Mons. Luigi Saretta direttore de “La Vita del popolo” – Un cristianesimo appassionato e con il popolo

La firma di don Luigi Saretta compare esplicitamente nel settimanale de “La Vita del popolo” nel novembre del 1911. La sua scheda personale, conservata nell’archivio della curia vescovile di Treviso, sigla ufficialmente in quell’anno la sua nomina in qualità di direttore del giornale. E’ abbastanza probabile comunque che egli abbia iniziato a collaborare con il settimanale fin dal 1908. Non viene precisato invece l’anno in cui ha lasciato tale direzione: forse tra il 1914 e il 1915, anche se già nel 1914 viene riportata la sua nomina a vicario di San Nicolò in Treviso.

Una nuova generazione
La sua presenza nel settimanale cattolico fu breve ma, come vedremo, molto intensa. La sua giovane penna (è direttore a 26 anni) non si risparmia sulle questioni più calde del momento storico, senza per questo essere invadente.
I suoi cinque anni al giornale lo consacrano in qualche modo quale protagonista dei “giovani di mons. Longhin” del 1909: non intransigente, ma in cerca di tessere rapporti e forme nuove di impegno.  La sua direzione del giornale è accompagnata dalla partecipazione al rinnovamento della presidenza del Consiglio regionale delle Associazioni giovanili cattoliche del veneto: don Luigi ne è l’assistente ecclesiastico. Nel saluto, rivolto in quell’occasione ai partecipanti, si dice tra l’altro l’orientamento di fondo che egli intende perseguire: “Richiamare alla scuola del Vangelo tutti i giovani del Veneto per educarli all’amore della Religione e della Patria, non dimenticando mai che il fine al quale deve mirare ogni azione sociale ed organizzazione cattolica, specialmente giovanile, è la formazione della coscienza, il miglioramento dell’individuo, la restaurazione religiosa della società nel nome e nella fede di Cristo”.
Emerge già chiaramente la piena appartenenza di don Saretta al movimento di formazione delle nuove generazioni, che aveva sullo sfondo l’azione sociale dei cattolici trevigiani. Formazione morale e religiosa, assieme alla formazione sociale, tali da culminare nella plasmazione di nuove coscienze di credenti e di cittadini. Intenzione e impegno che egli condivide con il giovane Luigi Stefanini, allora studente universitario, e con il quale don Saretta sarà sempre in rapporto. Nel movimento cattolico trevigiano, che allora presidia con grande passione intellettuale e morale la realtà sociale, don Saretta si trova assieme anche a Giuseppe Corazzin, suo diretto successore alla direzione della Vita del popolo.
Anche senza allargare ulteriormente il quadro, risulta abbastanza chiaro che don Luigi Saretta entra in gioco in uno dei momenti cruciali della storia sociale ed ecclesiale trevigiana. Vi entra in buona compagnia: Stefanini e Corazzin sono solo i due nomi più noti di un folto gruppo di uomini cristianamente ispirati e di forte spessore culturale, in quel momento protagonisti senza pari della vita pubblica trevigiana.
Don Saretta giunge al giornale nel periodo immediatamente precedente alla Prima guerra mondiale, che è quello più ricco e insieme più inquieto sotto il profilo dell’impegno e della fantasia sociale dei cattolici trevigiani. E’ il periodo anche dei contrasti tra una vecchia generazione di intransigenti paganuzziani e questi nuovi giovani, tanto intraprendenti in fatto di azione quanto intellettualmente più avvertiti nei confronti dei problemi sociali e politici. Forse è proprio a partire da questi contrasti, che nel 1915 il vescovo Longhin invia don Saretta parroco a San Donà: è la vicenda Cappellotto che spinge il vescovo a dimettere la direzione diocesana del Movimento cattolico trevigiano e a licenziare Saretta dalla Vita del popolo.

Un giornale per formare e far crescere
E’ interessante osservare subito nella Vita del popolo degli anni di don Saretta, l’ampio spazio che viene accordato all’opera formativa del Movimento Giovanile Diocesano, del quale egli è punto di riferimento. Intendo dire che si nota una “Vita” decisamente più attenta alla giovane generazione e alla sua crescita. Il linguaggio spedito e diretto sancisce una sorta di occhio di riguardo per i giovani.
Vi è una ripetuta insistenza sugli assi portanti dell’ “istruzione religiosa” dei giovani, che viene articolata nella catechesi, negli orientamenti morali e anche nella costituzione concreta di biblioteche popolari cattoliche distribuite nel territorio.
In secondo luogo si insiste sulla centralità dell’agire sociale, articolato secondo lo spirito e l’organizzazione sindacale: favorire la costituzione di circoli per riunire i giovani lavoratori e scoprire “l’importanza delle leghe operaie”, scrive don Saretta. Questi circoli di fatto devono aiutare i giovani a formarsi “all’idea e alla pratica sindacale”, mediante “lo studio e la preparazione”.
In terzo luogo emerge, nei ragionamenti di don Saretta, la preoccupazione di dare corpo anche ad una cultura politica per i giovani. Ripete che “i giovani non vanno gettati nella mischia”: ci vuole una formazione cristiana atta a formarli –diciamo noi- ad una vita pubblica nella sua integralità: voto, diritti civili, partecipazione nel posto di lavoro e nei diversi aspetti del sociale. E’ chiaro che don Saretta guarda alla formazione di giovani che siano dei cristiani capaci di stare nel pubblico con le proprie gambe, e grazie alla maturazione di convinzioni ben fondate.
Infine, un’ultima annotazione più generale, che meriterebbe più spazio. Con don Saretta alla direzione del giornale si nota che la parola “popolo” ricorre assai meno degli anni precedenti nei titoli. Per lui il popolo è la realtà decisiva: non c’è spazio per il paternalismo, “noi siamo al servizio del popolo”. Teme di fare un cattivo servizio al popolo, se si inflaziona la sua evocazione. E’ lontano da un facile populismo, che allora poteva albergare anche nel linguaggio e nell’intenzionalità operativa della chiesa, e invece più prossimo ad una nuova visione popolare. La differenza sta nel fatto che mentre con il primo si solleticano anche gli elementi più disordinati del popolo, con il secondo si fa appello alla sostanza morale di cui il popolo è portatore per l’intera società, vedendolo come protagonista e non come gregario di disegni diversi ed esterni.

Il Vangelo nella vita
Nel giornale compare la sigla “sl” per firmare anche una rubrica nuova: “Il Vangelo nella vita”, una rubrica che inizia nel 1911. Leggendo e cercando di cogliere la trama di questa nuova rubrica, emergono con originalità almeno tre elementi interessanti.
C’è una forte insistenza sulle tematiche morali (sessualità, famiglia, pudore, bestemmia…), a rispecchiare una cultura religiosa assai diffusa. Ma gli accenti di novità sono altri. Anzitutto  l’approccio, nel senso che tutti questi temi, trattati con un registro sostanzialmente comune, sono invece collocati al di là di una prospettiva moralistica e nel segno di una “crescita” delle persone. Il rigore morale cioè è presentato come occasione di riscatto per le persone, soprattutto per i più poveri e i meno istruiti. In secondo luogo l’altra novità è data dallo spazio crescente che vi acquistano i temi e la sensibilità di una vera e propria morale sociale.
Il secondo elemento è rintracciabile nel continuo riferimento ad un cristianesimo decisamente militante, ben riassunto da questo versetto del vangelo di Matteo: “Gente di poca fede, perché temete?”(Mt. 8,26). Don Saretta è per un cristianesimo battagliero e non di rimessa. Una fede d’attacco piuttosto che da centrocampo, meno ancora di difesa. L’insistenza è’ sull’affrontare , sullo stare pronti, sul vigilare. Approccio da collegare forse allo pseudonimo di don Saretta: “Ardens”, un cristianesimo ardente, fatto di “coraggio e di azione”.
In questa rubrica infine si nota un meditare che si articola attorno ad una cristologia forte. Il riferimento è sempre a Gesù e si punta ad un modello cristiano alto ed esigente, radicato nella parola evangelica. Ecco, con le parole di don Saretta, quale stile ne viene fuori:
“E’ proprio questa la caratteristica essenziale delle opere con cui la Divina Provvidenza dirige e governa la società. Non delle opere grandiose, alimentate dal fasto e dalla superbia degli uomini, Ella si serve per attuare i suoi disegni in mezzo all’umanità, ma delle anime più neglette, più trascurate e delle opere meno appariscenti”. Ciò che conta, continua don Saretta, non è “tanto una manifestazione imponente delle forze cattoliche, non tanto una rumorosa vittoria elettorale, non tanto un trionfo clamoroso sul campo politico (che) possono valere alla completa restaurazione sociale, quanto l’azione umile per formare nel popolo una vera coscienza cristiana. Dobbiamo anzitutto seminare e coltivare il minuto granello di senape, dobbiamo rinnovare i cuori e le coscienze” ( da La Vita del popolo, 11/2/1911).
Un modello cristiano alto ed esigente, si diceva, ma fuori dagli schemi e dal linguaggio di un ascetismo unilaterale e di un dolorismo consumato, almeno per la cultura religiosa di quel tempo. Infatti, scrive don Saretta circa la gioia cristiana, “Il precetto di Cristo che comanda di soffrire, non ci vieta, ma santifica le vere gioie dello spirito. Quanta gioventù sconsigliata non rifugge dalla morale evangelica, credendola troppo rigida ed austera, perché non sa che non il sorriso di un amico, il palpito di un amore innocente, gli splendori della natura e dell’arte, le nobili contese e le glorie nel campo della scienza essa ci vieta, ma soltanto ci sorregge al limitare della colpa, impedendo a noi di macchiare il candore del nostro affetto” (ivi, 6/5/1911).
Nello stesso tempo è da notare, dato l’approccio allora più diffuso, la grande attenzione che la rubrica riserva al tema del perdono, di Gesù che accoglie e purifica, piuttosto di quello di un Dio che giudica e condanna senza appello. Certo non mancano il peccato e anche il giudizio, ma sono orientati chiaramente al gesto di Gesù che comprende e ridona ogni volta speranza.

Un giornale di lotta
Più in generale, osservando la “Vita del popolo” prima e dopo la direzione Saretta, cosa si nota e che cosa balza in primo piano?
Anzitutto colpisce la dura e continua battaglia per la scuola cristiana e l’istruzione religiosa nella scuola, entrambe accompagnate sempre da una puntigliosità di informazioni e di dati, e con una buona conoscenza della legislazione vigente allora. L’insegnamento religioso è un vero e proprio architrave della politica editoriale di don Saretta. C’è la convinzione che l’istruzione religiosa emancipa e libera le persone alla loro piena umanità e le riscatta da arcaiche sottomissioni. Vi è anche un sacerdote che paventa gli esiti disastrosi di una scristianizzazione rozza e volgare della società liberale e massonica, che in questo punto condivide la linea aspra di un ateismo socialcomunista. Il laicismo scolastico viene sentito come un’azione che diminuisce il processo formativo e consegna le giovani generazioni ad un materialismo volgare.
Il giornale reagisce costantemente ad una dominante cultura anticlericale. La novità sta nel come don Saretta orchestra la reazione a questa mentalità diffusa. Egli risponde prima di tutto tracciando il volto del prete. Due le caratteristiche: un prete che sta in mezzo al popolo e non si risparmia mai. Un prete che sta su tutti i fronti. E poi un prete che non rinnega le sue origini popolari, fatte di valori autentici del popolo, in cui la fede primeggia come retaggio decisivo del vissuto popolare.
La reazione del giornale inoltre è costante anche contro gli attacchi massonici alla figura del prete e più in generale del clero trevigiano. Cerca sempre di mostrare la banalità dei luoghi comuni che vengono messi in circolazione.
Nella stessa linea, infine, reagisce alle critiche socialiste mostrando che la cultura cattolica in generale e l’agire del prete in particolare, sono tutt’altro che un oppio per il popolo. Cultura cattolica e agire pastorale del prete sono sempre presentati nella loro forza dirompente, tanto sul piano della esigente condotta personale quanto sul versante della morale sociale.

Nel giornale vi è anche un’altra rubrica fissa, “Azione cattolica”, in cui emerge un altro riferimento costante e pressante: la Rerum novarum. Mai come nella direzione Saretta ritornano le citazioni e i commenti alla grande enciclica sociale di Leone XIII. Sono costantemente ripresi i seguenti orientamenti: la difesa dei più deboli; il ruolo dello stato in difesa dei diritti delle classi più sfruttate e povere; l’affermazione della proprietà privata e insieme del fatto che essa non deve diventare causa di conflitti sociali; l’appello pressante ad associarsi ed organizzarsi tra cattolici; il mostrare sempre la via delle riforme sociali.
Emerge poi un giornale che è aperto come non mai al cattolicesimo sociale europeo (Francia, Belgio, Germania). Il maestro di don Saretta è Giuseppe Toniolo, che viene intervistato da “Vita” il 21/6/1913. La visione e l’argomentare degli scritti di don Saretta risentono con luminosità del pensiero del Toniolo e dell’apertura europea che il Toniolo offriva. L’apertura al cattolicesimo sociale europeo approfondisce e allarga la visione sociale di don Saretta. Ad esempio, lo sguardo europeo lo porta a dare sempre più importanza al principio di organizzazione sociale, che prende corpo nel sindacato e nelle organizzazioni professionali. Collegato ad esso don Saretta mette in luce il principio di non violenza che contempla caso mai il ricorso anche allo sciopero. Dal contesto europeo inoltre, ma anche dall’insegnamento del Toniolo, egli prende il principio dell’arbitrato, che per certi versi è una premessa a quello che noi oggi chiamiamo il valore della cultura e del metodo della concertazione. Lo stesso principio formativo, “con finalità morale e non elettorale”, spinge don Saretta a coniugare l’opera di istruzione con quella dell’organizzazione concreta dei lavoratori, secondo lo stile della formazione-azione. Infine don Saretta promuove anche il principio della laicità propria dell’agire del cattolico, laddove ciò significa che le organizzazioni cattoliche agiscono senza dipendere dall’autorità ecclesiastica pur avendone un certo riconoscimento.
Con don Saretta la “Vita del Popolo” si caratterizza sempre di più come “un giornale che deve aprire la strada”. Non deve essere puramente difensivista ma fare da apripista al movimento sociale cattolico trevigiano. In questa prospettiva, don Saretta dispone il giornale ad una forte attenzione e cura spirituale e morale per gli emigranti, informando sulle piccole cose di servizio fino appunto all’accompagnamento morale e religioso, con l’evidente intenzione di fare in modo che i nostri emigranti non perdessero le loro radici culturali e religiose. Da notare anche il fatto che sotto la sua direzione la presenza delle Casse Rurali acquista un nuovo peso. Egli insiste e rilancia le ragioni morali per sostenere l’opera delle Casse Rurali: “non si fa speculazione scrive don Saretta, ma il denaro resta nel paese”, va “ad aiutare i conterranei galantuomini” che lo useranno per i loro “onesti interessi”, cioè per il “benessere del paese”. Don Saretta insiste sul fatto che l’unico scopo delle Casse Rurali è quello di “giovare al popolo”.

Considerazioni conclusive
La struttura culturale e lo stile sono quelli di un uomo, un cristiano e un prete –don Luigi Saretta-, che è fatto per risvegliare le coscienze, scuotere gli animi, quindi non solo un organizzatore ma un leader completo. Egli dalle pagine del settimanale invita il popolo a protestare, ad avere il coraggio cristiano, è un acceso polemista. Riesce a fare sintesi di alcuni aspetti in un momento storico per molti versi convulso e disordinato: “Più istruzione, egli scrive, più serietà, più disciplina, più rispetto pratico alla volontà dei Superiori”. Per risvegliare le coscienze egli propone ad esempio di trattare i seguenti temi: “un po’ di sociologia cristiana, un po’ di legislazione operaia, di storia della Chiesa, di geografia cattolica, di politica”. Egli è un leader che non vuole cristiani gregari ma tutti protagonisti.
In questi anni don Saretta emerge con una figura di grande spessore e acume culturale, per certi versi carismatica. Non è un solitario: c’è tutto un gruppo di preti e di giovani laici del quale egli fa parte e del quale egli gode la stima.
Certamente, è anche un attivista: organizza gare per i giovani e organizza attorno alla “Vita del Popolo” una serie di rapporti con i militanti sociali e con le Casse Rurali (si batte costantemente perché siano in regola).
Si destreggia tra le ideologie, liberale e socialista, con grande capacità critica e padronanza delle questioni teorico-politiche. Il cattolicesimo sociale si delinea per lui come altra cosa rispetto ad entrambi. Del liberalismo teme la prevaricazione del diritto di proprietà e la strumentalizzazione della religione; critica “il monopolismo del panteismo statale”, tipico della visione statalista liberale. Del socialismo teme la sovrapposizione ambigua con l’azione sociale dei cattolici, ne critica aspramente la violenza rivoluzionaria e l’ideologia del collettivismo che sta sullo sfondo.
La sua scrittura è schietta, diretta, intenzionata a tagliare con visioni e pratiche, anche interne alla chiesa e al movimento cattolico, eccessivamente esposte alla paura da una parte e dall’altra più attenta ai tatticismi che all’urgenza dei tempi.
Su tutto, si respira nel giovane don Luigi Saretta l’energia e la genuina passione che il cristianesimo in dialogo e in contestazione con la storia, diventa capace di mettere in circolazione nei cuori e nelle intelligenze, là dove trova uomini disposti a fargli spazio senza mezze misure.

Lorenzo Biagi
direttore del settimanale “La Vita del Popolo”