Omelia di don Enrico Gaetan, direttore dell’Oratorio

I fedeli transitano presso l'urna di Don Bosco nella chiesa dell'OratorioXXXIV T.O. Anno C – Oratorio S. Donà, 24 novembre 2013
Solennità di Cristo Re – Peregrinazione dell’urna di don Bosco
La solennità di Cristo Re che oggi celebriamo segna il termine dell’anno liturgico e dell’anno della Fede. E’ tempo di bilanci! Per il nostro Oratorio, per le nostre comunità educative, per le nostre famiglie, per i nostri giovani, lungo quest’anno ci sono stati due eventi, oserei dire due segni, meglio ancora, due doni inequivocabili della Grazia.
In meno di 10 mesi abbiamo avuto due visite speciali e importanti: a gennaio è venuto nel nostro oratorio don Pascual Chavez, 9° successore di don Bosco. Oggi tra noi abbiamo don Bosco stesso. Sono segni di una presenza viva, di un legame forte, di un affetto profondo che da 85 anni lega i salesiani e questa città.
In questo momento, nel mio cuore si mischiano 2 sentimenti: imbarazzo ed emozione.
Imbarazzo: perché è difficile scegliere cosa dire di don Bosco. Quei 18 volumi appoggiati sui cuscini colorati, che i nostri giovani hanno portato in processione e posto attorno all’urna, raccolgono tutta la sua vita. Don Bosco è una miniera da scoprire, un santo da conoscere, un educatore da prendere come riferimento. La sua è stata una vita intensa e spesa tutta e interamente per Dio e per i giovani… davvero di don Bosco si può dire: fino all’ultimo respiro!
Emozione: per la mia vocazione, per quella di tanti salesiani come me, di tanti animatori, ex allievi, di tanti amici che hanno conosciuto e sono stati affascinati e catturati da don Bosco. E questa emozione ora si traduce in gioia e gratitudine. E’ bello potergli dire grazie perché da quando l’ho conosciuto (ero alle scuole medie), non ha mai smesso di affascinarmi e di rendere piena la mia vita.
Grazie don Bosco perché mi hai avvicinato al Signore e quel sogno che tu hai fatto a 9 anni sta continuando nella mia vita. E sono contento di essere figlio di un sognatore che ha lavorato per il Regno di Dio!
Non so se don Bosco tra i tanti sogni ne avesse fatto uno anche sul nostro oratorio ma, come mi ha suggerito qualcuno, probabilmente ne aveva già intravisto il contorno sfumato, ne aveva percepito il calore, la vivacità, la bellezza…
Ad ogni modo oggi mi piace pensare che don Bosco si è scomodato per venirci a trovare; ha sentito quel canto che per tanti anni intere generazioni hanno ripetuto: “don Bosco ritorna tra i giovani ancor“.
Ed è stato di parola! Dopo aver girato il mondo, adesso è lui a farci il dono della sua presenza, è lui a muoversi per primo. Don Bosco viene a passare un po’ di tempo con noi. Ma per incontrarlo davvero è necessario che anche ciascuno di noi si muova un po’ dalle proprie comodità, dai propri agi, dalla propria pigrizia. La sua visita non servirà a nulla se non smuove la nostra fede.
È l’occasione, questa, per metterci in discussione, per verificare a quale punto siamo nel nostro cammino di fede; per capire a quale altezza ci troviamo sulla strada di santità che Dio ha sognato per ciascuno di noi.

I giorni scorsi qualcuno mi ha confidato: “mi fa un certo che venire a pregare un manichino”! Lo diceva come se don Bosco fosse un morto, una mummia. Ho preferito interpretare quella domanda come: perché ho bisogno dei sui resti mortali per confrontarmi con lui? Non posso farlo da casa o semplicemente leggendo la sua vita? Non basta conoscerlo da quello che fanno i salesiani? Perché proprio le Reliquie?

Le Reliquie dei Santi ci ricordano prima di tutto che essi sono uomini concreti, realmente vissuti sulla terra, come noi. Non sono stati personaggi dotati di superpoteri magici. Quello che li ha resi grandi e che continua a renderli tali non è nient’altro che la Fede testimoniata nel corso della loro vita.
E ora, proprio perché vicini a Dio, intercedono, si fanno nostri portavoce presso la misericordia di Dio. Non è dunque la “mummia” di Don Bosco che andiamo ad adorare, né ci stringiamo in modo macabro attorno al corpo di “un morto”.
E’ con gli occhi della Fede che ci avviciniamo all’Urna, con l’affetto e la gratitudine sincera di chi vuole bene, con il cuore disponibile di chi vuole accogliere e fare proprio. Vogliamo farci aiutare proprio da Don Bosco, dalla sua Fede, per arrivare a Dio, presentando a Lui le nostre fatiche e paure, le nostre richieste, i nostri sogni.

La presenza di don Bosco è la certezza di avere un “alleato”; è certezza che dove non arriverà la nostra fiducia in Dio… Don Bosco ci aiuterà con la sua!

Nella solennità di oggi, la Chiesa ci ricorda che Gesù è re. E’ re non perché comanda ma perché serve; serve gli uomini, e li ama al punto da dare per loro la vita e così offrire loro l’accesso a una vita infinitamente migliore. Don Bosco ha percorso la stessa strada, quella del servizio ai giovani. Li ha spesso tirati fuori dalle situazioni più difficili, quelle di solitudine, di abbandono, di degrado morale per renderli, sì, persone migliori, ma soprattutto per salvare la loro anima.
Nell’800 a Torino non mancano i preti: ce n’è uno ogni cento abitanti! Tanti di questi preti pensano e dicono che don Bosco, con le sue stravaganze, con l’abbassarsi a partecipare ai giochi dei ragazzi, con il permettere che questi lo accompagnino con tanti schiamazzi irriverenti, compromette il decoro del sacerdote.

Però Don Bosco ha capito che il decoro del prete è rendersi piccolo, all’altezza di ciascuno. Egli si fa loro servo, si mette a loro disposizione, va a cercarli nei cantieri e nelle botteghe, passa tempo con loro: cosa impensabile a quell’epoca! Non per niente volevano rinchiuderlo in manicomio!

C’è una espressione di un poeta tedesco che mi piace ricordare. Dice: “il più grande sovrano è quello che si fabbrica un trono nel cuore degli uomini”. Come non legare queste parole a quelle di don Bosco: “L’educazione è cosa di cuore, e Dio solo ne è il padrone, e noi non potremo riuscire a cosa alcuna se Dio non ce ne insegna l’arte e ce ne dà in mano le chiavi”. Don Bosco è stato quel re capace non solo di costruirsi un trono nel cuore dei ragazzi ma di farsi consegnare addirittura le chiavi per aprire le porte del palazzo.

“Da mihi animas coetera tolle” dice la frase latina che accerchia l’urna. Contano le anime non il resto! E don Bosco lo aveva capito: voi giovani siete tutti ladri – aveva detto – mi avete rubato il cuore! Ecco la sua grandezza: si è costruito un trono nel cuore dei ragazzi. Aveva capito che era importante prendere i giovani dal lato del cuore, perché sapeva che all’amore nessuno resiste.

C’è un fatto della vita del nostro santo al quale sono particolarmente affezionato e che dice cosa significa possedere il cuore. Siamo intorno al 1846: Don Bosco si ammala gravemente; è sul punto di morire. Quando la notizia si sparge, i ragazzi si mettono in moto: pregano giorno e notte, fanno digiuni e sacrifici. All’altare della Madonna c’è sempre qualcuno che prega per lui. Dio li ascolta.
La forza della preghiera sincera e fiduciosa arriva a toccare il cuore di Dio. Quando penso a tutto questo la mia emozione si fa ancora più grande. Quanti giovani, migliaia, da tutti e cinque i continenti si sono avvicinati a lui, hanno toccato la sua urna, hanno pregato davanti a lui, hanno chiesto un dono particolare per la loro fede o per i loro cari. Quanti genitori hanno pregato per i propri figli, quanti educatori per i propri ragazzi, quanti salesiani per le proprie comunità.
Ora tocca a noi avvicinarci a lui. Ora abbiamo l’occasione di strappare a Don Bosco un momento d’intimità per aprirgli il nostro cuore, per presentargli le nostre situazioni, per mettergli a disposizione mani, mente, cuore ed energie, perché lui le presenti a Dio per noi.

Mi piace pensare che in questo momento di emergenza educativa, di disorientamento politico e sociale, di perdita e confusione dei valori, don Bosco venga ad indicarci nuove strade da percorrere.

Oggi ripensando alla mia esperienza mi accorgo che don Bosco non mi ha promesso una vita facile. Ma mi ha garantito una vita appassionante. Se ci sono due certezze che ho potuto sperimentare in questi anni sono che:
1. il prete non è mai senza lavoro, non è mai precario: lavoro, lavoro e lavoro…- diceva don Bosco – ci riposeremo in Paradiso.

2. non c’è gioia più grande di poter avvicinare un giovane al Signore, di vederlo crescere nella fede, di aiutarlo a donarsi a Dio mettendosi al servizio del suo Regno. E’ una gioia indescrivibile.

Per questo porto nel cuore un desiderio. L’ho preparato da tempo con la preghiera. Per l’intercessione di Don Bosco vorrei chiedere la grazia che il suo passaggio ci trovi pronti. Che trovi pronti soprattutto i giovani, quelli che lui ha amato e per i quali ha donato la sua vita.
Pronti a rispondere al suo appello. Pronti ad accettare l’ardua sfida dell’educazione. Pronti a mettersi al servizio degli altri, a tirarsi su le maniche per il Regno. Pronti, perché no, anche per dire di sì a Dio ad una chiamata di speciale consacrazione.

Chiudiamo l’anno della fede e la Provvidenza vuole che lo chiudiamo in compagnia di don Bosco. Il dono più bello che don Bosco può lasciarci prima di ripartire è quello di “avvicinarci a Dio”. Ancora grazie don Bosco perché la tua presenza qui, oggi, ci parla di Dio e tu sul letto di morte ce lo hai detto chiaramente: “dite ai miei giovani che li aspetto tutti in Paradiso“.

Don Enrico Gaetan, sdb