaziente di fronte ai processi consolidati della cultura contemporanea come la lettura. Questa generazione preferisce lo schermo del computer. Non utilizza il web per conoscere le realtà del mondo, ma nella maggior parte dei casi, per questioni di gossip, per essere i più “cool” della scuola. Molti di loro dimostrano di non sapere nulla della storia e della politica. Tra i website più popolari tra gli studenti primeggiano di gran lunga Facebook e MySpace.

Un altro fattore importante nello stentato sviluppo intellettuale dei nativi digitali è l’assorbimento “peer to peer”, attraverso SMS, instant messaging, social networking. Le precedenti generazioni di studenti erano altrettanto connesse tra loro, ma l’incontro, lo scambio di informazioni si limitava nel contesto scolastico. Una volta tornati a casa uscivano dal contesto relazionale se non per entrarci occasionalmente parlando da una telefono fisso. Oggi, essi possono rimanere in costante contatto con i coetanei per mezzo di messaggini, telefoni cellulari, messaggistica istantanea e il web tout court.

Così un nativo digitale rimane incastrato in un quello che Bauerlein definisce un bozzolo (cocoon) di cultura esclusivamente giovanile. Ne consegue che i millennials[2] sono privi di quella componente della vita che sancisce il passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Essi, non avendo più come riferimenti esclusivi genitori, insegnanti, datori di lavoro, rappresentanti delle istituzioni (Cfr. Bauerlein, 2009: 136), costruiscono, attraverso i media digitali, un ecosistema autoreferenziale fatto di blog, giochi, video, musica, messaggi che rispecchiano le loro disgrazie e fantasie.

Scrive Bauerlein:

Ecco ciò che vedo spesso. Vedo famiglie che utilizzano lettori DVD come babysitter per i loro bambini o per tenerli buoni durante i viaggi in macchina. Tutto ciò vanifica l’opportunità di un’interazione trasversale generazionale. Ricordo con entusiasmo, di alcuni viaggi in macchina quando ero ragazzino; li ricordo soprattutto per il divertimento ad ascoltare la mamma e la nonna che discutevano di politica. Una volta i ragazzi crescevano guardando i DVD. Oggi hanno iPod, palmari e videogiochi per occupare il loro tempo. Per alcuni bambini, è impossibile sopravvivere se dopo venti minuti (neanche il tempo di una messa) non si ritrovano connessi con i loro coetanei. 

Anche in iBrain. Surviving the technolgical alteration of the modern mind, Gary Small, neuroscienziato californiano, è convinto che

l’attuale esplosione della tecnologia digitale non solo sta cambiando il nostro modo di vivere e di comunicare, ma sta rapidamente e profondamente modificando il nostro cervello. L’esposizione quotidiana ai media digitali ─ computer, telefoni intelligenti, videogiochi, motori di ricerca come Google e Yahoo ─ stimola l’alterazione delle cellule cerebrali e la liberazione dei neurotrasmettitori, rafforzando gradualmente nuovi percorsi neurali nel cervello ed indebolendo quelli vecchi. A causa della rivoluzione tecnologica in corso, il nostro cervello si sta evolvendo in questo momento ─ ad una velocità mai vista prima (Small-Vorgan, 2008: 1).

Come in un processo darwiniano è possibile che si stia delineando un “sviluppo evolutivo” che investe la generazione dei born digital. Un processo che coinvolge certamente l’apprendimento di nuove competenze e l’adattamento ai differenti ambienti e strumenti ma che ha degli effetti   biologici.

Sostiene Small:

Per quanto siamo a conoscenza che questi cambiamenti investono i nostri circuiti neurali o il cablaggio del cervello, queste alterazioni possono diventare permanenti con la reiterazione. Questo processo evolutivo del cervello è emerso rapidamente in una sola generazione e può rappresentare uno dei progressi più inaspettati e rilevanti della storia umana (Small-Vorgan, 2008: 2).

La generazione dei nativi digitali è secondo Small, una generazione distratta: i bambini che imparano a trattare con la tecnologia si adattano ad essa meglio dei loro genitori ma, rispetto ad essi, sono meno in grado di elaborare rapidamente le informazioni e prendere decisioni in un tempo ristretto. Essi sono meno abili nella comunicazione interpersonale, nelle relazioni sociali e nella lettura.

Wolf, Bauerlein e Small suonano, quindi, un campanello d’allarme. Nelle pagine dei loro testi – soprattutto in quelle del testo di Wolf – si respira un aria di preoccupazione per il presente ed immediato futuro della generazione digitale. È come se, ad un certo punto, i loro studi si scontrassero contro il muro di un vincolo etico e morale. Una generazione “più stupida” che “sopravvive alle alterazioni tecnologiche della mente” non evoca scenari incoraggianti. Assimilare biologicamente attraverso i media potenzialità del tutto nuove mette sulla piatto della bilancia due differenti sfondi: l’uno consacrato al bene comune, l’altro ripiegato sulla distruzione. Se gli individui inclineranno il peso dal lato positivo vuol dire che saranno capaci di fare scelte profonde.

«Se la specie deve progredire nel senso più pieno, tale preparazione includerà singolari capacità di attenzione e decisione che includano il desiderio del bene comune. In altre parole, prepararci all’imminente richiederà il meglio che abbiamo in assoluto riguardo l’attuale adattamento del cervello che legge; un cervello che è già coinvolto nei cambiamenti della prossima generazione» (Wolf, 2009: 232). 

5. La Caritas in Veritate

I paradigmi a cui si è fatto cenno, aprono nuovi scenari teorici: discipline apparentemente distanti dalla tradizione di studio dei media – la sociologia, l’antropologia, la psicologia tra tutte – si affacciano all’analisi dell’universo mediale. La neuroscienza, ad esempio, evidenzia come media, cervello e comportamento umano siano associati da una stretta correlazione.

Anche la Caritas in Veritate si pone in questa direzione attraverso un approccio che, pur non tralasciando le discipline classiche, si pone in controtendenza inserendosi tra una prospettiva teologica ed una coerente con i più moderni asset della media research.

In primo luogo non si può non soffermarsi sull’uso del termine “incarnazione”. «Nel bene e nel male, [i media] sono così incarnati nella vita del mondo, che sembra davvero assurda la posizione di coloro che ne sostengono la neutralità, rivendicandone di conseguenza l’autonomia rispetto alla morale che tocca le persone» (CV, 73), chiarisce Benedetto XVI.

«E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14) manifesta l’assunzione della natura umana da parte del Verbo eterno. L’incarnazione rappresenta quindi, l’unica condizione possibile di conoscenza di Dio tramite la carità da cui muove l’agire di Dio stesso (a Deo ed in Deum).

Nel caso dell’enciclica, per i media, essere “incarnati nella vita del mondo” significa, smettere i panni dell’accessorio per riconoscersi qualcosa di più. I media sono qualcosa di corporeo e, da visibili quali erano fino a qualche anno fa scompaiono nell’invisibilità. Prima erano un semplice ornamento, un focolare intorno al quale stringersi per la fruizione di contenuto. Adesso, sono qualcosa che appartiene all’uomo intimamente, che ne condiziona le relazioni e le percezioni della realtà. In qualche modo i media sono l’uomo stesso, così impetuosamente innervati, incarnati nella sua vita.

 


[1] Professore di Comunicazione Istituzionale presso la Pontificia Università Lateranense, di materie sociologiche presso la Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione AUXILIUM.

[2] Millennials è un altro neologismo per indicare la generazione digitale. Oltre a digital natives alcuni la definiscono google generation.