Messaggio del Vescovo per la Pasqua 2011

Mons. Ginfranco Agostino GardinFratelli e sorelle carissimi della Chiesa di Treviso, ancora una volta l’anno liturgico ci fa celebrare la Pasqua di Risurrezione.

Ancora una volta ci viene donata la Pasqua. La fede ci consente di riconoscere nel mistero pasquale di Gesù la vera radice di ogni nostra ragione di vita e di ogni nostra speranza.

C’è una parola che ritorna insistente nella liturgia pasquale, declinata in tante espressioni, tutte dense di significato: è la parola vita. In vari testi liturgici essa è contrapposta alla parola morte. Qualche esempio. «È Lui (Cristo), che morendo ha distrutto la morte e risorgendo ha ridato a noi la vita». «Siamo stati sepolti con Lui nella morte, per risorgere con Lui a vita nuova». E l’antica sequenza pasquale Victimæ paschali canta: «Morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello, il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa».

La Pasqua ci ricorda dunque, anzitutto, che dentro la nostra esperienza trova posto la realtà della morte. Non solo la morte fisica, come evento che prima o poi ci riguarderà tutti individualmente, e che comunque ci passa spesso accanto, strappandoci persone che ci sono care; ma anche altre forme di morte. Vi è, infatti, anche una morte spirituale, che può essere prodotta dal progressivo atrofizzarsi, fino a scomparire del tutto, della relazione con Dio, dal graduale spegnersi di un mondo interiore nel quale si alimentano le convinzioni e le esperienze più profonde e autentiche del vero cristiano.

Vi può essere poi un morire, o almeno un offuscarsi, dei valori “alti” della persona: il rispetto degli altri, l’attenzione ai più bisognosi, la condivisone con i più svantaggiati, l’edificazione di una società più giusta, il rispetto della legalità, la corresponsabilità nelle cose che appartengono a tutti, l’onestà nonostante i cattivi esempi, l’espletamento rigoroso dei propri doveri; e poi il riconoscimento del valore i della vita, della famiglia, dell’impegno educativo. Anche il solo attenuarsi della sensibilità verso questi valori, o l’indebolimento dell’impegno nei loro confronti, porta ad imboccare sentieri che allontanano dalla vita vera, riconosciuta nelle sue esigenze fondamentali e nelle sue risorse irrinunciabili.

Possiamo riconoscere segni di morte anche nel venir meno delle aspirazioni indispensabili per sostenere il cammino della vita: l’affievolirsi della speranza, specie nelle giovani generazioni che non vedono un futuro umanamente promettente davanti a loro, o in coloro che sperimentano forme di precarietà in settori vitali dell’esistenza, come il lavoro o una dignitosa retribuzione; l’indebolirsi di un significato forte della vita: la perdita di senso, in ciò che si è e in ciò che si fa, riduce la vita ad esistenza rassegnata, trascinata, subìta; il rarefarsi di relazioni umane mature e maturanti, solidali, cordiali, arricchenti.

È vero che questi segni negativi sono una inevitabile manifestazione di quella precarietà radicale che appartiene di suo alla nostra condizione umana. Da soli non saremo mai totalmente e definitivamente felici, o così solidi da affrontare qualunque crisi, o così invulnerabili da non conoscere alcuna malattia, eccetera. È vero tuttavia che proprio questi limiti, sperimentati quotidianamente, portano in se stessi una domanda, un desiderio profondo di superamento, di un “oltre”, di un “di più”.

Anzi, li riconosciamo come “limiti”, proprio perché “limitano” alcune aspirazioni vitali, irrinunciabili che avvertiamo dentro di noi. È su questa nostra realtà precaria, portatrice di segni di morte e, insieme, animata da domande di vita, che si immette la forza vitale della Pasqua. Nella Pasqua la contesa tra morte e vita, come racconta poeticamente la citata Sequenza pasquale, si risolve a favore della vita. Morte nel suo significato più vasto, vita nel senso più pieno.

Ed è per noi motivo di immensa consolazione il fatto che Gesù di Nazaret, Figlio di Dio in mezzo a noi, porti per sempre nel suo corpo risorto i segni della morte. Egli dunque conosce la nostra precarietà, ha percorso le strade polverose della nostra storia, ha sperimentato la fatica d una fedeltà assoluta ad una vita intesa come totale donazione di sé. Ma tutto in Lui è divenuto vita.

A Pasqua risulta evidente, come ci dice Paolo, che «tutte le promesse di Dio in Lui – in Cristo – sono sì» (2Cor 1,20).

Anche in noi, il no espresso nelle varie forme di morte che ho sopra evocato, può farsi sì. Il sì all’amore, alla solidarietà, all’amicizia, alla speranza, alla gioia, alla pace e, infine, alla vita eterna. Aperti al dono della Pasqua, diventiamo anche più capaci di riconoscere i vari segni di vita presenti, negli altri, nella chiesa, nel mondo, segni che spesso ci sfuggono. Segni posti da tanti cristiani, da tanti uomini di buona volontà, da tante persone semplici, da tanti “figli della luce”, che diffondono il “profumo di Cristo” che è la carità.

A tutti voi, con grande affetto, l’augurio di una Pasqua portatrice di quella vita vera che solo il Risorto sa donarci.