Omelia di don Gino Perin, alla messa di inizio del suo servizio pastorale

Andare all’essenziale
Poco fa mons. vescovo, presentandomi a voi, mi ha consegnato il libro del Vangelo e mi ha ricordato che il mio compito primario è leggerlo con voi e spiegarvelo. Egli desidera che io cominci subito. Cosa che faccio volentieri.

Le pagine che abbiamo ascoltato parlano della vita della Chiesa primitiva e della missione dello Spirito Santo. Gli Atti degli apostoli sono il testo di riferimento per ogni comunità cristiana, la carta fondativa sulla quale misurare la propria fedeltà. Oggi viene toccato il punto di come si comporta la chiesa di fronte ai problemi nuovi provocati dalla predicazione del Vangelo. Il primo concilio apostolico, il Concilio di Gerusalemme, indica la risposta: riunirsi in assemblea per affrontare la questione, aprire il dialogo tra le posizioni diverse, discutere, magari “animatamente”, invocare lo Spirito Santo e puntare alle “cose necessarie”, cioè andare all’essenziale della fede e dell’esperienza cristiana.
Questo modo di fare è stato poi chiamato “sinodalità” (da sinodo, riunione) e oggi, dopo il Concilio Vaticano II si chiama anche partecipazione, correspondabilità, complementarietà. Questa forma di vita ecclesiale ha il suo fondamento nella visione della chiesa come comunione fraterna. “Fra tutti i battezzati, insegna il Concilio Vaticano II, vige una vera eguaglianza nella dignità e nella missione.” (L.G. 32). Nella chiesa infatti a tutti i livelli, la fraternità richiede che ciascuno, con il suo carisma o il suo ministero, concorra alla sua crescita e all’adempimento della sua missione nel mondo e nella storia. Per quanto mi riguarda vorrei tanto poter dare il mio contributo, in dialogo con sacerdoti, religiosi e laici, alla crescita corale della comunione in questa comunità, facendo emergere l’unità intorno alle cose necessarie ed essenziali, in un clima di grande libertà di ricerca e di testimonianza, quale è la libertà propria di noi che siamo figli di Dio.

Per progredire in questa avventura, ieri come oggi, ci accompagna e ci guida lo Spirito Santo, che ci è stato promesso e donato. Egli, dice Gesù nel Vangelo, “vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto”. L’attenzione allo Spirito Santo è cresciuta in questi ultimi anni. Questo secondo anno di preparazione al Giubileo del 2000, a lui dedicato, contribuisce a considerarlo quello che è: anima della Chiesa, protagonista della nuova evangelizzazione, Maestro interiore, forza di ogni rinnovamento personale e comunitario. A lui dobbiamo la più profonda e gioiosa obbedienza. Egli ci ricorderà l’insegnamento di Gesù, ce lo farà capire e sperimentare fino in fondo.
Quali insegnamenti sono particolarmente necessari a noi, oggi, che viviamo un tempo di così grandi trasformazioni sociali e culturali, spesso accompagnate da altrettanto grandi tentazioni nel campo della fede?

* Egli ci ricorda la beatitudine evangelica della povertà, come virtù che ci aiuta a non lasciarci dominare dalle cose, guida allo stile di vita sobrio e apre il cuore alla solidarietà e alla condivisione. Abbia la tentazione di credere che oggi i poveri non esistano quasi più e rischiamo di chiudere gli occhi sui deboli e gli ultimi, rimanendo prigionieri del nostro egoismo.

*Egli ci ricorda che c’è sempre una speranza per tutti, che ogni uomo è recuperabile, per quanto peccatore, miserabile, diverso o lontano egli sia. A volte siamo tentati di pensare che i nostri fallimenti, anche morali, siano senza riscatto, che con certe persone ormai non c’è più nulla da fare, che i grandi ideali evangelici non sono più alla portata di questa generazione infiacchita dal benessere. Invece l’amore di Dio ci urge ancora, ci insegue, ci raggiunge là dove siamo, ed è capace di far riemergere la sua immagine anche dal fondo rassegnato delle nostre coscienze sfiduciate.

*Egli ci ricorda che, pur essendo diventati una minoranza all’interno della società non più cristiana, possiamo e dobbiamo attingere da Lui il coraggio (la “parresia” del greco biblico), cioè la franchezza e la libertà della parola della fede e della testimonianza evangelica, vincendo la paura della diversità che comporta l’adesione alla scala dei valori evangelici, sempre pronti, naturalmente, a rendere ragione della speranza che è in noi, “con gentilezza e rispetto”, come insegna S. Pietro (1Pt. 3,14).

*Egli ci ricorda infine che il Signore risorto ci fa dono della “sua” pace, quella che è sintesi di tutti i beni e di tutti i desideri, quella che è insieme contenuto e contenitore della felicità. La sua pace viene a noi quando ci apriamo al rapporto con Dio con fede incondizionata, e si manifesta nelle opere della pace: verità, giustizia, libertà e solidarietà, come insegnava papa GIovanni nella Pacem in Terris (1963). E su questo tema della pace voglio concludere, augurandola e invocandola su tutti e su ciascuno, perché dimori nelle coscienze, abiti nelle case e dentro le famiglie, porti lavoro e sicurezza a chi ne è privo, renda più umane le relazioni interpersonali, e sempre più accogliente e ospitale questa bella città e tutti i suioi abitanti.

Riprendendo la celebrazione dell’Eucaristia, uniamo le nostre preghiere per accoglierci a vicenda in Cristo, rendendo visibile che anche questa eucaristia, come ogni altra, è un evento, un segno, un annuncio della “sua” pace, quella che egli dona e costruisce vivendo Risorto in mezzo a noi.
Che la Regina della pace, qui invocata sotto il titolo di Madonna delle Grazie, ci accompagni col suo materno amore.