La fede come profezia

3. SEGUIRE L’INSEGNAMENTO AUTOREVOLE DELLA CHIESA.

Lungo il corso della storia il Vangelo è stato sempre fondamento e motivazione per l’azione sociale dei singoli, dei gruppi e dei popoli. Con la approfondita riflessione sui principi evangelici abbiamo il configurarsi di una nuova presa di coscienza della chiesa circa il modo di rapportarsi ai problemi del mondo. E’ nato uno stile ed un metodo, oggi diventati normativi, quello della dottrina sociale sella Chiesa. La dottrina sociale della chiesa ha poco più di cento anni: rappresenta per questo una novità nella prassi pastorale. E questa novità è dovuta alle risposte evangeliche richieste dai grandi cambiamenti indotti dalle varie rivoluzioni che sono sorte in questi ultimi secoli.

Con il papa Leone XIII ci fu una forte presa di coscienza, oggi diventata patrimonio comune, del di-ritto-dovere che scaturisce dalla missione evangelizzatrice della chiesa, di “proporre le dirette conseguenze del vangelo nella vita della società” e inquadrare il lavoro quotidiano e le lotte per la giustizia “nella testimonianza a Cristo Salvatore”. Questa attività è diventata “una prassi permanente per la chiesa” (Cent. Annus, 5d).

L’insegnamento sociale, nella sua parte conoscitiva, ha un’importante dimensione interdisciplinare. Ciò significa che entra in dialogo con le varie scienze dell’uomo, ne integra in sé gli apporti e li aiuta ad aprirsi verso un orizzonte più ampio della singola persona. Il rapporto tra la riflessione teologica e l’analisi sociale, ha conosciuto problemi e difficoltà fino al Concilio Vaticano II. Il ricorso alla lettura della realtà sociale in termini scientifici non è stato sempre pacifico e sereno. Esso ha attraversato fasi diverse, ma ha beneficiato del passaggio obbligato e risolutore mediante il grande ripensamento sulla vita della chiesa operato dal Concilio Vaticano II.

Prima del Concilio, dalla Rerum Novarum del 1891, alla Quadragesimo anno (1931) fino ai documenti di Pio XII, l’uso della scienza sociale è stato sobrio e limitato, ridotto al minimo essenziale necessario per individuare i problemi emergenti. La preoccupazione principale era di tipo dottrinale e filosofico. Pio XI ha attinto un po’ più abbondantemente agli studi sociali quando ha dedicato alcune pagine per descrivere ‘le cose nuove’ che sono intervenute nell’arco dei quarant’anni dal 1891, e che esigevano nuovi approfondimenti e applicazioni. Pio XII non ha scritto alcuna enciclica sociale, ma ha prodotto numerosissimi interventi con discorsi e allocuzioni, su problemi concreti che egli recepiva dalla cronaca della storia, e che indicava come avvenimenti bisognosi di luce evangelica.

Durante il Concilio, Giovanni XXIII ha scritto la Mater et Magistra (1961) e la Pacem in terris (1963), e il Concilio stesso ha concluso i suoi lavori con la Gaudium et Spes (1965). Lo spazio dato all’analisi viene notevolmente allargato. Con la Pacem in terris si aggiunge alla lettura della realtà, la ricerca dei ‘segni dei tempi’. Paolo VI chiarisce e approfondisce: il mondo non è più solo il libro su cui scrivere le parole della dottrina, ma è anche il libro nel quale leggere fatti, circostanze, movimenti di pensiero, eventi “che vengono incontro a disegni superiori, che noi sappiamo cristiani e divini” (1969). Il Concilio descrive il rapporto con il mondo in termini di rispetto della sua autonomia, di dialogo, di cooperazione, di solidarietà, di amore e di servizio (cfr. GS, 3), e manifesta interesse per la sua conoscenza e comprensione. Così viene fatta piazza pulita su tutta una serie di pregiudizi e di riserve nei confronti della analisi sociale, incoraggiando l’uso delle scienze umane nella riflessione pastorale e aprendo una nuova fase di collaborazione feconda (cfr. GS 62b).

Dopo il Concilio, i documenti dei papi e dei vescovi hanno spesso seguito uno schema ispirato all’articolazione dei tre momenti, dedicando sempre una prima parte all’analisi del problema affrontato. Dopo il grande giubileo del 2000 anche Benedetto XVI, grande teologo riconosciuto, ha continuato a coniugare l’insegnamento dell’amore evangelico alla realtà del nuovo millennio con le due encicliche sulla carità: Deus Caritas est (2005) e Caritas in Veritate (2009), e ha indicato al-cune nuove aree umane dell’impegno per la testimonianza cristiana: la globalizzazione, l’ecologia, i nuovi stili di vita, l’educazione, la fraternità e la gratuità anche nell’attività economica.

Nell’Anno della fede, è necessario esercitarsi in questo modo di trasmetterla, mediante cioè la lettura dei segni dei tempi e della loro interpretazione alla luce del Vangelo.

Gi.Pe.