La risurrezione di Cristo

Vetrata: Cristo risorto“Le disse Gesù: Donna perché piangi? Chi cerchi? Essa, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai portato e io andrò a prenderlo. Gesù le disse: Maria! Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: Rabbuni!, che significa: Maestro!” (Gv. 20, 15-16)

“La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: Pace a voi! Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi.” (Gv. 20, 19-21)

Cinquanta giorni dopo la Pasqua, dopo aver ricevuto lo Spirito Santo, Pietro, rivolgendosi alla folla a Gerusalemme, proferì queste parole: “Uomini d’Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nazaret – uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso operò fra di voi per opera sua, come voi ben sapete – dopo che, secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, fu consegnato a voi, voi l’avete inchiodato sulla croce per mano di empi e l’avete ucciso.

Ma Dio lo ha risuscitato, sciogliendolo dalle angosce della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere. Questo Gesù Dio l’ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni” (At. 2, 22-24; 32).

La vetrata del Duomo

È l’unica vetrata del Duomo in cui il capo del soggetto è rappresentato nella lunetta, imprimendo così maestosità alla figura del Cristo risorto, raffigurato con una tunica bianca e turchina, mentre mostra i palmi delle due mani trafitti dai chiodi. L’aureola che cinge il capo è dorata, contornata di rosso.

L’immagine di Gesù è rappresentata ritta in piedi sulla predella, alta, monumentale, in ascendenza frontale sino alla lunetta superiore, con un luminosissimo volto, che suscita emozione.

La presenza della conchiglia dietro all’aureola simboleggia il catino absidale della chiesa, racchiudente lo spazio celebrativo del culto divino.

Nel tempo protocristiano la conchiglia era il simbolo per indicare la sepoltura dei battezzati e identificava la tomba dalla quale l’uomo risorgerà nel giorno del Giudizio.

La composizione mostra significativamente un impeto plastico, quasi scultoreo, che può ricordare per certe analogie i modelli antichi della “scuola squarcionesca-mantegnana”.

La costruzione è costituita sull’impianto geometrico del triangolo isoscele, il cui vertice tocca l’apice della lunetta, mentre i due lati passano per le braccia aperte a mostrare le mani con i palmi bucati.

Lo sguardo dello spettatore è attratto senza tregua, perché l’autore ha sapientemente operato sulla gamma dei colori chiari, come il bianco-avorio e l’azzurro-turchino, i quali creano un gioco di suggestiva trasparenza. Grazie alla tecnica della grisaglia cotta a fuoco, il vetro caratterizza l’immagine con forma, luce e colore, quasi come una visione trascendentale, idealizzata.

Molto attraente è il solido plasticismo volumetrico del panneggio, che domina la scena.

La luminosa serenità del volto del Cristo evoca la poesia dell’alleanza tra natura e spirito, tanto cara agli artisti del classicismo dei “valori plastici”, che operarono nel movimento italiano stile “Novecento” degli anni Trenta del secolo scorso.

La cornice della vetrata riporta la frase in latino: “EGO SUM RESURRECTIO ET VITA. QUI CREDIT IN ME ETIAM SI MORTUUS FUERIT VIVET” (Gv 11, 25) È quanto Gesù disse a Marta prima della resurrezione del fratello Lazzaro: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà”.

La formella inferiore, bordata con decorazioni a foglie, presenta una cornice a losanga con le simbologie: luna-notte, sole-giorno, penna-scrittura. Quest’ultima è dipinta lungo l’asse verticale, nella direzione dell’immagine superiore, che diventa il fulcro principale della dialettica iconografica, di coinvolgente bellezza.

Tratto da “Le vetrate del Duomo di San Donà” (Franzoi D.-M., 2008)