Le donne e la teologia. Un frutto del Vaticano II

Fonte: Ricerca

Le Donne e il Conciliodi Cettina Militello*

Solo chi ha vissuto il passaggio del Vaticano II è davvero in grado di attestare di quanto è cambiata la comprensione dell’essere donna nella Chiesa. Dell’esser donna e dell’esser laici. Le due cose sono inseparabili. Ebbene, si è trattato di un passaggio certo non repentino. Le donne avevano voglia di esserci e di contare già da più di un secolo. E stabilisco questo termine, per comodità, ovviamente, senza dimenticare che di “femminismi” la cultura cristiana ne ha vissuti diversi. E’ però con la campagna antischiavista, cordialmente fatta propria dalle donne nord-americane, che le stesse si sono avvertite ai margini della società e delle Chiese. Da qui un percorso complesso che ha contagiato il vecchio continente e che, di fatto, è stato ininterrotto, malgrado i tentativi frequenti d’imporre frenate brusche e/o definitive.

Del femminismo a cavallo tra il secolo XIX e il secolo XX siamo soliti cogliere come aspetto eclatante la rivendicazione del diritto di voto. Prestiamo meno attenzione alla scolarizzazione delle donne, al loro progressivo accesso agli studi universitari, cui ha fatto seguito l’esercizio di professioni sin lì loro precluse. Se vogliamo, l’ultima frontiera accademica a cadere è stata proprio quella delle facoltà di teologia. Ancora una volta potremmo affermare, e a ragione, che di donne teologhe ce ne sono sempre state. Una donna, la prima al mondo laureata, aveva chiesto l’alloro teologico, ottenendo solo quello filosofico già nel secolo XVII. Proprio la anomalia del suo percorso conferma che mai, sino al secolo XX, le donne avevano varcato i santuari del sapere clericale, come discenti e poi come docenti. La loro lunga marcia, la rivendicazione congrua di visibilità ecclesiale, a mio parere, ha trovato risposta proprio nel loro fruire, ricercare e produrre teologia.

È chiaro che in ambito cattolico, tutto ciò ha avuto il suo momento di svolta nel Vaticano II. Durante i suoi lavori le donne sono state ammesse come uditrici nell’aula conciliare. Segno evidente che le si riconosceva, a pari, capaci di interloquire. Sappiamo che non avevano diritto di parola, non nelle sessioni plenarie. Non rimasero però in silenzio nei circoli di lavoro ristretti; contribuirono anch’esse alla elaborazione finale di Gaudium et Spes. In tutta coerenza, uno degli immediati frutti del Concilio fu l’ingresso delle donne nelle facoltà ecclesiastiche. Per essere precisi la legittimazione degli studi accademici per esse fu tutt’uno con il conseguimento dei primi dottorati in teologia. Ciò perché la lunga stagione che aveva preparato il concilio in qualche modo aveva già aperto ai laici il sapere teologico, anche se non a livelli propriamente accademici.

A me è toccato, grazie all’AC di allora d’aver fatto giovanissima un percorso qualificato, tale da meritare d’avere poi abbonati diversi corsi. L’avere già una laurea – le università pontificie si aprirono alle donne mentre frequentavo la facoltà di filosofia – mi esonerò da altri ancora, sicché, malgrado tutto, il mio percorso fu anch’esso “irregolare”, almeno al primo ciclo. Non per quelli successivi. Sono arrivata al dottorato diversi anni dopo. Ma a metà circa del percorso insegnavo già, cosa resa possibile dalla tipologia di quegli studi. La licenza, conseguita allora dopo quattro anni, abilitava all’insegnamento. Il dottorato coronava al livello più alto una ricerca che di anni ne assorbiva parecchi.

Queste notazioni autobiografiche vogliono aiutare a capire le dinamiche soggiacenti alla svolta, interamente iscritta nel passaggio conciliare. Essa, poi, può ricondursi a quattro principali istanze, strettamente connesse alle costituzioni conciliari: la partecipazione attiva nell’azione liturgica – la sottolinea ripetutamente Sacrosanctum Concilium; la riscoperta della soggettualità regale sacerdotale profetica del popolo di Dio, laici e laiche inclusi – essa attraversa Lumen Gentium; il ruolo del popolo di Dio tutto, anche dei laici e delle laiche, nello sviluppo della tradizione – si legga Dei Verbum; l’autonomia propria dei laici e il riconoscimento della loro specifica autorevolezza e competenza – li afferma esplicitamente Gaudium et Spes. L’architettura comunionale disegnata dal Concilio non lasciava più spazio a passività e marginalità, ma riconosceva a tutti, uomini e donne, chierici, religiosi/e, laici/che un compito proprio. Piaccia o no, le costituzioni conciliari, costituzioni dogmatiche tutte, inclusa quella “pastorale” hanno segnato una indubbia attenzione alla soggettualità del popolo di Dio, l’hanno fondata e promossa. In ciò certamente sintonici al respiro partecipativo di quegli anni, ma più ancora ai modelli ecclesiogenetici della comunità delle origini, non ancora attraversata da spinte divaricanti e/o depauperanti.

Sia chiaro, il Nuovo Testamento ci attesta una pluralità di modelli ed essi non sono omologanti. A fare la differenza è il riconoscimento reciproco della diversità accolta come dono, donde una articolazione di comunità più immediatamente duttile al soffio dello Spirito.

Nella vicenda complessa che ha estromesso quest’ultimo dalla comunità cristiana si è anche iscritta l’eclissi delle donne (e dei laici), la loro riduzione a condizione di minorità, insignificanza, subordinazione, cose tutte mitigate solo in chiave escatologica. La pur conclamata equivalenza nell’ordine della grazia mai ha seriamente inficiato quella subordinazione nell’ordine della natura, metabolizzata senza avvertirne l’incoerenza rispetto alla fraternità delle origini.

La modernità, malgrado le condanne, mutava però anche l’autocomprendersi della Chiesa; veniva fuori la pluralità dei soggetti ecclesiali, e dunque le donne stesse, entrate nel processo di trasformazione e mutamento, chiedevano di contare, d’essere “visibili”, “rilevanti”, “attive”. Già aduse alle scienze umane, nella flessione più ampia del termine, già attente interpreti della storia del cristianesimo, della letteratura cristiana antica e medievale, pongono immediatamente le loro competenze a servizio della parola di Dio, della liturgia, della teologia sistematica e della teologia pratica nelle loro diverse flessioni. La teologia delle donne è frutto coerente della possibilità finalmente acquisita di ricevere criticamente il patrimonio di fede. Il passaggio da discenti a docenti è immediato. La teologia che ne segue ha caratteri nuovi, diversi, militanti. Segna a mio parere la vera novità alla fine del secolo XX.

Anni fa l'”Istituto Costanza Scelfo per i problemi dei laici e delle donne nella Chiesa” ha messo a tema il protagonismo delle donne nella teologia del secolo XX; gli ha fatto seguito la ancor più mirata attenzione alle donne e al Vaticano II, non tanto nella prospettiva di un protagonismo relativamente ai lavori conciliari veri e propri, quanto nella disamina delle conseguenze e dunque della soggettualità acquisita in ambito liturgico, biblico, sistematico, pastorale.

La loro ricerca sul fronte della storia ha mostrato come le donne credenti siano state tra le vere protagoniste della prima stagione femminista. Se ne è colta altresì la presenza all’interno del movimento liturgico e del movimento ecumenico. Per non parlare del loro impegno attivo nell’associazionismo pre-conciliare. L’accesso allo studio, alla ricerca, all’insegnamento della teologia, ha velocemente prodotto un modello nuovo che investe non solo il cervello ma la persona tutta e la impegna, operativamente, nella costruzione di una Chiesa che recepisca l’istanza conciliare, senza per altro opporla o disgiungerla dall’impegno fattivo di trasformazione del mondo e della storia.

La disamina della teologia femminista, delle sue correnti, delle sue protagoniste, è stata fatta più volte. Personalmente sono convinta che l’approccio più qualificato, il frutto più esaltante va colto sul piano delle scienze bibliche. Le donne hanno riletto l’AT e il NT “con occhi di donna”. Ciò non soltanto ha restituito nel loro spessore figure e situazioni ignorate e marginalizzate, ma per così dire ha operato un correttivo circa l’irrilevanza delle donne nella storia della salvezza ribaltando certa unilaterale e infondata interpretazione misogina. Riscoprire le figure di autorità, la profezia femminile, la partnership delle donne nella cura e nella gestione delle comunità ha fatto fuori non pochi pregiudizi, non poche letture tendenziose.

Non meno importante la soggettualità liturgica delle donne affidata non tanto ai ministeri da cui restano escluse, ma al loro apporto alla scienza liturgica, alle sue fonti. Come dimenticare poi la loro opera di scrittura creativa nella partitura della liturgia riformata secondo le indicazioni del Vaticano II? Oltre la questione ministero c’è, infatti, la frequentazione poetica, l’immaginazione creativa della donne, resa matura proprio dallo studio e dal confronto con le fonti.

Sul fronte della teologia sistematica le donne si sono misurate con il dire Dio, con il mistero trinitario, con il mistero cristologico; hanno rielaborato i trattati relativi all’antropologia teologica, all’ecclesiologia, alla mariologia, alla creazione, all’escatologia. Non c’è attenzione che sia rimasta fuori dalla loro ricerca. Esemplifico con la mariologia. Maria non è più una sorta di semidea, lontana e irraggiungibile; si tratta ora di concepirla come creatura che interagisce con il disegno salvifico di Dio. Si tratta di coglierla come donna liberata e liberante, come trasparenza dello Spirito che operando in lei e con lei disegna scenari nuovi e inauditi. Ma, non mi stancherò di ripeterlo, nessuna di queste affermazioni sarebbe stata possibile senza il Vaticano II, le sue scelte, le sue svolte, il suo coraggioso mettere a tema una Tradizione che non nasce qualche secolo fa, ma al contrario, ha all’attivo due millenni, durante i quali le donne ci sono state ed hanno ecclesialmente operato. Le donne d’oggi, le teologhe, chiedono di far fruttificare questa lunga storia. Di far spazio alla Spirito grazie al quale la tradizione vive e cresce, volta al futuro, al regno di Dio che viene.

* Pontificia Facoltà Teologica Marianum