La popolazione europea non più a maggioranza cristiana? Evangelizzazione e dialogo.

Il messaggio del Concilio Vaticano II.

Evangelizzazione e dialogo

di Severino Dianich in Vita Pastorale

ad gentesNessuno avrebbe ipotizzato che a metà del XXI secolo la popolazione europea non sarebbe stata più in maggioranza cristiana. È utile per la Chiesa tener presente questo trend nella pastorale del futuro.

Il grande tema della missione della Chiesa nel mondo ha coinvolto il concilio Vaticano II in due direzioni.

La prima è quella molto ampia del rapporto che la Chiesa deve riallacciare con la società contemporanea, nella grande varietà e continua mobilità della sua cultura e dei suoi atteggiamenti. La seconda, molto più circoscritta, è quella delle “missioni“, intese tradizionalmente come le «iniziative principali con cui i divulgatori del Vangelo, andando nel mondo intero, svolgono il compito di predicarlo e di fondare la Chiesa in mezzo ai popoli e ai gruppi umani che ancora non credono in Cristo», con lo scopo specifico della «fondazione della Chiesa in seno a quei popoli e gruppi umani in cui ancora non è radicata» (AG 6).

Per il problema, che si sta imponendo all’attenzione in questi ultimi anni, della proposta della fede a coloro che non credono in Cristo, nei Paesi di antica tradizione cristiana, sembra invece che il Concilio non abbia un suo particolare messaggio da offrire. È più recente, infatti, il fenomeno di non pochi battezzati che sono passati da un atteggiamento critico verso la Chiesa a un vero e proprio abbandono della fede.

Si aggiunga la crescita del numero di immigrati di altra religione e ci si rende conto di quanto l’esperienza del credente sia mutata e oggi debba confrontarsi con una quotidiana frequentazione di uomini e donne che non credono in Cristo. Cinquant’anni fa nessuno avrebbe ritenuto ipotizzabile che a metà del XXI secolo la popolazione dell’Europa potesse non essere più in maggioranza cristiana: solo oggi una tale ipotesi si sta invece profilando. Il Corriere della sera del 20 gennaio scorso riportava i dati di un’indagine del Centro di ricerca e informazione sociopolitica (Crisp), dalle cui proiezioni risulta che nel 2035 Bruxelles sarà una città a maggioranza musulmana.

Già ora nelle sue scuole primarie, per scelta delle famiglie, il 43% dei bambini, si avvale dell’insegnamento di religione islamico. Fuori della capitale la situazione è molto diversa: però in Vallonia, se solamente il 7,8% degli studenti liceali sceglie di seguire i corsi di islam e il 26,4% si avvale dell’insegnamento della religione cattolica, il 64,2% preferisce quelli di morale laica. Pur tenendo conto delle differenze che di fatto si registrano in Europa fra le nazioni diverse, è utile tener presente questo trend, il più avanzato, dell’evoluzione delle convinzioni degli europei in fatto di religione, per impostare correttamente, se non i piani pastorali dell’anno prossimo, sì certamente il cammino della Chiesa verso il futuro.

Le grandi lezioni del Vaticano II È in questa prospettiva che abbiamo moltissimoda imparare dai documenti del concilio Vaticano II. Se fino ad oggi di evangelizzazione, intesa nel senso stretto di proposta della fede ai non credenti e ai credenti di altre religioni, molto si parla e pochissimo si opera, lo si deve anche al fatto che, nel più diffuso modo di pensare, sia dei fedeli laici sia dei pastori, le grandi lezioni della Gaudium et spes sul dovere del dialogo e della Dignitatis humanae sulla dignità della coscienza di ogni uomo, qualsiasi visione del mondo professi, a mio parere, non sono state ancora assimilate. Unitatis redintegratio e Nostra aetate hanno insegnato a dialogare con i cristiani di altre confessioni e con gli uomini di altre religioni, ma non sembra siano davvero riuscite a promuovere l’atteggiamento del dialogo anche con l’uomo di oggi e la cultura moderna.

La preoccupazione più viva negli ambienti cattolici resta ancora quella provocata dall’evolversi del costume e della cultura, dagli atteggiamenti delle istituzioni civili, dal dibattito politico, nell’ansiosa ricerca di preservare il carattere cristiano dell’ethos e della legislazione civile, senza pensare abbastanza che tutte queste realtà sono determinate dalle convinzioni delle persone. Ed è alle persone in carne e ossa che la Chiesa deve poter offrire la fede. Su questo percorso, invece, le strade si ingrovigliano nelle contrapposizioni e nelle polemiche, sì che la proposta del Vangelo non trova il cuore aperto in coloro che si sentono combattuti dalla Chiesa e non amati: padre Teilhard de Chardin nel 1936 scriveva: «Non si converte se non quello che si ama». Il Concilio aveva scelto un’altra strada: «Una corrente di affetto e di ammirazione si è riversata dal Concilio sul mondo umano moderno», dirà Paolo VI, nel discorso di chiusura, «riprovati gli errori, sì; perché ciò esige la carità, non meno che la verità; ma per le persone solo richiamo, rispetto e amore. Invece di deprimenti diagnosi, incoraggianti rimedi; invece di funesti presagi, messaggi di fiducia sono partiti dal Concilio verso il mondo contemporaneo: i suoi valori sono stati non solo rispettati, ma onorati, i suoi sforzi sostenuti, le sue aspirazioni purificate e benedette».

Abbattere i bastioni era stato il titolo di un famoso libro di Hans Urs Von Balthasar del 1952. Questa sarà la tensione profonda di tutta l’opera del Concilio. I padri hanno guardato in faccia l’uomo contemporaneo, tenace promotore della libertà e geloso della laicità dello Stato, convinto che solo la democrazia è in grado di proteggere la dignità della persona umana, e hanno preso atto che bisognava fare un passo avanti rispetto alla posizione di Pio XII, il quale ancora pensava che in una compiuta democrazia un ruolo centrale «dovrà toccare alla religione di Cristo e alla Chiesa» (Radiomessaggio natalizio del 1944).

L’antica egemonia sulla società Cercare la verità, anche per il Concilio, è dovere di ogni uomo, ma bisogna riconoscere che gli uomini «non sono in grado di soddisfare, in modo rispondente alla loro natura, se non godono della libertà». Se ne ricava che «il diritto ad una tale immunità perdura anche in coloro che non soddisfano l’obbligo di cercare la verità e di aderire ad essa» (DH 2), per cui la medesima libertà deve essere garantita a tutti nella stessa misura. È evidente che l’affermazione di questi principi toglie fondamento ad ogni pretesa della Chiesa di poter esercitare una qualche autorità nella società civile e sugli sviluppi della sua legislazione. La Chiesa del Concilio non sente la perdita della sua antica egemonia morale sulla società come una mortificazione ma, al contrario, è consapevole che solo così si crea «quell’ambiente sociale nel quale gli esseri umani possono essere invitati senza alcuna difficoltà alla fede cristiana» (DH 10).

L’umile accettazione da parte della Chiesa di essere nella società, nonostante la sua convinzione di portare al mondo la rivelazione di Dio, un’agenzia sociale capace di dare il suo contributo al bene comune restando sullo stesso piano di tutte le altre, la mette in condizione di poter offrire a tutti quel Vangelo che fruttifica nel cuore dell’uomo nella libertà con cui egli lo accoglie. Nessun’altra preoccupazione può sopravvanzare nella Chiesa quella di poter incontrare fraternamente le persone e comunicare loro la propria gioiosa esperienza della fede e della speranza riposta in Cristo. Ciò non significa che i fedeli laici non debbano entrare nel dibattito politico e avere un ruolo attivo, guidati dalla loro coscienza cristiana, anche al di dentro dei conflitti che agitano la società. Fino a che sono i laici a farlo, resta evidente che la Chiesa non intende gettare il suo prestigio e la sua autorità morale sul piatto della bilancia, per imporsi sullo sviluppo della società.

Per il Concilio la Chiesa ha bisogno resti evidente che essa non intende giovarsi di «una qualche sovranità esteriore esercitata con mezzi puramente umani» (GS 42), per comunicare al mondo il suo messaggio. I padri conciliari la impegnano al discernimento, affinché la sua azione non sia, e neppure appaia, determinata dalla volontà di esercitare un potere sulla società, poiché i predicatori del Vangelo «essendo inviati ad annunziare agli uomini il Cristo salvatore del mondo, nell’esercizio del loro apostolato si appoggiano sulla potenza di Dio, che molto spesso manifesta la forza del Vangelo nella debolezza dei testimoni. Bisogna che tutti quelli che si dedicano al ministero della parola di Dio, utilizzino le vie e i mezzi propri del Vangelo, i quali differiscono in molti punti dai mezzi propri della città terrestre» (GS 76). È fin troppo ovvio concludere con il richiamo all’ineludibile imperativo dell’imitazione di Cristo. Lo fa anche DH11, ricordando che Gesù «maestro e Signore nostro, mite ed umile di cuore ha invitato e attratto i discepoli pazientemente. […] Non volendo essere un messia politico e dominatore con la forza preferì essere chiamato Figlio dell’uomo che viene “per servire e dare la sua vita in redenzione di molti” (Mc 10,45). Si presentò come il perfetto servo di Dio che “non rompe la canna incrinata e non smorza il lucignolo che fuma” (Mt 12,20). Riconobbe la potestà civile e i suoi diritti. […] Il suo regno non si erige con la spada ma si costituisce ascoltando la verità e rendendo ad essa testimonianza, e cresce in virtù dell’amore con il quale Cristo esaltato in croce trae a sé gli esseri umani».

Severino Dianich