Profughi nel Basso Piave (Parte 1)

ex Villa RonchiÈ trascorso ormai quasi un secolo, da quando il territorio del Basso Piave fu direttamente coinvolto per un lungo anno nelle vicende della prima guerra mondiale. A qualche giorno dall’arrivo dell’esercito austro-ungarico al fiume Piave, nuovo fronte dopo la disfatta di Caporetto, iniziò il triste esodo delle popolazioni inermi. In particolare, per il clero, le religiose e la popolazione che rimase dalla parte di San Donà iniziarono duri mesi di convivenza con i militari dell’Impero austro-ungarico e di migrazione da una zona all’altra del territorio sino, per molti, alla meta finale di Portogruaro.

Si descrivono alcuni episodi di quei drammatici giorni di fine 1917, indicando i luoghi e le abitazioni frequentate dai profughi e tuttora presenti nel territorio.

La guerra alle porte

Con gli ultimi giorni dell’ottobre 1917 la guerra, improvvisamente, divenne una cruda realtà anche per il territorio del Basso Piave, sino ad allora coinvolto solo indirettamente nelle vicende belliche.

Il neo parroco mons. Luigi Saretta, quando era arrivato trentenne da Treviso due anni prima, aveva trovato i militari italiani in canonica: l’Italia era entrata in guerra un mese prima. Ricordando in seguito quei giorni, scrisse: “La sera del 26 giugno 1915 verso le 7, ho fatto il mio ingresso a San Donà di Piave. La canonica era occupata dal Comando Militare, che gentilmente mi offrì per la notte una branda. Il mattino seguente celebrai la prima Messa e mi presentai al popolo, che non sapeva della mia venuta”

A tre giorni dai fatti bellici di Caporetto (24-25 ottobre 1917), che segnarono la disfatta della Seconda Armata italiana, una vera e propria fiumana di profughi disperati e senza meta e con ogni mezzo, sotto una fitta pioggia, cominciò ad arrivare e ad attraversare San Donà. Era la sera del 28 ottobre, una domenica. Solo il giorno precedente si seppe la notizia della disfatta.

Quei civili provenivano anche dal Friuli, poiché Cividale e Udine (dove, prima di Caporetto, era insediato il quartiere generale di Cadorna) erano già cadute in mano agli asburgici, i quali avevano attraversato inarrestabili e con calma il fiume Tagliamento.

Negli ultimi tre giorni di ottobre, percorrendo l’attuale Triestina, attraversarono la cittadina anche le truppe sbandate di quel che rimaneva della Seconda Armata e quelle della Terza Armata, in ritirata dal Carso, cui fu affidata l’estrema difesa del fronte del Piave.

Venerdì 2 novembre, oltre trecento cappellani militari celebrarono l’Eucarestia nel Duomo, la chiesa parrocchiale consacrata nel 1842, quando era parroco mons. Rizzi.

Intanto l’arciprete Saretta e i suoi coadiutori, dopo aver interpellato il Vescovo Longhin, ricevettero l’ordine di rimanere assieme alla popolazione, soprattutto rurale, rimasta in sinistra Piave. Da quel momento si prodigarono per salvare il salvabile materiale, ma soprattutto per proteggere e sostenere la popolazione.

Domenica 4 novembre, il transito della truppa in ritirata era quasi finito e iniziò l’esodo della popolazione sandonatese. Il giovane Parroco aveva celebrato la prima Messa e aveva predicato per l’ultima volta dal pulpito, dicendo che sarebbe rimasto con i suoi parrocchiani a dividere le “lagrime, le sofferenze e gli strazi della prigionia“.

La mestizia era grande in quell’ultima funzione, coincidente con l’estremo congedo della popolazione e del suo Pastore con quell’edificio sacro che, nei mesi seguenti, sarebbe stato completamente distrutto dalle granate italiane.

In poche ore la cittadina, presto evacuata, assunse un aspetto spettrale, nella cupa attesa dell’incalzante arrivo del nemico.

Lunedì 5 novembre in piazza c’era poca gente, mancava il pane, perché i mulini non erano più funzionanti, qualche soldato sbandato si avviava all’altra sponda del Piave. Alla sera di quello stesso giorno le suore di Maria Bambina operanti dell’ospedale trasportarono centosessanta ammalati nel treno attrezzato della Croce Rossa, che li portò al sicuro. Di lì a quattro giorni il ponte ferroviario fu fatto brillare.

Quando la situazione precipita, si può perdere il lume della ragione e si compiono atti spinti dalla disperazione. Così, anche a San Donà si registrarono episodi di sciacallaggio e saccheggio dei negozi e delle abitazioni ormai disabitate del centro cittadino.

Il 7 novembre alle ore 23.00 fu fatto brillare il campanile della Parrocchiale di San Donà, alla presenza del cappellano don Giovanni Rossetto, mentre il Parroco si trovava a Grisolera (Eraclea).

Il campanile crollò a terra, sollevando una densa polvere rossa che ricoprì tutto ed abbattendosi su un angolo del Duomo: furono i primi danni subiti dall’edificio sacro. Come si può notare tuttora, la base nord dell’attuale campanile e quella prospiciente del Duomo, recuperate dai precedenti edifici, sono più basse a causa dello sprofondamento causato da quel terribile schianto…

Da quel momento fu sospeso definitivamente il passaggio sul ponte per i civili e mantenuto solo per la truppa.

Di ritorno da Grisolera, la mattina del giorno 8 novembre, mons. Saretta vide le rovine del campanile, ma il dolore, l’affanno di quei giorni, lo avevano reso insensibile. Così riprese il viaggio verso Grisolera per trasportare al Conventino il materiale dell’asilo e un po’ di derrate alimentari. Fu di ritorno a San Donà la sera medesima.

Quello stesso giorno furono fatti brillare il camino dello Jutificio ed il campanile della parrocchiale di Noventa.

La via di fuga verso la destra Piave venne definitivamente interrotta con la distruzione del ponte carrabile da parte della 20^ Compagnia Minatori comandata dal capitano E. Borghi, lo stesso ufficiale della demolizione del campanile del Duomo: erano le ore 11.30 di venerdì 9 novembre.

Poco dopo, nello stesso giorno, le avanguardie dell’esercito austro-ungarico si affacciarono sulla sponda sinistra del Piave: San Donà e tutto il territorio alla sinistra del fiume erano occupati!

 

La profuganza

ex Villa RonchiNei primi mesi di occupazione, il Comando dell’Isonzo Armee s’insediò a Villa Ronchi di Palazzetto, a pochi metri dall’attuale via Ca’ Turcata e, per una decina di mesi, a Ca’ De Faveri in località Fiumicino di San Donà.

Dopo i primi giorni di “scaramucce”, a partire dal 13 novembre 1917 iniziarono le battaglie più dure. Nella campagna ridotta ad un acquitrino le due opposte linee si trincerarono come meglio poterono. Ma la popolazione, rimasta nei luoghi di battaglia, non fece certo una vita più agiata dei militari in trincea.

Con chi non riuscì (la popolazione rurale) o non volle fuggire (qualcuno che sperava di proteggere le proprie case) rimasero il clero, le due comunità (dell’asilo e dell’ospedale) delle suore di Maria Bambina e il medico dott. Pietro Perin. Da principio, Saretta ed i suoi cappellani assieme alle suore si “rifugiarono” a Palazzetto e Grisolera.

Nella concitazione e confusione di quei giorni, i sacerdoti e le altre persone che facevano loro riferimento, da principio, non avevano ben capito che, pur allontanandosi di qualche chilometro da San Donà e rifugiandosi presso luoghi conosciuti, continuavano a rimanere in prima linea, almeno nelle prime settimane; ben presto, infatti, in quel tratto di territorio il fronte di guerra fu spostato di 4-5 chilometri più ad ovest, sino alla Piave Vecchia.

 

Il Conventino (Eraclea)

Il conventinoLa casa delle suore Giuseppine di Grisolera (attuale Eraclea), denominata “Conventino”, si trovava a ridosso dell’argine sinistro del Piave, a undici chilometri da San Donà, in quella che Saretta definì “una località morta, dove, anche per la natura del terreno, si poteva presumere che non avrebbe infuriato la battaglia“.

Su indicazione dell’arciprete, perciò, le due comunità delle suore di Maria Bambina (dell’ospedale e dell’asilo) di San Donà si trasferirono lì. La casa era sufficientemente ampia e doveva essere un rifugio provvisorio, in attesa di ritornare in sede o per trovare altro posto più sicuro nelle retrovie. Ecco la cronaca dei primi giorni da parte di mons. Saretta:

Il sabato 10 novembre, fu trascorso nel più grande ritiro. Il nemico ingrossava le file sull’argine e faceva sentire i suoi primi pezzi di cannone. Del resto nulla di notevole, tranne lo scambio più insistente della fucileria.

Così passò anche la domenica 11 novembre e il lunedì 12. È facile immaginare in quale stato d’animo si trovassero le povere Suore, coi tedeschi tutto intorno alla casa, e a cinquanta metri dai fratelli italiani, che tiravano contro!

Schierato lungo la sponda destra del Piave, l’esercito italiano aveva identificato da principio come punto strategico degli austro-ungarici proprio il Conventino delle Giuseppine. L’edificio, perciò, fu fatto presto oggetto del fuoco dell’artiglieria e quindi dell’aviazione italiane.

Inoltre, i tedeschi avevano scelto quel punto per forzare il Piave e il mattino del 13 novembre 1917 iniziarono un vivace ed ininterrotto fuoco di mitragliatrici, collocate proprio dinnanzi il Conventino. Dall’abbaino le suore poterono assistere all’arrivo sull’altra sponda dei primi militari asburgici, a nuoto e tramite una piccola imbarcazione, ed alla cattura di alcuni militari italiani.

Le suore si raccomandarono più volte l’anima a Dio, ché ormai per il corpo avevano poche speranze“.

La lotta tra gli opposti eserciti continuò tutto il giorno, sempre più incalzante. Verso mezzogiorno, sul cielo di Grisolera comparvero gli aeroplani italiani e le prime granate nel cortile del Conventino, che si trovava proprio nel mezzo dei due opposti fuochi.

Nel pomeriggio, quando l’arciprete ebbe la felice ispirazione di radunare tutti nella piccola sacrestia della casa, una bomba aerea cadde presso la cucina e ferì a morte – dopo alcune ore di agonia – suor Teofila, delle Giuseppine, e un ragazzo di dodici anni. Furono tra le prime vittime civili dell’anno di guerra nel Basso Piave.

Al di fuori infuriava la battaglia: a destra, a sinistra, nel cielo; e nella casa regnava il terrore e la morte! In quel momento ecco entrare, con la baionetta, un soldato austriaco ed intimare a tutti di partire”.

Così, attraverso la campagna arrivarono nel nuovo rifugio della casa della famiglia Pasqual, dove passarono tutta la notte sotto il fitto tiro dell’artiglieria…

A guerra terminata, il Conventino fu riparato e continuò ad essere la casa delle Giuseppine sino al fino al 1920, quando le religiose lo lasciarono.

Fino a metà degli anni ’30, l’edificio fu poi utilizzato come scuola elementare e quindi adibito ad abitazione per famiglie senza tetto. Dichiarato inagibile negli anni ’60, in seguito sarà utilizzato come magazzino comunale. Attualmente si trova in uno stato di avanzato degrado.

 

(fine prima parte)

 

Marco Franzoi