Piergiorgio Frassati, un beato esempio per i nostri tempi

Vetrata del Duomo dedicata al beato FrassatiPiergiorgio Frassati nacque a Torino nel 1901 da ricca famiglia borghese, di stampo liberale. Il padre, fondatore del quotidiano La Stampa, fu il più giovane senatore del Regno d’Italia ed ambasciatore a Berlino.

Nonostante il clima famigliare rigido e freddo, il giovane Piergiorgio scoprì la maternità della Chiesa, frequentando varie associazioni cattoliche, tra cui le Conferenze di San Vincenzo.
S’iscrisse alla facoltà d’ingegneria mineraria, perché aveva avuto modo di costatare dal vivo i particolari disagi degli operai del settore e voleva quindi prepararsi “per aiutare la sua gente”.

Negli anni di studio difese ripetutamente la libertà d’espressione dei credenti in ambito universitario, gettandosi animosamente nella lotta socio-politica. Scriveva: “Ogni giorno di più comprendo quale grazia sia l’essere cattolici.Vivere senza fede, senza un patrimonio da difendere, senza sostenere una lotta per la Verità, non è vivere, ma vivacchiare…”

Impegnato nei problemi della giustizia sociale, il suo interesse costante era il volontariato della carità. Per le strade di Torino, non era raro incontrare il giovane Frassati intento a trascinare carretti carichi di masserizie per aiutare i traslochi dei poveri, caricarsi grandi pacchi di vestiario, di cibo e salire le scale delle soffitte più povere. Nelle sue imprese caritative cercava di coinvolgere gli amici, spiegando loro: “Intorno all’infermo, al miserabile, al disgraziato, io vedo una luce che non abbiamo noi…”

Piergiorgio Frassati era un giovane sano, gioviale, appassionato di montagna e di sci, rumoroso animatore di una sana goliardia, ma anche pensoso e dotato di forte vita interiore. In una delle sue consuete visite nelle soffitte dei poveri, a 24 anni, contrasse la poliomelite fulminante. L’ultimo suo gesto fu quello d’affidare alla sorella una scatola d’iniezioni che non aveva potuto consegnare ad un malato, tracciando l’indirizzo con le mani già tormentate dalla paralisi: furono le ultime energie spese per l’ultima carità.

Il giorno del suo funerale, la più bella commemorazione gliela dedicò sul proprio giornale il socialista Filippo Turati: “Un giovane cattolico che agisce come crede, parla come sente e fa come parla, può insegnare qualcosa a tutti…
Frassati è stato beatificato da Papa Giovanni Paolo II nel 1990 ed è sepolto nel Duomo di Torino.

La vetrata del Duomo

La vetrata, offerta da don Francesco Santon, fu eseguita nel 1994 ad opera degli artisti-vetrai sandonatesi Ruggero Costantin e Giuseppe Biguzzi.
Il beato Piergiorgio Frassati è raffigurato con la mano destra alzata a indicare, agli amici stretti attorno a lui, i suoi tre grandi amori: la montagna, la Madonna (onorata soprattutto nel Santuario di Oropa – Biella, raffigurato sullo sfondo) e l’Eucaristia, ricevuta quotidianamente.
La tecnica utilizzata è quella della tradizionale vetrata istoriata-grisaglia, fissata con profilati di piombo. L’esecuzione ha tutte le caratteristiche tecnico-artistiche funzionali alle esigenze del luogo sacro.
Appare evidente l’intenzione degli esecutori di far apparire un equilibrio idealizzato nelle aspirazioni classiche dell’iconografia. La composizione crea un ritmo artificioso, ruotante attorno ad uno sviluppo ad andamento diagonale, con la raffigurazione su tutta la superficie, sino alla lunetta.
Le tonalità vibratili dello sfondo prospettico del paesaggio, su cui risalta il Santuario di Oropa, riflettono uno spazio di particolare luminosità, così come il cielo e le nubi dal tenue colore. Le campiture delle figure racchiudono colori lividi, freddi, violacei, quasi ad indicare le inquietudini della nostra epoca.
La formella inferiore presenta decori variegati, contornanti una cornice ottagonale, con al centro una combinazione di lettere dell’alfabeto greco disegnate con ossa, che formano l’abbreviazione del nome di Cristo. Si tratta appunto del monogramma di Cristo detto “Chi-Rho“, composto dalle lettere greche Chi (Χ) e Rho (Ρ), iniziali del nome greco di Cristo, introdotto da Costantino il Grande in occasione della battaglia contro Massenzio.
Completano la composizione due tralci di vite con grappoli d’uva e due colombe bianche.
Ai lati della formella sono dipinte due colonne di ordine dorico stilizzato, di gusto neoclassico.

Questa vetrata ha sostituito la precedente composta a figure geometriche che fu collocata al posto di quella rimasta distrutta nei bombardamenti della seconda guerra mondiale, con Sant’Anna e la Vergine Maria (installata nel 1940).

(Tratto da “Le vetrate del Duomo di San Donà” – Franzoi D., M. – 2008)