Monsignor Mistrorigo e il seminario diocesano. Intervista a due rettori

mons. Antonio Mistrorigo (1912-2012)da Seminario

Lasciando agli storici il compito di valutare ed interpretare in modo analitico il rapporto tra mons. A. Mistrorigo (1912-2012) ed il Seminario diocesano, abbiamo chiesto a mons. Severo Dalle Fratte e a mons. Cleto Bedin, entrambi rettori rispettivamente del Seminario Minore e Maggiore, un ricordo del Vescovo recentemente scomparso e che ha guidato la nostra diocesi per oltre 30 anni.

Mons. Dalle Fratte, quale è stato il contributo di mons. Mistrorigo nel rinnovamento del nostro Seminario diocesano?

Mons. Severo Dalle Fratte: Il Vescovo mons. Mistrorigo è stato l’autore fondamentale del rinnovamento del Seminario diocesano. Agli inizi degli anni Settanta il nostro Seminario diocesano attraversava una grande difficoltà per il permanere di una struttura della vita del Seminario ancora legata alla impostazione tridentina. Fu allora che mons. Mistrorigo, d’accordo con il vicario generale mons. Guarnier, nel giugno 1974, mi chiese l’obbedienza di essere nominato Rettore di tutto il Seminario. Sempre sostenuto dalla volontà e dalla fiducia del Vescovo, dopo aver avviato i corsi scolastici dell’autunno, in alcuni mesi, mi sono reso conto che il Seminario non poteva andare avanti così, ma, se non si provvedeva subito con una radicale riforma, era preferibile chiuderlo, come già succedeva in qualche altra diocesi. Mons. Mistrorigo, debitamente e dettagliatamente informato sulla grave situazione, mi invitò a preparare una puntuale relazione sulla stessa situazione per informare opportunamente tutto il clero della diocesi in una assemblea generale. Questo avvenne il 24 giugno 1975, quando, di fronte a una grande assemblea di sacerdoti diocesani fu dato al Vescovo il consenso per l’attuazione del progetto di rinnovamento radicale del Seminario.

Com’è nata l’idea di strutturare il Seminario in quattro comunità?

Mons. Severo Dalle Fratte: L’idea è nata, prima di tutto, dal nuovo concetto di formazione dei futuri presbiteri. Non si doveva più pensare il Seminario diocesano come un’unica istituzione in funzione della preparazione dei giovani alla vita sacerdotale fi n dal loro primo ingresso nell’istituto. Per questo, nell’estate del 1975 il vescovo Mistrorigo decise di attuare il progetto di trasferimento temporaneo della sede del Seminario maggiore a Campocroce di Mogliano Veneto, con una iniziale appendice di gruppo per le vocazioni giovanili-adulte presso la canonica di S. Bona. Inoltre veniva ufficialmente istituito il Seminario minore, distinto in due comunità logisticamente separate: la Comunità Giovanile e la Comunità Ragazzi. Contemporaneamente, è stata avviata la nuova vita delle comunità: educatori ed educandi dovevano fare vita comune. A queste fondamentali novità, si aggiungeva, per il Seminario minore, la distinzione tra il tempo scolastico e il tempo domestico. Gli alunni dovevano iscriversi alle scuole pubbliche, parificate o statali, come tutti gli altri ragazzi, mentre la vita comunitaria era centrata sulle relazioni fraterne. Quando i tempi furono maturi la Comunità Teologica e il Gruppo vocazionale di S. Bona fecero ritorno a Treviso, per continuare l’esperienza di vita della due Comunità attuali.

Mons. Bedin, qual è il suo personale ricordo di mons. Mistrorigo?

Mons. Cleto Bedin: Per quello che mi pare di aver capito, anche da testimonianze di altri collaboratori, il Vescovo Mistrorigo amava veramente il Seminario. Non bisogna dimenticare che da giovane sacerdote era stato Vicerettore del Seminario di Vicenza, servizio da lui svolto con grande entusiasmo e passione. Un’esperienza importante che gli era rimasta nel cuore. Come Rettore, fin dai miei primi contatti con lui per affrontare i vari problemi, il mio ricordo è di un Vescovo che ha sofferto molto per il Seminario a motivo dei cambiamenti repentini e improvvisi che avvenivano. Egli si sforzava di entrare nella nuova mentalità cercando di informarsi con i collaboratori più vicini, ascoltava, ma restava perplesso e titubante. Vedeva però che bisognava fare scelte nuove, ci pensava, tornava a pensarci e decideva sempre con sofferenza e con gradualità: «Andiamo avanti -diceva- a piccoli passi». Era un cambiamento radicale rispetto alla situazione vigente, cambiamento sostenuto decisamente da una parte del clero più informato sulle nuove esigenze formative, ma non tanto capita o addirittura contestata da altri Sacerdoti (ed erano parecchi) che non condividevano queste scelte. C’è stato poi un secondo periodo del mio servizio in cui ripetutamente il Vescovo Mistrorigo mi manifestava la sua soddisfazione e la sua fiducia per il Seminario. Riconosceva che la riforma aveva portato buoni frutti: la forte crescita numerica degli studenti di teologia, la qualità formativa, che gradualmente si era costruita attraverso un metodo e un progetto educativo chiaro e definito, la positività della vita comunitaria e delle esperienze pastorali nel fine settimana. Mons. Mistrorigo era deciso nell’incoraggiarmi e mi invitava alla fiducia: «Noi sappiamo la strada che dobbiamo fare, andiamo avanti, i frutti ci sono», diceva. Perciò, concludo, penso che nel secondo tempo mons. Mistrorigo sia tornato fiducioso del Seminario e certamente ha goduto dei frutti buoni che ha visto crescere.

Quali intuizioni e prospettive di quella stagione di rinnovamento del Seminario ritiene ancora validi per oggi?

Mons. Cleto Bedin: Penso che proprio con il tempo alcune scelte si sono confermate e si presentano valide tuttora. Le ricordo brevemente:

a) Una formazione umana e spirituale. Proprio in quei tempi di contestazione culturale emergeva con forza il rischio di una formazione presbiterale spirituale disincarnata. La scelta che fin da allora ci ha guidati è stata quella di curare una spiritualità incarnata, che presta attenzione a tutti gli aspetti culturali e psicologici della vita del giovane, conducendolo a una sintesi che ha la sua centralità nella vita interiore di comunione con il Signore.

b) Una formazione comunitaria. Per superare il rischio dell’individualismo la nuova vita del Seminario Maggiore è stata impostata con precise scelte comunitarie di condivisione, di confronto e di collaborazione come le assemblee comunitarie, i servizi comunitari, ecc… Sono forme molto semplici, ma nel cammino quotidiano offrono mezzi e modi per aiutare il singolo ad uscire dal suo isolamento ed egoismo ed imparare a condividere, a confrontarsi, a collaborare, a decidere insieme.

c) La condivisione di vita degli Educatori. Sempre per vivere una vera vita comunitaria è stata fatta la scelta che i formatori (Rettore, Padre Spirituale, altri Educatori) non vivessero isolati dai giovani, ma insieme con loro, con le loro stanze tra quelle dei giovani, partecipando con loro al pranzo, alla preghiera. Certo questo modo di vivere chiede qualche sacrificio ad essi, domanda tempo e presenza educativa più ampia. Però dà grandi vantaggi di testimonianza di vita, di conoscenza dei giovani, di immediatezza di comunicazione: in una parola, di una presenza educativa molto più incisiva.

d) Le esperienze pastorali. Un’altra scelta educativa è stata quella di accompagnare la formazione degli studenti teologi con la frequentazione, il fine settimana, della vita parrocchiale. È stato un modo di dare un percorso formativo molto più naturale a futuri pastori chiamati domani a vivere la vita della parrocchia. Inoltre c’è pure la possibilità di condividere con i Sacerdoti preoccupazioni e progetti pastorali quotidiani e infine di esercitarsi in esperienze dirette, pur limitate, in vari ambiti di servizio con ragazzi, giovani e adulti. È una presenza che certo deve restare limitata rispetto alla centralità dell’impegno formativo teologico personale, ma particolarmente utile, anzi in qualche modo diremo indispensabile, proprio per dare loro una formazione più ricca e completa.