Profughi nel Basso Piave (Parte 2)

Casa SantDopo la drammatica notte a casa Pasqual, il parroco Saretta ed alcune suore, attraversando i campi disseminati dalle buche delle granate, il 14 novembre 1917 ritornarono al Conventino, che ritrovarono intatto, custodito dalla salma della povera suor Teofila. Fu celebrato il funerale della religiosa che fu sepolta nel giardino del Conventino, in una fossa scavata dalle consorelle, che predisposero la cassa con quattro imposte. La salma fu trasportata nel cimitero di Grisolera dopo la guerra.

Casa Sant (Eraclea)

Quello stesso mercoledì 14 novembre il drappello guidato dall’arciprete cercò un rifugio più sicuro e così, attraversando i campi già martoriati dai primi giorni di bombardamenti, giunsero nella zona della contrada Tombolino. Lì, dopo aver incassato alcuni rifiuti, quella comunità di 17 persone trovò finalmente ospitalità presso l’ampia casa agricola della generosa famiglia Sant. Proprio due ore prima un comando austriaco di prima linea aveva abbandonato quel sito.

Il signor Sant, “ottimo contadino e buon cristiano sebbene molto pauroso“, assegnò al sacerdote e alle suore tutto il primo piano, costituito da sei camerette, una delle quali fu adibita a cappella e una cassetta di legno quale tabernacolo. Quelle stanzette erano fornite di poveri letti, consistenti in ampi pagliericci collocati sopra alti cavalletti. Le pareti erano tappezzate di santi e cartoline di ogni tipo, attaccate alla rinfusa. I vetri delle finestre erano quasi tutti infranti: “non era un complimento per quella stagione“. Monsignore e le suore ringraziarono comunque la Provvidenza per quel rifugio, in cui trasportarono le masserizie ed i viveri che avevano lasciato al Conventino e a casa Pasqual.

Alloggiarono con trepidazione in quella nuova casa, con i gendarmi ungheresi che di tanto in tanto comparivano a curiosare o per ordinare di togliere la biancheria appesa (che poteva diventare un segnale per gli aerei italiani) o per richiedere vino. Intanto mons. Saretta con alcune suore facevano spola nella vicina Palazzetto a casa Sgorlon dove era la madre del presule, il cappellano Marin e altri profughi. L’altro cappellano, don Rossetto, si era rifugiato in Bonifica (attuale Cittanova), per sostenere quella popolazione. Domenica 18 novembre fu celebrata la s. Messa in casa Sant: parteciparono le suore, la famiglia e molte altre persone.

La domenica 2 dicembre, prima di Avvento, con la sua mesta liturgia, accrebbe la invincibile malinconia, ma nello stesso tempo infuse un po’ di speranza suscitando nei cuori il completo abbandono nelle mani di Dio”. Quel giorno, nella camera adibita a cappella della famiglia Sant furono celebrate due S. Messe “la seconda cantata con la spiegazione del Vangelo e il catechismo dopo mezzogiorno“.

In quei giorni l’arciprete dovette più volte benedire le salme di civili caduti nella campagna sotto il fuoco dell’artiglieria italiana o dalle pallottole asburgiche. In quelle tristi giornate ci fu anche la gioia per un battesimo…

L’ex casa Sant è tuttora situata all’incrocio tra le attuali via Toscanini e via Paluda, ad Eraclea.

 

ex Casa Sgorlon, ora Ca' FecondaCasa Sgorlon (Palazzetto)

Nella casa Sgorlon, a Palazzetto, si organizzò subito un’infermeria, il rifugio per i profughi ed una piccola cappella. Questo edificio fu il punto di riferimento e rifugio per molti profughi di San Donà, Grisolera, Cavazuccherina (Jesolo), Passerella e Chiesanuova. Le persone delle comunità in destra Piave riuscirono a raggiungere casa Sgorlon attraverso le passerelle costruite dai soldati tedeschi ed austriaci.

Il 5 novembre nel pollaio che si trovava di fronte alla casa fu nascosto un cassone con parte dei preziosi arredi sacri della chiesa arcipretale di San Donà. Capitò però che i muli e gli asini, sistemati poi dagli austriaci in quel ricovero, con il loro scalciare fecero scoprire la preziosa cassa. Grazie però alla complicità della guardia austriaca, profumatamente ripagata, la famiglia Sgorlon nascose la cassa nel letamaio della casa.

L’8 novembre giunse a casa Sgorlon il cappellano don Umberto Marin. Mons. Luigi Saretta arrivò invece il 16 novembre, proveniente dall’abitazione della famiglia Sant di Grisolera. Lui e don Marin curarono la vita spirituale e confortarono come poterono le persone rifugiate, difendendole spesso dai soprusi e violenze di militari, indisciplinati e spesso ubriachi, dell’esercito invasore.

Nei pochi momenti di tregua dal fuoco, il 17 novembre si riuscì pure a adornare a festa la piccola cappella allestita in quella casa, utilizzando le tende prelevate dalla vicina Villa Ronchi, ormai distrutta dal fuoco italiano.

Quando, il 7 dicembre 1917, i soldati bosniaci dell’esercito asburgico costrinsero con la forza mons. Saretta a lasciare casa Sgorlon, con lui c’erano oltre un centinaio di persone. Quel misero gruppo si incamminò scortato dai militari verso Stretti e Torre di Mosto.

Casa Sgorlon fu in seguito riparata dai danneggiamenti della guerra. Tuttora è adibita a deposito agricolo. Si trova a circa quattrocento metri dall’argine sinistro del Piave, a Palazzetto. Negli ultimi mesi è crollato parte del tetto.