La seconda riflessione in preparazione alla festa patronale

Madonna del rosario - Vetrata del duomo di San Donà (particolare)“tu sei benedetta fra le donne e benedetto il frutto del tuo seno”

Quando don Gino, qualche giorno fa, mi ha chiesto di intervenire con un breve pensiero durante il triduo di preparazione alla festa di Santa Maria delle Grazie, non posso nascondere di essere rimasto sorpreso. Tra i tanti parrocchiani certo non mi sarei mai aspettato una simile proposta, tanto più con riguardo ad una figura così cara com’è la Vergine Maria.

Pensandoci un po’, la richiesta non è stata poi così “audace”: innanzitutto perché ciascun laico, come sottolinea il Concilio Vaticano II, in quanto battezzato e inserito nella comunità dei credenti, è chiamato ad esprimere, condividere la propria fede e le intuizioni che essa suscita in lui.

In secondo luogo perché la figura di Maria è una tra quelle più familiari per un cristiano. Fin da piccolissimi siamo stati accompagnati dai genitori a qualche sua rappresentazione (statua, immagine, icona) ad accendere un cero, una candela, a chiedere la sua materna protezione; poi la prima preghiera che abbiamo recitato e imparato è stata l'”Ave Maria”, recitata anche nel rosario. Ed ancora l’abbiamo “scoperta” come protettrice, come patrona non solo della nostra città, ma di una moltitudine di gruppi ed associazioni, non da ultima l’Azione Cattolica a cui sin da bambino orgogliosamente aderisco.

Mi è così sembrato un invito a parlare di una persona conosciuta, a cui si da del “tu”, con cui si è in intimità, di cui ci si fida. Insomma, non un “salto nel buio” ma una modo per ringraziare di tutto quanto in questi anni attraverso la sua figura ho potuto scoprire, consolidare, vivere nella fede.

Proverò a dare alcuni spunti partendo dalla seconda parte dell’Ave Maria, quella tratta dall’incontro tra la Vergine e la cugina Elisabetta: “tu sei benedetta fra le donne e benedetto il frutto del tuo seno“.
Cosa significa “benedire”? In latino la parola “benedicere” significa “dire bene”. Ed in effetti cos’altro possiamo dire di Maria? Giovane ragazza, nel pieno della vita, che risponde alla chiamata rivoltale da Dio per mezzo dell’angelo Gabriele a diventare madre del Salvatore, di Colui che avrebbe definitivamente riscattato l’uomo dal peccato originale, dall’abisso della morte. Un “si” che non è di paura, di terrore, ma di libertà, di vocazione, di pienezza di vita.
Di una giovane come tante altre che umilmente si rende disponibile al compimento del progetto di Dio per l’umanità, pur non comprendendolo fino in fondo, ma fidandosi, come già avevano fatto i suoi antenati all’epoca della fuga dall’Egitto.
Che nonostante i dubbi scaturiti da quell’annuncio, come dice l’evangelista Luca, “si alzò e andò in fretta” dalla cugina Elisabetta che aveva saputo essere stata anch’essa visitata dalla misericordia di Dio, che le aveva fatto il dono della maternità del Battista, rimanendo con lei “circa tre mesi”.
Mettendoci nei panni di Elisabetta, in un tempo in cui non esistevano strumenti di comunicazione a distanza, reali o virtuali, come non “dire bene” di una parente così premurosa nei suoi confronti?

Maria ed Elisabetta ci danno esempio non solo di una vera cordialità familiare, ma di una straordinaria riconoscenza per tutto il bene che è stato riversato nelle loro vite, bene che non hanno gelosamente nascosto in sé stesse, ma che hanno condiviso nella fraternità e nella profondità del loro incontro.

> Siamo ancora capaci di “dire bene” di chi ci sta accanto, di chi frequenta la nostra quotidianità? Non pensiamo solo ai “prossimi”, ma soprattutto ai “vicini”, familiari, amici, colleghi di lavoro, di studio, di pianerottolo, di quartiere… O siamo piuttosto abituati a rilevare ciò che di meno buono c’è in queste persone, dimenticando che anche noi condividiamo le stesse fragilità?

Siamo capaci di “dire bene”, di ringraziare Dio per tutti i doni che ci ha affidato, senza nostri particolari meriti o virtù?

“Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo seno”. Già lo Spirito Santo aveva suggerito ad Elisabetta la lode per la creatura che stava crescendo nel grembo di Maria. Quel bambino, il Figlio di Dio che per farsi ancor più vicino agli uomini ha deciso di assumere la nostra natura, di condividere le nostre pene, le angosce, le inquietudini.
Maria non è stata solo “incubatrice” di Gesù, ma lo ha accompagnato nell’infanzia e poi nel lavoro in famiglia, con Giuseppe; lo ha spronato a rivelare la sua natura a Cana, quando disubbidendogli ha invitato i servi a portare le giare d’acqua e a fare quanto avrebbe loro comandato; non è fuggita davanti allo strazio della croce, quando tutti i suoi discepoli, i suoi amici lo hanno rinnegato, si sono nascosti. Maria ha partecipato alle vicende umane di Cristo in modo tanto sobrio quanto potente, tanto silenzioso quanto coraggioso.
Sono rimasto colpito da una frase che un padre carmelitano ha rivolto ai giovani di Azione Cattolica solo qualche giorno fa; egli diceva più o meno così: “per un cristiano ci sono giorni in cui parlare di Cristo e giorni in cui dare testimonianza di Cristo; e quest’ultimi dovrebbero essere la maggior parte di essi”.

L’esperienza di Maria ben sintetizza questa espressione, suggerendoci la via da percorrere non solo per il nostro bene, ma per ottenere il bene di tutti: vivere giorno per giorno l’incontro con Cristo risorto facendo della nostra vita testimonianza di Lui, di quanto ci ha insegnato, di quanto ci ha rivelato del Padre e dell’Amore che Egli prova per ciascuno di noi. E non si può farlo se non attingendo con instancabile desiderio alla Parola, all’acqua viva ed inesauribile che dona sollievo alle nostre fatiche, ci aiuta a rialzarci dalle cadute.

> Che ruolo occupa l’incontro con Gesù nella nostra giornata? Proviamo a dare testimonianza della gioia che scaturisce da esso anche a chi vive con difficoltà il tempo della preghiera o lo ha dimenticato? Oppure cadiamo nella tentazione di essere testimoni “tiepidi” del Vangelo anche all’interno della nostra comunità?

Maria, la donna del “fiat”, ci insegna a non temere, a perseverare, ad abbandonarci dolcemente all’abbraccio misericordioso del Padre.

Sii davvero benedetta, o Maria, e per la tua instancabile intercessione possiamo ottenere la grazia di vivere veramente secondo il Vangelo e di partecipare, un giorno, assieme a te e ai tanti santi che ti hanno assunto a modello, alla gloria della vita eterna.

L. Morosin