La mia chiesa in attesa – Riflessione di mons. Bruno Gumiero sull’arrivo del nuovo Vescovo

mons. Bruno GumieroNella diocesi di Treviso ci si sta preparando all’ingresso del nuovo Vescovo, perché quello precedente è stato chiamato a servire la diocesi di Udine. Quale miglior circostanza per fare qualche riflessione?

Ricordi di tempi lontani.
In questo periodo mi sembra di essere tornato al 1936: in quell’anno, come oggi, la mia Chiesa era in attesa dell’arrivo del nuovo Vescovo, perché Andrea Giacinto Longhin era deceduto. All’epoca ero uno studente del Seminario diocesano e ricordo che la Chiesa di quel periodo era composta da mezzo milione di battezzati e da più di duecento parrocchie. Come i mesi dell’anno erano scanditi dalle domeniche e dalle ricorrenti festività, così le singole giornate erano segnate dal suono delle campane, che invitavano alla preghiera. Questa era la Chiesa che il 6 dicembre del 1936 accolse il nuovo Vescovo: Antonio Mantiero, vicentino di origine, ma proveniente dalla Sicilia, dove era stato Vescovo per qualche anno.
Mi ricordo che lo si andò ad incontrare in periferia di Treviso, per poi accompagnarlo in processione, prima alla chiesa di S. Agnese e in seguito in Cattedrale, dove dovette uscire sul poggiolo del Vescovado, per poter essere visto dall’enorme folla festante che lo acclamava.

 

Il nostro presente.
Ecco che, per la sesta volta dal 1936 al 2010, io e la mia Chiesa attendiamo un nuovo Vescovo.
La diocesi di Treviso, nel frattempo, si è arricchita di nuovi santi ed ha cambiato molto la sua fisionomia, venendo progressivamente ad inserirsi in una realtà socio-economica assai diversa da quella del 1936: il numero dei battezzati è notevolmente cresciuto e a questi si devono aggiungere le tantissime persone che professano altre religioni. Sono perlopiù stranieri, arrivati tra noi alla ricerca di migliori condizioni di vita.
I cambiamenti socio-economici sono i più evidenti, ma forse non i più importanti: è cambiato il modo di vivere il nostro essere persone umane, di concepire e attuare la vita familiare, di gestire i rapporti interpersonali e la solidarietà tipica delle comunità rurali è venuta meno.
Nel trauma di tutte queste trasformazioni, anche la vita religiosa di molti è entrata in crisi e il modo di vivere la fede ha subito cambiamenti, che spesso sono sintomo di impoverimento, soprattutto per ciò che riguarda la partecipazione alle sacre celebrazioni e la maniera di impostare la vita della famiglia e di viverla nella comunità cristiana.
Oggi, tutto il bene che spesso constatiamo nella nostra vita religiosa, non ci deve creare illusioni; nelle nostre comunità parrocchiali, infatti, continuano ad essere presenti gravi segni di crisi, accompagnati da delusioni, incertezze, scoraggiamenti.
A molti potrebbe sembrare che la Chiesa, nella nuova società, non riesca ancora a presentarsi come segno di salvezza per tutti, come nostalgia di ritorno per chi si è allontanato, alla ricerca di una illusoria libertà.

Un futuro di Speranza.
Così, quasi in risposta a queste situazioni, il prossimo 7 febbraio giungerà il vescovo Gianfranco Agostino e la Chiesa trevigiana si sta preparando a riceverlo animata da una grande speranza, perché si sente chiamata, con la sua guida, a vincere le debolezze e vivere ed operare come “Comunità di fede, speranza e carità” (Lumen Gentium n.8).
Superiamo la tentazione che talvolta abbiamo seguito, di operare per una Chiesa che appaia sempre trionfante!
Non è il trionfo che ci deve interessare, ma la fedeltà a Gesù Cristo, che vuole discepoli consapevoli di essere chiamati a vivere ed operare confusi con la zizzania, ma coscienti di dovere conservare assoluta fedeltà al Divino Maestro, anche a costo della vita.
Cristo Giudice, alla fine, non ci giudicherà sui risultati costituiti dalle persone conquistate e da segni di potenza acquisiti, ma sulla nostra personale fedeltà a Lui, Divino Salvatore.
Ci pare opportuno ricordarci che non siamo in attesa del nuovo Vescovo perché guidi la nostra Chiesa, nella speranza che sia stimata in quanto oggetto e soggetto di umani trionfi, ma perché ci guidi a non sentirci in crisi di speranza e ad essere coscienti che la nostra missione è “essere segno dell’amore di Dio per tutti”, credenti o atei, e segno di speranza e conforto per i poveri, gli stranieri e per tutti coloro che si sentono dimenticati.

Mons. Bruno Gumiero