La Festa di Maria Bambina e le Suore della Carità

L’Istituto religioso delle “Suore di carità delle sante Bartolomea Capitanio e Vincenza Gerosa“, popolarmente note come “Suore di Maria Bambina“, fu fondato a Lovere nel 1832 ed oggi è presente in molte parti del mondo, rispondendo ai molteplici bisogni dell’uomo di ogni tempo attraverso le opere di misericordia.
Nel santuario annesso alla loro Casa generalizia, a Milano, le Suore di Maria Bambina custodiscono un antico simulacro, proveniente dal convento delle Francescane di Todi (PG) e donato, dopo varie peregrinazioni, all’Istituto nel 1842.
L’effige di Maria Bambina, la cui copia si trova anche presso il salone della Scuola dell’Infanzia-Asilo San Luigi di San DonàI milanesi, che si sono presto uniti a queste religiose a rendere culto alla Madre di Dio nel mistero della sua natività, hanno cominciato a chiamarle “Suore di Maria Bambina”…

Le Suore di Maria Bambina sono presenti a San Donà dal 1913 e hanno dimora presso Casa Saretta.

Le suore di Maria Bambina a San Donà

 

Le Suore della Carità o di Maria Bambina sono presenti a San Donà sin dal 1913, quando era parroco mons. G. Bettamin e furono assunte dall’amministrazione per l’assistenza degli ammalati nel nuovo Ospedale Umberto I.
Nell’agosto del 1915, con il nuovo parroco Saretta, arrivarono poi le prime Suore di Maria Bambina a fondare una nuova comunità, cui fu affidato l’Asilo infantile nella sede provvisoria di Casa Lizier a Calvecchia.
Dopo le drammatiche vicende del 1917-18 vissute assieme alla popolazione rimasta nel territorio invaso dall’esercito austro-ungarico, a guerra finita le Suore continuarono la loro opera nell’Asilo, che nel 1922 ebbe la sua nuova ed attuale sede. Da allora e sino al 2010 la scuola materna parrocchiale (attuale Scuola dell’infanzia-Asilo San Luigi) ha visto l’operato delle Suore di Maria Bambina.
Nel primo Dopoguerra le Suore di Maria Bambina iniziarono la loro opera anche nell’Orfanotrofio, fondato dal Parroco mons. Saretta nel 1921, con sede nell’edificio che dal 1964 prende il suo nome, “Casa Saretta”.

Attualmente la comunità delle Suore continua a svolgere la propria missione nella Parrocchia Santa Maria delle Grazie, in particolare con le attività di Casa Saretta.

La fondatrice Bartolomea Capitanio e la devozione a Maria Bambina

 

L’anima mariana della fondatrice Bartolomea Capitanio vibra ancora nei suoi scritti; ma per capirla occorre spesso superare un’istintiva reazione alle forme che la esprimono, non più rispondenti alla diversa sensibilità di oggi. Quello che lei scrive della Vergine va accostato tenendo presente che nel quadro devozionale della prima metà dell’Ottocento la pietà mariana si effondeva in una molteplicità di esercizi esteriori cui mancava un vero supporto teologico-dottrinale. Solo più tardi riceverà un significativo contributo dalla diffusione del Trattato della vera devozione alla Madonna di Grignion de Montfort, dalla proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione nel 1854 e dalle apparizioni della Vergine, soprattutto a Lourdes nel 1858.
Queste date però si collocano tutte oltre il breve arco di vita di Bartolomea Capitanio.
La sua devozione mariana è quindi la devozione popolare del primo Ottocento, che si andava affermando sotto l’influsso del sentimento romantico e come reazione al rigorismo giansenista.
Bartolomea, che non poteva ispirarsi nelle sue meditazioni a pubblicazioni mariane di una certa levatura perché mancavano al suo tempo, non fa, intorno a Maria, riflessioni particolarmente originali, e neppure sembra prediligere in modo abbastanza distinto qualcuna delle sue prerogative. Ella ne contempla semplicemente il mistero nel suo graduale svolgersi attraverso le feste mariane che costellano l’anno liturgico, ripresentandola via via Immacolata, Serva del Signore, Madre di Dio, esempio di carità, di umiltà, Madre addolorata, glorificata dal Figlio, Regina dell’universo ecc. «La nostra cara Mamma – scriveva introducendo un esercizio devoto – è proprio come lo svegliarino della pietà. Ella ci si presenta a ogni momento sotto qualche diverso aspetto ed ogni volta par che ci inviti a ricordarci di lei in maniera distinta» (Scr II,80)
In circostanze da lei particolarmente sentite componeva preghiere per presentare a Maria le sue risoluzioni e palesarle i suoi sentimenti; si faceva, inoltre, apostola della sua devozione nelle lettere alle amiche e con la diffusione di pratiche spirituali nelle varie associazioni.

Nel suo itinerario spirituale Maria è una presenza materna inseparabile da quella del Figlio, da lui stesso assicurata sulla croce «a tutto il genere umano» (Scr III,102).

Nel ciclo delle feste, ogni anno, l’8 settembre, la Bambina Maria si ripresentava alla sua contemplazione come a un consueto appuntamento. Nell’incontro spirituale con lei, Bartolomea la saluta «cara Bambina e Mamma» proiettandola subito nel cuore della sua missione e lasciando insieme emergere il rapporto preferito che gliela fa sentire subito madre, anche se qui può sembrare inopportunamente anticipato. Come tutte le immagini di Maria – che si susseguono nelle meditazioni di Bartolomea – si unificano in questo rapporto filiale che ella vive nel cuore, così anche il suo volto di Bambina le appare già soffuso della grazia della maternità.
Quando poi Bartolomea si pone sola davanti alla culla di Maria Bambina, la sua preghiera si fa sostanziale, interiore, tutta raccolta attorno all’aspetto di questa rinascita che più risponde al suo gusto spirituale: il confidente abbandono alla volontà del Padre.
A Lucia Cismondi, il 5 settembre 1828, confidava di aver intenzione di «chiedere alla cara Bambina due grazie nel giorno della sua festa» (Scr I,289), le stesse che poi esplicitava nella preghiera della vigilia. «Cara Bambina – scriveva – per amore della vostra Infanzia donate anche a me una santa spirituale infanzia, per cui a guisa dei fanciulli io non abbia volontà, non abbia intelletto, desiderio, propensione che per quello che vuole Iddio […]. Vi prego poi con tutto il cuore a fare che almeno abbia da morire in qualche Religione, se non volete per la mia indegnità farmi in essa passare tutti i giorni miei» (Scr III,740-741).

Maria che nasce per portare salvezza le fa risentire in cuore il desiderio della consacrazione e della disponibilità incondizionata ai disegni di Dio.

L’oratorio dedicato a Maria Bambina

 

Bartolomea non solo sentiva Maria Bambina presente nella sua spiritualità come stimolo alla novità di vita, alla gioia del dono di sé, alla semplicità dell’abbandono, alla dolcezza, ma la proponeva, nel suo apostolato, alle giovani dell’oratorio come modello e protezione. Secondo il proprio regolamento, la congregazione mariana doveva essere intitolata a «qualche mistero della beatissima Vergine». Chi lo scrisse, probabilmente Bartolomea stessa, precisava subito che «il più a proposito era il mistero della di lei nascita».
A Maria Bambina il prevosto Barboglio aveva dedicato l’oratorio ricavato dall’antico cimitero a fianco della parrocchiale di san Giorgio, nel quale Bartolomea radunava le giovani per l’istruzione religiosa.
Quando Bartolomea pensava a Maria Bambina associava sempre l’immagine della culla ed era nel giorno della natività che «le congregate dovevano far festa particolare e solenne con Comunione generale», dopo aver partecipato «in comune a otto o dieci giorni di santi esercizi». Per tutta l’ottava poi Bartolomea impegnava le amiche a pregare Maria affinché «per amore della sua santa Infanzia si prendesse cura speciale di tutta la gioventù, massime della più dissoluta e abbandonata» (Scr II,79).

Animatrice del medesimo oratorio era anche Caterina Gerosa la quale, secondo una testimonianza di don Luigi Marinoni, «promosse la festa della natività di Maria» (Atti dei processi per la canonizzazione II,238).

(Tratto liberamente dal testo di Albarica Mascotti in www.suoredimariabambina.org)