Omelia di inizio del ministero episcopale a Treviso di Mons. Gianfranco Agostino Gardin

mons Gianfranco Agostino GardinCattedrale di Treviso, 7 febbraio 2010

Eminenze, cari confratelli nell’episcopato, cari presbiteri, diaconi, persone consacrate, fedeli laici, amici,
a tutti voi convenuti in questa Cattedrale e a tutta la Chiesa di Dio che è in Treviso rivolgo il mio cordialissimo saluto, augurando che l’amore che proviene dal Padre, la grazia di Gesù nostro Signore e Salvatore, e la forza di comunione suscitata dallo Spirito Santo pervadano la vostra vita e sostengano il vostro cammino di cristiani. Saluto riconoscente anche tutti coloro che seguono questa celebrazione attraverso la radio e la televisione, in particolare gli ammalati e gli anziani.

Mi sia permesso, in questo momento della nostra celebrazione, sia pur facendo resistenza ad un desiderio intenso che preme dentro di me, di astenermi dal nominare singole persone, o gruppi di persone: mi concederete qualche minuto, a questo scopo, alla fine dell’Eucaristia. Non posso però non esprimere subito un sincero grazie a Sua Eminenza il Cardinale Patriarca per le incisive parole che con tanta cortesia ha voluto rivolgermi; come pure voglio dire la mia riconoscenza al Delegato generale, mons. Giuseppe Rizzo, per quanto, con profonda sensibilità ecclesiale, ha voluto dirmi e per il dono simbolicamente così espressivo che mi ha fatto a nome di tutta la Diocesi.

Vorrei in questo momento manifestare con semplicità il mio animo a questa Chiesa di Treviso, che mi accoglie – anzi, che mi ha già accolto, non appena è stata resa pubblica la mia nomina – con tanto affetto e con commovente cordialità.

Considero provvidenziali i tre brani biblici offerti dalla Liturgia di questa domenica, perché esprimono ciò che io sperimento dentro di me in questa circostanza e, nello stesso tempo, mi indicano ciò che il Signore mi chiede nel momento in cui mi appresto ad iniziare il mio servizio in questa Diocesi.

Abbiamo sentito: di fronte alla santità infinita di Dio, Isaia esclama: «Ohimè! Io sono perduto perché un uomo dalle labbra impure io sono»; Paolo dice di se stesso: «Io sono il più piccolo tra gli apostoli»; e Pietro, dopo la pesca sovrabbondante, implora: «Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore». Ciò che io provo in questo momento è assai simile a quello che abbiamo sentito esprimere da Isaia, da Paolo, da Pietro. E tanto più lo avverto, quanto più riconosco il Dio tre volte santo come fonte e radice della mia identità e della mia missione di vescovo, e quanto più considero la donazione senza riserve di Gesù Buon Pastore, al quale la mia vita ora è a maggior titolo chiamata a conformarsi.

Ma devo confessare che la sensazione della mia piccolezza e inadeguatezza nasce non solo dalla considerazione della santità del Signore e dalla grandezza della missione che Egli mi affida, ma anche dal riconoscimento della bellezza e ricchezza spirituale di questa Chiesa che sono chiamato a servire.

Nel periodo in cui questa Diocesi viveva l’attesa del nuovo vescovo, qualcuno ha scritto, invitando alla preghiera per colui che sarebbe stato scelto, che, «in un certo senso, la Chiesa deve meritarselo il suo vescovo». Rileggendo questa espressione dopo la mia nomina, mi sono più volte domandato se io, vescovo, mi meritavo – mi merito – di servire questa Chiesa. E vorrei che mi si credesse: nessuna adulazione e nessuna falsa umiltà in quanto sto dicendo.

So infatti di trovarmi di fronte ad una Diocesi ricca non solo di storia – giacché affonda le sue radici nei primi secoli cristiani – ma anche di santità, di carità, di spirito e di concreto impegno missionario, di senso ecclesiale, di fattiva, anche se spesso silenziosa, dedizione ai più poveri. Perciò nei giorni scorsi ho pregato ripetutamente il Signore di rendermi il meno indegno possibile del servizio a cui mi ha chiamato; di essere pastore non immeritevole di questa Chiesa e di tanti suoi membri che reputo più credenti e più generosi di me, e di me più fedeli al vangelo.

È dunque con trepidazione e con timore che ho preso posto in questa cattedra, che è simbolo non solo della presidenza liturgica ma anche della guida magisteriale e pastorale esercitata dal vescovo. Ma nel momento in cui, obbedendo alla volontà del Signore resa manifesta dalla decisione del Successore di Pietro, mi dispongo a impegnare la mia vita in questa grave responsabilità pastorale, assillato da molte domande sulla mia capacità di essere per voi autentico pastore, mi rendo anche conto, con profonda consolazione, che questa Chiesa è per me autentico dono.

Io sento di fare totalmente mie le parole, concise ed efficaci, del grande vescovo Agostino, che hanno accompagnato la riflessione e la preghiera della Diocesi in questi giorni: «Se da una parte mi spaventa ciò che io sono per voi – diceva Agostino ai cristiani della sua Chiesa di Ippona – mi consola il fatto che sono con voi».

Sì, cari fratelli e sorelle della Chiesa di Treviso, l’essere con voi, il poter camminare assieme a voi, è per me un segno grande dell’amore di Dio verso di me: con voi carissimi presbiteri, primi e indispensabili collaboratori, fratelli, consiglieri del vescovo; e poi con voi diaconi; con voi persone consacrate; con voi missionari che vi siete generosamente messi a disposizione di Chiese povere e lontane; con voi, carissimi giovani, che siete incamminati in un impegnativo percorso di formazione verso il ministero sacerdotale; con voi membri della tanto benemerita Azione cattolica e con i membri delle altre aggregazioni ecclesiali; con voi sposi e genitori, anche con voi la cui vita coniugale è segnata da ferite e disarmonie; con voi figli; con voi adolescenti e fanciulli; con voi giovani che siete alla ricerca di valori solidi e non illusori per i vostro futuro; con voi anziani, portatori di esperienza e di sapienza; con voi famiglie; con voi catechisti ed educatori; con voi lavoratori, specie con coloro che vivono situazioni angosciose di precarietà; con voi che patite la povertà, la malattia, la solitudine, o forme diverse di disabilità; con voi venuti da lontano alla ricerca di una condizione di sussistenza dignitosa per la vostra vita e quella delle vostre famiglie; con voi che vi impegnate per una società, per una città, per un mondo migliori; con voi che cercate Dio avendo l’impressione che sia arduo il trovarlo; con voi che donate qualcosa o molto di voi stessi agli altri, senza farne esibizione e senza cercarne vantaggi.

Considero questo essere e operare con voi, che per me oggi inizia e che avverrà per il tempo che il Signore disporrà, una nuova grazia che Egli mi dona, che si aggiunge ai molti altri doni che Egli ha elargito alla mia esistenza: dal fondamentale e decisivo dono di chiamarmi alla vita mediante i miei genitori (oggi celebriamo la giornata della vita), a quello della consacrazione a Lui nell’ordine francescano, della chiamata al ministero sacerdotale, dell’incontro con tante persone che sono state trasparenza della sua bontà, della conoscenza di realtà ecclesiali diverse presenti in numerosi luoghi del mondo, anche assai lontani.

Per questo, come in Isaia, lo sgomento iniziale («ohimè, sono perduto!») si trasforma in fiducia e addirittura in audacia: «eccomi, manda me!». Ovvero, come in Pietro e negli altri compagni di pesca, lo sconforto si tramuta in stupore e si fa perfino sequela coraggiosa: «lasciarono tutto e lo seguirono». E dunque, anche a me oggi è richiesto un nuovo lasciare qualcosa, ma è data anche la gioia di intraprendere un nuovo seguire il Signore.

Ho detto, con sant’Agostino, che se l’assidermi su questa cattedra episcopale mi intimorisce, mi conforta però il fatto che io sono con voi, e che è in mezzo a voi, e non senza di voi, che io sono chiamato a compiere la mia missione. Ebbene, anche altre responsabilità che oggi mi sono affidate, accanto al loro essere peso che necessariamente grava sulle mie spalle, mi si rivelano fonte di gioia nel momento in cui le percepisco vissute non solo per voi ma anche con voi, in quello spazio di comunione e condivisione che è una Chiesa che insieme cammina verso l’incontro con il suo Signore.

Penso agli impegni rappresentati dagli altri due luoghi liturgici che, oltre alla cattedra, sono presenti in questo spazio sacro del presbiterio e che esprimono il mio ministero: l’ambone, quale luogo di proclamazione della Parola di Dio, da tradurre poi nel vissuto quotidiano, e l’altare, luogo della celebrazione dell’Eucaristia.

Anzitutto la proclamazione della Parola di Dio. Non posso dimenticare che nel momento più sacro della mia ordinazione episcopale sopra il mio capo era tenuto aperto il libro dei Vangeli. La mia vita dunque non solo deve farsi continuo annuncio del Vangelo, ma è anche rigorosamente sottoposta al giudizio della Parola del Vangelo. Tuttavia questa stessa Parola, con voi accolta e amata e assieme a voi praticata, produce, produrrà, anche un fiducioso e consolante abbandono al Signore e alla forza del suo amore.

Tutto ciò lo ritrovo espresso in maniera particolarmente intensa in quel «duc in altum: prendi il largo e gettate le reti», rivolto da Gesù a Pietro e ai suoi compagni. Amo pensare alla Chiesa, alla nostra Chiesa, come luogo in cui aiutarci a “prendere il largo”, a compiere scelte evangelicamente motivate e coraggiose, ad apprendere insieme a fidarci del Signore, a consegnarci alla sua Parola, ad operare – a “gettare le reti” – non solo misurando le nostre risorse, o elaborando i nostri pur necessari progetti, ma “sulla sua Parola”.

Ma la Parola va accolta e vissuta dentro la grande tradizione della Chiesa. A questo proposito, una grave responsabilità ma anche un grande conforto vedo scaturire da quella essenziale e decisiva espressione di Paolo ai Corinzi: «a voi ho trasmesso quello che anch’io ho ricevuto».

Sono mandato a voi – e ciò deve essere in me consapevolezza vigile e diuturna – a portare non una mia personale concezione dell’essere cristiani, ma quella che una Chiesa bimillenaria ci consegna, affidandola alla mia e alla nostra capacità di renderla vita nell’oggi e per gli uomini del nostro tempo. Ora, se tutto ciò costituisce per me un delicato impegno, questa fedeltà a ciò che ci viene trasmesso come tesoro prezioso mi apre, ci apre tutti, anche all’accoglienza gioiosa di una fede che altri, nella successione delle generazioni cristiane che ci hanno preceduto, hanno reso bella, ricca, concreta, amabile, per consegnarla a noi come un dono. Penso alla fede che tanti in queste terre hanno conosciuto viva e profonda nei loro genitori o nei loro nonni o nei loro parroci; penso alla schiera dei santi che questa Chiesa ha generato o ha ospitato, o dai quali in qualche maniera è stata arricchita: dai lontani san Prosdocimo e san Liberale, nostro patrono, ai più recenti san Pio X, ai vescovi Farina e Longhin. Li invocheremo tutti tra breve, con affetto e devozione sincera. Al cuore di questo tesoro di fede che la Chiesa ci consegna e che siamo a nostra volta chiamati a trasmettere, Paolo ci ricorda che vi è l’annuncio di quell’evento che fonda tutto il nostro credere: Cristo è morto per i nostri peccati, è risorto, si è dato a vedere a coloro che di ciò sono divenuti testimoni. Permettetemi di dire: io sono tra voi prima di tutto non per garantire una Chiesa gerarchicamente strutturata o debitamente organizzata, ma per ripetervi questo annuncio pasquale.

Infine penso al terzo luogo liturgico, quello che sta al centro: l’altare, luogo della celebrazione dell’Eucaristia, che il vescovo presiede nella sua Chiesa. È rivolto soprattutto al vescovo, in quanto successore degli Apostoli, il comando di Gesù: «fate questo in memoria di me», che ci indica non solo di ripetere il gesto propriamente eucaristico, ma anche di rendere la nostra vita dono, continua uscita da noi stessi per incamminarci verso i luoghi in cui l’altro diviene destinatario concreto del nostro amare. Celebrazione assai esigente, dunque, quella eucaristica; ma, se accolta e vissuta da un vero “noi” comunitario, si rivelerà indimenticabile momento in cui il Signore si fa riconoscere come Colui che ama i suoi sino alla fine, che si china a lavarci i piedi, che ci fa entrare in comunione profonda con Lui e tra di noi: dunque il luogo della più intensa consolazione per la vita del credente e della comunità cristiana.

Io sono qui, fratelli e sorelle, per costruire ogni giorno comunione: ancora una volta con voi, e non senza di voi; sono qui per ricordarci che senza il quotidiano tentare e ritentare di volerci bene per davvero, di accoglierci, di aiutarci e sostenerci nelle nostre debolezze, di perdonarci, ogni altra espressione dell’essere cristiani, anche ogni preoccupazione di dare un visibile volto cristiano alla nostra convivenza, diviene parola vuota, pura facciata, svuotata di ciò che il cristianesimo possiede di più prezioso: il comandamento dell’amore reciproco, attuato perché il Signore ci ama e come Lui ci ha amati.

Nella bella preghiera che avete rivolto per me al Signore prima del mio arrivo (e ne voglio ringraziare gli autori) avete chiesto: «La sua vita sia sempre animata dalla contemplazione della tua Parola, dalla celebrazione dell’Eucaristia, e dall’ascolto incessante del grido dei poveri». Vi chiedo di continuare a pregare perché davvero la mia vita sia così. E chiedo a coloro che sono particolarmente sensibili alle sofferenze dei poveri di aiutarmi ad essere attento all’invocazione, magari appena percettibile, di coloro che sono colpiti da forme diverse di povertà. Non posso qui dimenticare, da francescano, le parole del mio Padre san Francesco, il quale scrive nella sua Regola che i frati «devono essere lieti quando vivono tra persone di poco conto e disprezzate, tra poveri e deboli, infermi e lebbrosi e tra i mendicanti lungo la strada» (Regola non bollata IX, 3).

Fratelli e sorelle, mi scuso di aver parlato così a lungo. A tutti voi rinnovo la mia simpatia, la mia gratitudine e il mio affetto di pastore.

Che Maria, donna fedele sino ai piedi della croce, in questo anno che la nostra Diocesi ha voluto particolarmente a lei dedicato, ci aiuti a camminare con impegno e con gioia, per continuare costruire questa Chiesa, attingendo la forza da una intensa comunione con Gesù Cristo, nostro unico Signore e Maestro. Amen.

(fonte: Sito Diocesi Treviso)