Nuovi stili di vita non si improvvisano

I. Osservando la realtà

1. La polarizzazione
Il 5% della popolazione più ricca della terra ha un reddito che è 114 volte il reddito del 5% più povero. Nel 1913 il divario era da 11 a 1, nel 1960 da 30 a 1.
Bastano queste cifre per mostrare come il nostro sistema tenda ad andare verso i limiti estremi, ad esasperare il divario. E’ quello che si intende per “polarizzazione”.
Così assistiamo ad una distanza sempre maggiore tra redditi dei ricchi e redditi dei poveri e anche ad un consumo squilibrato delle risorse naturali. I cosiddetti “paesi sviluppati” (Europa, Nordamerica, Giappone, Australia) consumano i 3/4 di risorse disponibili sul pianeta.

Quello che avviene a livello mondiale si ripropone all’interno delle aziende: lo stipendio dei top-manager è da 20 a 40 volte superiore allo stipendio dell’operaio a livello più basso.
Si tratta semplicemente di un fenomeno a cui rassegnarsi ? Oppure è possibile agire per ridurre queste palesi ingiustizie e per orientare verso una maggiore equità?

2. Consumo ed istigazione al consumo.
Il grande protagonista della vita economica sembra essere, accanto all’imprenditore, il consumatore. Ad esso viene chiesto, in un modo o in un altro, di consumare sempre di più. Il ragionamento che viene fatto è semplice: se calano i consumi, cala anche la produzione; se cala la produzione prima o poi le aziende vanno in crisi e devono licenziare i propri dipendenti, aumenta la disoccupazione ed i disoccupati – che hanno ovviamente meno soldi a disposizione – acquistano di meno. In tal modo si viene tuttavia ad innescare una spirale senza limiti tra produzione e consumo.
Il PIL (Prodotto Interno Lordo) del Friuli-Venezia Giulia e del Veneto è formato per circa il 60% da spese per consumi finali delle famiglie: siamo, dunque, una civiltà che consuma molto, mentre la quota dedicata agli investimenti è relativamente bassa.
L’Amministrazione Regionale del Friuli-Venezia Giulia ha già approvato un piano secondo il quale in provincia di Pordenone sono già stati autorizzati ulteriori 100.000 metri quadri per la grande distribuzione. Il che vuol dire l’esistente moltiplicato per 10.
Le cose non vanno molto diversamente nel Portogruarese: la superficie complessiva già accertata delle grandi strutture di vendita è di 28.013 mq (suddivisi in tre strutture). In corso di definizione 3.980 mq (destinati ad un’unica struttura).
E’ naturale che un tale colossale investimento può reggersi solo se c’è una continua istigazione al consumo. Le aperture domenicali indiscriminate rappresentano, a questo proposito, solo un esempio. L’induzione al consumo è sistematica e scientifica e porta ad assumere comportamenti discutibili non solo sotto il profilo etico, ma anche civile.
Così i centri commerciali si propongono non solo come occasione di scambio (acquisto/vendita), ma come luoghi di incontro. Il business ha già capito che non si guadagna più dando solo oggetti: bisogna offrire situazioni emotive. Ed il marketing ha avvertito la necessità di verificare a quale gruppo appartiene un individuo per vendergli le icone e le immagini, i segni di distinzione della sua “tribù”.

3. Difficoltà ad andare controcorrente.
La ricerca dei beni materiali fa parte della condizione umana. Accade però che l’avere sia messo al centro della condizione umana, quale unica realtà che dà senso all’esistenza.
Così oggi avere equivale ad essere. E quindi avere meno è essere di meno.
Bambini ed adulti, giovani ed anziani sembrano tutti ugualmente sottomessi a questi comportamenti e modelli di vita. Il consumare diventa quasi una nuova religione e la felicità assume i connotati di un possesso e di un consumo senza limiti.
Davanti a questa realtà non pochi hanno la sensazione di essere educatori impotenti ed inutili. Molti genitori, insegnanti, formatori si sentono sviliti, contestati, bocciati. Coscienza e costume sociali si sono modificati notevolmente. Si spinge ad occupare i primi posti, a guadagnare di più, ad essere più spettacolari degli altri, piuttosto che a considerare gli altri parte essenziale ed integrante del proprio cammino. La pressione sociale porta a fare dei propri figli personaggi di spicco, atleti, uomini e donne di successo, competitivi nella società del benessere. E ci si dimentica di far loro acquisire le virtù che li rendono veramente umani: l’onestà, la giustizia, la sobrietà, la fortezza, la bontà, la fede.